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Prince e il Love Symbol: da copertina a manifesto di libertà

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Author image Gianluigi Riccardo

13 ottobre 2026 alle ore 12:34, agg. alle 12:50

Nato dalla fusione dei simboli di Marte e Venere, il segno passò dalla copertina del 1992 al centro dello scontro di Prince con Warner

l 13 ottobre 1992 Prince pubblica il suo quattordicesimo album in studio, realizzato insieme ai New Power Generation. Sulla copertina non c’è un titolo leggibile: al posto del nome compare un segno sinuoso, a metà tra un glifo, una firma e un rebus.

Il disco sarà chiamato Love Symbol Album come la dicitura che appare sul dorso del CD; il titolo ufficiale, però, è proprio quel simbolo impossibile da pronunciare. In quel momento è ancora soltanto un’immagine, una scelta grafica che accompagna un progetto musicale e visivo. Pochi mesi dopo diventerà il nome con cui Prince sfiderà la propria casa discografica. La vicenda è spesso raccontata come una provocazione eccentrica, ma il suo centro è molto concreto: chi può decidere come un artista viene identificato, quando la sua musica esce e chi controlla le registrazioni che realizza? Il suo nome si leggeva, ma non si pronunciava: il segno rendeva letterale la distanza tra una persona e il marchio che conoscevano milioni di persone.

Come nasce il Love Symbol

Il segno non nacque in una notte dal nulla. Prince e il suo gruppo creativo avevano esplorato per anni l’unione tra i simboli astrologici di Marte e Venere; nel 1992 il direttore creativo Sotera Tschetter preparò il brief e coinvolse i designer Mitch Monson e Lizz Luce per arrivare alla forma definitiva. Monson e Luce lavorarono per una notte, poi Prince scelse quasi subito il disegno che conosciamo.

Il team pensava che sarebbe servito a identificare il disco o i video di “7”, “Sexy M.F.” e “My Name Is Prince”; non sapeva ancora che sarebbe diventato la sua firma pubblica. La fusione di maschile e femminile era centrale: Monson ricordò che Prince chiedeva una qualità femminile e una compresenza dei due elementi. La forma volutamente asimmetrica, con il ricciolo e la barra inclinata, non era un errore da correggere. Poteva evocare insieme sessualità, ambiguità, amore e perfino una croce: un’immagine abbastanza aperta da contenere le contraddizioni che Prince aveva trasformato da sempre in linguaggio pop.

La prima uscita del simbolo come titolo di un album arrivò dunque il 13 ottobre 1992, accreditata a Prince e alla New Power Generation per Paisley Park e Warner Bros. Il disco, con 18 tracce, segue Diamonds and Pearls e spinge ancora più avanti il dialogo tra band e frontman: funk, rock, rap, ballate, chitarre taglienti e inserti gospel convivono in un lavoro concepito come un racconto, con intermezzi e personaggi. “My Name Is Prince” sembra già giocare con l’identità, “7” diventerà il singolo più fortunato del progetto nel Regno Unito, mentre “Sexy M.F.” porta in primo piano la dimensione funk, carnale e provocatoria di quell’epoca. Il simbolo, quindi, non era un adesivo applicato a posteriori: era entrato nell’immaginario dell’album e nel modo in cui Prince presentava la sua musica. La campagna visiva proseguì nei video e sul palco, facendo del marchio un filo che legava musica, immagine e racconto. Il pubblico poteva chiamarlo Love Symbol, ma nel 1992 il nome dell’artista stampato sui crediti restava ancora Prince.


Il cambio di nome e lo scontro con Warner

La rottura con Warner si consumò sul terreno del controllo. Nel 1992 Prince aveva firmato un nuovo accordo di sei album che gli permetteva di pubblicarne al massimo uno all’anno; lui voleva far uscire la musica con la rapidità con cui la registrava e contestava anche il controllo dell’etichetta sui master.

Il 7 giugno 1993, nel giorno del suo trentacinquesimo compleanno, annunciò che avrebbe abbandonato il nome Prince per quel glifo. Nel comunicato spiegò che quello era “il primo passo verso l’obiettivo finale di emanciparmi dalle catene che mi legano a Warner Bros.”, aggiungendo che la casa discografica aveva registrato il suo nome e lo usava per promuovere la musica scritta da lui.

La mossa non cancellò il contratto: secondo l’avvocato Londell McMillan, Prince pensava che cambiare nome potesse invalidarlo, ma non fu così. I media ricevettero un floppy disk con il font necessario a riprodurre il simbolo e finirono per chiamarlo “The Artist Formerly Known as Prince”. Quando apparve con la parola “slave” sulla guancia e disse ai Brit Awards “On record: slave”, la controversia era diventata parte della storia pubblica dell’industria discografica.



Perché il Love Symbol è un caso esemplare

È questo a rendere il Love Symbol un caso esemplare: un’identità visiva trasformata in argomento legale e in strumento di pressione, capace di rendere popolare una discussione altrimenti confinata a contratti, compensi e diritti sui master.

Prince non riuscì a liberarsi dagli obblighi di Warner cambiando nome, e la sua strategia non risolse automaticamente la questione della proprietà delle registrazioni; rese però visibile il divario tra l’autore che crea un catalogo e l’azienda che può controllarne sfruttamento e calendario. Il conflitto sarebbe proseguito per anni, mentre lui continuava a consegnare dischi e a usare il simbolo come firma.

Nel 2000, terminato il contratto, tornò a chiamarsi Prince. Il segno, però, aveva già oltrepassato la funzione di logo: raccontava il desiderio di non lasciare che un marchio, un accordo o una macchina promozionale definissero l’artista al posto suo. Per questo la sua storia non è soltanto quella di un nome impronunciabile. È la storia di una pop star che trasformò un conflitto sul potere in un’immagine riconoscibile da tutti.

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