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Polyphia: reinventare la musica per chitarra

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Author image Gianni Rojatti

05 novembre 2026 alle ore 16:00, agg. alle 16:11

Dal virtuosismo del rock alle contaminazioni con rap, trap ed elettronica: i Polyphia hanno reinventato la musica per chitarra, conquistando un pubblico nuovo.

La chitarra elettrica e le sue impennate più eroiche, hanno sempre avuto un ruolo centrale nella storia del rock. Pensiamo alle schitarrate epiche di “Helter Skelter” o "Taxman"dei Beatles, alla magia di Hendrix, alle acrobazie di Van Halen e ai riff impossibili di Metallica, Megadeth e Pantera.

Negli anni Ottanta poi, questa centralità generava un filone strumentale dominato da virtuosi come Satriani, Vai e Malmsteen. Dopo decenni di evoluzioni e derive autoreferenziali, i Polyphia trovano finalmente una strada nuova, contaminando il virtuosismo rock con rap, trap ed elettronica e conquistando un pubblico più giovane, svincolandosi dalla nicchia degli appassionati di settore e riuscendo a piacere anche a chi lo shred e la musica strumentale per chitarra non li ha mai ascoltati.


Non perdetevi i Polyphia dal vivo! Si esibiranno a Milano con il loro BE NOT AFRAID World Tour (Tour MMXXVI) Mercoledì 25 novembre 2026.  I biglietti sono disponibili sulle piattaforme ufficiali come TicketOne, Ticketmaster Italia e Vivaticket. 



La nascita 

La chitarra elettrica è stata uno degli strumenti centrali nella storia del rock. Da Chuck Berry in poi, la sua presenza ha segnato alcune delle più importanti trasformazioni di questa musica. Pensiamo alla rivoluzione di Jimi Hendrix, ma anche alla scrittura dei Beatles, disseminata di momenti chitarristici memorabili: dall'assolo di “Taxman” ai riff distorti di “Helter Skelter”. E poi le svisate psichedeliche dei Cream, i muri di chitarra degli Who e dei Sex Pistols, gli assoli strappalacrime di David Gilmour, l'invenzione del suono heavy metal attraverso i riff di Tony Iommi, fino al virtuosismo di Eddie Van Halen e Randy Rhoads. Una centralità così forte da legittimare, negli anni Ottanta, la nascita di un vero e proprio filone di musica rock strumentale costruita intorno alla chitarra solista. Joe Satriani, Steve Vai, Yngwie Malmsteen, Paul Gilbert, Richie Kotzen, Jason Becker e Marty Friedman diventano gli eroi di una scena che, per un certo periodo, riesce addirittura a ritagliarsi un mercato discografico significativo. Dischi interamente strumentali, concerti affollati e un pubblico di appassionati disposto ad ascoltare musica nella quale il virtuosismo chitarristico è protagonista assoluto. Già dagli anni Novanta con il Grunge prima e il Britpop poi, però, questo mondo comincia a dividersi. Da una parte la chitarra virtuosistica sopravvive ai piani alti del metal e del progressive, basti pensare ai Pantera o ai Dream Theater. Dall'altra, la musica strumentale per chitarra diventa progressivamente una nicchia, sempre più autoreferenziale e lontana dagli interessi della discografia. Con gli anni Duemila, l'esplosione del nu metal, le contaminazioni elettroniche dell'alternative rock, il ritorno del pop punk, l'emo e soprattutto la popolarità assoluta dell'indie rock, quel tipo di virtuosismo sembra perdere definitivamente centralità. Eppure, proprio mentre la chitarra solista sembra scomparire dalle nuove tendenze musicali, succede qualcosa di interessante. Con YouTube, una nuova generazione di giovanissimi musicisti riscopre i concerti, le esibizioni e i metodi didattici dei grandi virtuosi del passato. Si riaccende una passione per la tecnica chitarristica che, intorno al 2010, comincia a produrre risultati sorprendenti. Gli Animals as Leaders di Tosin Abasi portano il linguaggio ritmico dei Meshuggah verso una musica strumentale che fonde elettronica modernissima metal, progressive e math rock, con due chitarre a otto corde e una batteria. Guthrie Govan si afferma come uno dei più straordinari chitarristi dei chitarristi: un virtuoso onnivoro, capace di attraversare con disinvoltura il linguaggio di Van Halen, Allan Holdsworth, Scott Henderson e B.B. King. Nel metal brillano i Nevermore con le chitarre di Jeff Loomis e Chris Broderick, destinato a entrare nei Megadeth. Persino Paul Gilbert, già icona dello shred degli anni Ottanta con i Racer X e rockstar con i Mr. Big, torna a dedicarsi intensamente alla musica strumentale. È in questo contesto che affiorano i Polyphia.


 Qualcosa di diverso

La band nasce a Plano, in Texas, all'inizio degli anni Dieci. Al centro ci sono due giovanissimi chitarristi, Tim Henson e Scott LePage, affiancati nel corso della loro storia da Clay Gober al basso e Clay Aeschliman alla batteria. Inizialmente sembrano appartenere proprio a quella nuova generazione di ragazzi prodigio che, grazie a internet, conquista visibilità pubblicando esecuzioni chitarristiche tecnicamente impossibili. Il loro primo album, Muse del 2014, è ancora profondamente legato al metal tecnico e allo shred. Del resto, la loro formazione musicale sembra portarli inevitabilmente in quella direzione. LePage cresce ascoltando Black Sabbath, Meshuggah e Stevie Ray Vaughan, mentre Henson, che ha alle spalle anche studi di violino classico, idolatra Jimi Hendrix. Entrambi sviluppano una tecnica chitarristica impressionante. Ma proprio quando sembrano pronti a diventare gli ennesimi eredi di quella tradizione, arriva una sorta di epifania. Henson e LePage si rendono conto che gran parte della musica strumentale per chitarra è diventata vecchia, stantia, derivativa. Riconoscono a Steve Vai, Satriani e Van Halen il merito di aver inventato linguaggi nuovi, ma considerano buona parte dei loro epigoni musicisti che continuano a riprodurre formule già ampiamente esplorate. «Lo shred è bello, ma dopo un po', e allora?», osserva Henson. LePage è ancora più esplicito: «Joe Satriani e Steve Vai spaccano perché sono gli originali, ma l'ondata di chitarristi arrivata dopo di loro non stava portando quella musica da nessuna parte di nuovo». La loro intuizione è semplice: perché continuare a scrivere musica per chitarristi, quando si potrebbe utilizzare quello straordinario bagaglio tecnico per fare musica completamente diversa? Sono ragazzi giovani, ascoltano la radio, si interessano all'hip-hop, al rap, alla trap, all'elettronica e al pop contemporaneo. Henson dichiara apertamente di ascoltare quasi esclusivamente rap e indica in Drake uno dei suoi riferimenti assoluti. E proprio quella musica, apparentemente lontanissima dal virtuosismo strumentale, diventa il nuovo orizzonte creativo dei Polyphia. Il cambiamento prende forma attraverso Renaissance (2016), l'EP The Most Hated (2017) e soprattutto New Levels New Devils (2018), per cristallizzarsi in maniera pressoché perfetta con Remember That You Will Die del 2022.


Chitarristi come produttori

La vera rivoluzione dei Polyphia non consiste semplicemente nell'aver mescolato generi differenti. È nell'aver cambiato completamente il modo di concepire il ruolo della chitarra all'interno della musica. Il virtuosismo rimane straordinario, ma smette di essere il fine ultimo della composizione. Henson e LePage cominciano a ragionare più come produttori di hip-hop, trap e pop elettronico che come chitarristi rock tradizionali. Basso e batteria non devono necessariamente costruire una sezione ritmica devastante, come nel metal. Devono creare groove, beat, incastri ritmici sui quali le chitarre possano sviluppare tessiture melodiche originali. Gli assoli tradizionali lasciano spazio a riff nei quali convivono accompagnamento, melodia e virtuosismo, spesso all'interno della stessa frase. Cambia radicalmente anche il suono. Per decenni il virtuosismo chitarristico, soprattutto quello costruito su armonizzazioni e incastri fra due chitarre, è stato associato alla distorsione: dai Judas Priest e Iron Maiden ai Racer X, dai Nevermore agli Avenged Sevenfold. I Polyphia spiazzano utilizzando prevalentemente suoni puliti, chitarre Ibanez con corde di nylon elettrificate, armonici, tapping, tecniche percussive e articolazioni ritmiche che richiamano talvolta il flamenco. Le loro melodie possono avere inflessioni mediorientali, atmosfere oscure vicine alla trap o una leggerezza quasi pop. Il tutto sopra groove che sembrano provenire più da una produzione hip-hop che da una band metal. La tecnologia diventa parte integrante della scrittura. Alcune parti nascono in MIDI e vengono successivamente tradotte sulla chitarra; altre sfruttano vocoder, elaborazioni digitali e tecniche esecutive capaci di produrre effetti apparentemente elettronici. In “Saucy”, per esempio, particolari arpeggi di accordi suonati con una tecnica di raking creano l'impressione che le chitarre siano state registrate al contrario. In “G.O.A.T.” la fusione fra riff ritmico e fraseggio solista diventa una delle caratteristiche più riconoscibili del loro linguaggio. In “Playing God”, invece, il suono delle chitarre con corde di nylon, le suggestioni flamenco e l'incredibile articolazione delle parti mostrano quanto la band si sia ormai allontanata dall'immaginario dello shred metal tradizionale. Henson spiega di essere molto più interessato al modo in cui viene suonata ogni singola nota che alla quantità di note utilizzate: "Una frase deve essere riconoscibile, deve rimanere in testa. La tecnica serve a renderla interessante, non a sommergerla." Ed è qui che i Polyphia vincono la loro scommessa. Chi è cresciuto ascoltando Yes, King Crimson, Dream Theater o i grandi virtuosi della chitarra continua a trovare nella loro musica esecuzioni e arrangiamenti prodigiosi, incastri ritmici complicatissimi e un arsenale tecnico impressionante. Chi è interessato alla produzione contemporanea può divertirsi a riconoscere l'utilizzo creativo dell'elettronica, dei beat e delle tecnologie digitali. Ma soprattutto i Polyphia riescono a interessare anche chi dello shred, del metal e del virtuosismo chitarristico non sa assolutamente nulla. I loro concerti non sono più frequentati esclusivamente da musicisti e appassionati di chitarra. Henson e LePage raccontano con soddisfazione di avere un pubblico eterogeneo, con una presenza femminile insolita rispetto alla tradizionale scena shred. Durante gli spettacoli organizzano persino momenti di "mobbing": «Facciamo questa cosa chiamata “mobbing" - spiega Henson - " in cui portiamo sul palco delle persone insieme a noi, una folla intera. È una cosa che viene un po' dall'hip-hop». Non è un dettaglio secondario. Significa che la loro musica ha superato i confini di una nicchia e ha cominciato a funzionare secondo le stesse dinamiche di coinvolgimento del pop e del rap contemporanei.


Be Not Afraid

Remember That You Will Die rappresenta la consacrazione di questo percorso. Un album che arriva nelle classifiche americane e che ospita, nel brano conclusivo “Ego Death”, proprio Steve Vai. La presenza di Vai ha quasi il valore di un simbolico passaggio di consegne. Uno dei musicisti che negli anni Ottanta avevano contribuito a inventare e rendere popolare la musica strumentale per chitarra incontra una band che ne ha raccolto l'eredità, trasformandola radicalmente. Il percorso prosegue con Be Not Afraid, quinto album pubblicato nell'ottobre 2026, nel quale i Polyphia estremizzano ulteriormente la contaminazione elettronica, avvicinandosi a sonorità EDM, atmosfere più oscure e una concezione della produzione ancora più stratificata. La chitarra continua a essere protagonista, ma si integra sempre più profondamente in un linguaggio musicale che non sente il bisogno di appartenere a un genere preciso. Non sorprende, allora, che Henson arrivi provocatoriamente ad augurarsi la morte della musica per chitarra. Non perché voglia rinunciare allo strumento, ma perché considera ormai superata l'idea di una musica costruita esclusivamente per celebrare le possibilità tecniche della chitarra. In fondo, è proprio questo il messaggio più interessante dei Polyphia: il virtuosismo può continuare a evolversi soltanto se smette di clonare se stesso, confrontandosi con linguaggi, suoni e sensibilità musicali nuovi. 


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