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Manchester, molto più degli Oasis: la città che ha cambiato la musica UK

Manchester, molto più degli Oasis: la città che ha cambiato la musica UK
Gianluigi RiccardoGianluigi Riccardo
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Dal concerto dei Sex Pistols che accese i Buzzcocks alla Factory, dall’Haçienda a Maruja: una storia di musica, città e indipendenza.

Gli Oasis sono ancora il nome che fa più rumore, ma Manchester non si esaurisce in una reunion, per quanto attesa. Il 2027 porterà la band per undici serate all’Etihad Stadium (e, dalle nostre parti, per tre show sold out allo Stadio Olimpico di Roma il 26, 29 e 30 luglio); intanto Bev Craig, sindaca di Greater Manchester, ha annunciato un investimento di 2 milioni di sterline per rendere più accessibili spazi per prove e produzione, in aggiunta ai 4 milioni già previsti dal Culture Fund.

L’obiettivo dichiarato è aiutare una nuova generazione di artisti a trovare spazio in un settore sempre più costoso e concentrato su Londra. Craig ha detto che il sostegno deve arrivare ai musicisti “che abbiano o meno le chitarre”. La frase dà il senso della notizia, ma anche del racconto che la città deve fare di sé: gli Oasis sono una parte enorme della sua storia, non il suo riassunto.

"Siamo conosciuti, penso, in tutto il mondo per l'influenza che alcune delle nostre band indie rock hanno avuto sulla musica della Greater Manchester, ma la scena musicale della Greater Manchester non si limita solo agli Oasis", ha detto Craig a proposito della decisione di organizzare in città, a distanza dei pochi giorni dai Brit Awards, i Mobo Awards, principale celebrazione europea della cultura black.

Per capire perché Manchester continui a generare musiche tanto diverse bisogna guardare alle strade, ai locali, alle comunità e agli spazi che hanno permesso alle scene di incontrarsi.


Una città musicale prima dei Sex Pistols

Il 4 giugno 1976 è diventato un punto d’origine quasi obbligato: la data del concerto dei Sex Pistols al Lesser Free Trade Hall, il momento in cui una manciata di spettatori avrebbe deciso di mettere in piedi nuove band.

Ma Manchester non aspettava quel concerto per diventare una città musicale. Prima c’erano stati i successi pop degli Hollies e dei Bee Gees, le canzoni di 10cc e il lavoro degli studi di registrazione di Stockport. Proprio lì, negli Strawberry Studios, 10cc svilupparono una scrittura ironica e meticolosa, fatta di melodie pop, arrangiamenti elaborati e sperimentazione in studio.  Anche la televisione contava. Granada TV portava nelle case del Nord accenti e musiche locali; in seguito, programmi come So It Goes avrebbero dato una vetrina nazionale a band che i canali più grandi tendevano a ignorare, trasformando il factotum Tony Wilson in eroe dell'alternative.

La città si era formata come centro industriale e commerciale, attirando persone da molte parti del mondo. Le migrazioni irlandesi dell’Ottocento, poi quelle caraibiche e sudasiatiche del dopoguerra, hanno contribuito a costruire una Manchester fatta di quartieri, lingue e tradizioni musicali differenti.

Moss Side, per esempio, ospitava club caraibici e sound system: spazi di ritrovo per la comunità nera, ma anche luoghi in cui altri pubblici potevano incontrare nuovi suoni. Il Northern Soul, con il suo legame transatlantico con il soul afroamericano, trovò nel Twisted Wheel uno dei suoi luoghi cruciali. Questa storia spesso resta ai margini del racconto dominato da chitarre, Factory Records e Oasis. Tenerla dentro significa ricordare che la cultura musicale della città è sempre stata più ampia del suo canone più esportabile, e che l’immigrazione non è uno sfondo decorativo: ha contribuito a formare comunità, pubblici e circuiti d’ascolto. 

Poi c’è il contesto materiale. La crisi dell’industria e la trasformazione economica degli anni Settanta lasciarono in città fabbriche, magazzini e altri spazi inutilizzati. Quei luoghi, spesso più accessibili degli spazi commerciali, offrirono sale per provare, club da inventare, occasioni per incontrarsi e fare da sé. La scena crebbe attraverso iniziative indipendenti: serate, etichette, negozi di dischi, studi e locali che si passavano artisti e pubblico.

Gli studi sulla storia musicale di Manchester descrivono proprio questo rapporto tra eredità industriale, progetti dal basso e trasformazione della città. Non fu un piano costruito a tavolino per creare un “brand” musicale: prima vennero le persone e i luoghi, poi arrivò il racconto della città creativa.


Il punk, la Factory e la rete che si mette in moto

Il concerto dei Sex Pistols al Lesser Free Trade Hall fu organizzato da Pete Shelley e Howard Devoto dei Buzzcocks, dopo che i due erano andati a vedere la band a Londra. In platea, tra le persone che avrebbero poi attraversato la storia musicale della città, c’erano Peter Hook e Bernard Sumner, futuri membri di Joy Division e New Order, Morrissey, Mark E. Smith dei Fall e il giornalista di Granada Tony Wilson.

Il racconto di quella sera è stato ingrandito, ripetuto e in parte trasformato in leggenda; il suo valore, però, non dipende dal fatto che ogni futuro musicista di Manchester fosse davvero lì. Quel concerto mise in circolo un’idea semplice: per fare una band non servivano il permesso di una major, un virtuosismo impeccabile o un trasferimento a Londra. Nel 1977 i Buzzcocks la tradussero in un gesto concreto, pubblicando da soli l’EP Spiral Scratch con la propria etichetta, New Hormones. Il punk, a Manchester, fu anche un modello pratico di autonomia. 

Tony Wilson fu uno dei nodi di quella rete. Giornalista e conduttore di Granada TV, aveva accesso a un mezzo di comunicazione e lo usò per dare spazio a una musica nuova. Nel 1978, insieme ad Alan Erasmus, avviò Factory Records, che avrebbe pubblicato Joy Division, New Order, A Certain Ratio e The Durutti Column, oltre a Happy Mondays.

L’etichetta costruì un’identità riconoscibile anche attraverso le copertine di Peter Saville e il lavoro del produttore Martin Hannett. Con Joy Division, Hannett trasformò chitarre, basso e batteria in un suono più rarefatto e inquieto: il paesaggio industriale della città diventava un’atmosfera, una tensione che attraversava canzoni come “She’s Lost Control”.

Dopo la morte di Ian Curtis, i membri rimasti ripartirono come New Order, portando sintetizzatori e drum machine dentro una storia che non aveva mai smesso di guardare al rock. La Factory non fu soltanto una casa discografica: mise in contatto artisti, grafici, giornalisti, promoter e locali, rendendo possibile una scena che si pensava come comunità. 

La scena, però, non ebbe mai un solo suono. Gli Smiths costruirono un indie-pop tagliente, capace di tenere insieme chitarre luminose e testi di alienazione; i Fall di Mark E. Smith scelsero invece una forma instabile, aspra, quasi ostile alle convenzioni della canzone. I Chameleons, nati a Middleton, nella Greater Manchester, portarono nel post-punk chitarre stratificate e una sensibilità che avrebbe incrociato wave e goth. Aggiungere questi nomi significa togliere un po’ di rigidità alla mappa: la città non passò ordinatamente dal punk alla Factory, poi dall’indie alla dance. Le scene si sovrapposero, si ascoltarono e si contraddissero. Anche la lezione di 10cc — l’attenzione alla costruzione del suono, il gusto per l’artificio e per la sorpresa in studio — apparteneva a un’altra genealogia, ma dimostrava che il rapporto tra Manchester e la musica non si è mai limitato all’energia grezza delle chitarre.


Dalla Factory all’Haçienda: chitarre, club e macchine

Nel 1982 la Factory aprì l’Haçienda, un club ricavato in un ex magazzino vicino al canale. Per anni il locale fu un punto d’incontro tra band, DJ, pubblico delle serate soul e nuovi suoni elettronici: non una semplice vetrina per gruppi già affermati, ma uno spazio in cui la musica dal vivo e quella da ballare potevano toccarsi.

Dentro e attorno a quel circuito si sviluppò una scena che non separava nettamente indie e dance. New Order portavano la propria esperienza post-punk sulla pista; i DJ e i produttori lavoravano con house e acid house, assorbendo materiali arrivati da Chicago e Detroit e trasformandoli in un suono locale. La cultura dei club aveva radici più ampie della sola Haçienda, dalle serate soul ai negozi di dischi come Eastern Bloc. È in questo intreccio che si affermarono 808 State e A Guy Called Gerald. Graham Massey ha raccontato che l’idea iniziale era: “ci piace l’acid house, facciamo acid house”; poi il risultato prese una direzione diversa, “molto influenzata dalla musica alternativa britannica”. La pista non cancellava le chitarre: le rimetteva in circolo. 

La stagione poi ribattezzata Madchester rese visibile quella miscela. Gli Stone Roses portarono nella scena un’idea di rock psichedelico luminosa e corale; gli Happy Mondays la contaminarono con ritmi da club, slang e un’attitudine più sgangherata. Attorno a loro c’erano gli Inspiral Carpets, James e un’intera rete di gruppi, serate e figure locali. Non era una scena uniforme: era un modo di far convivere band, DJ, moda e cultura giovanile, e di trasformare il club in un luogo in cui il pubblico partecipava alla costruzione del suono e dell’immagine. Anche qui il mito tende a semplificare, come se tutto fosse nato in un unico locale o avesse avuto un’unica colonna sonora. In realtà l’Haçienda fu un catalizzatore dentro una rete più grande. E il suo impatto non si esaurì con la fine della stagione Madchester: contribuì a rendere credibile l’idea che da una città del Nord potesse partire una musica capace di dettare il passo al resto del Regno Unito. 

L’elettronica proseguì ben oltre l’immaginario della pista. Autechre, nati a Rochdale, portarono il rapporto con le macchine verso una ricerca più astratta e radicale; i Chemical Brothers si incontrarono all’Università di Manchester, dove iniziarono a incrociare cultura da club, psichedelia e rock prima di diventare uno dei duo più influenti della musica elettronica britannica.

Non tutti questi artisti sono nati in città, e non tutti rappresentano lo stesso suono: è proprio questo il punto. Manchester è stata un luogo di formazione e collisione, capace di mettere in contatto persone arrivate da altrove con una rete di club, negozi, università e band. La sua storia elettronica non è un capitolo separato da quello del punk o dell’indie. È un’altra risposta alla stessa domanda: cosa succede quando una scena ha spazi, pubblico e libertà per mescolare linguaggi senza chiedere il permesso a una capitale culturale?


Oasis, il pop e la città-regione

Gli Oasis sono una delle risposte più potenti a quella domanda, ma non la risposta definitiva. Il loro britpop ha riportato al centro le chitarre, il songwriting diretto e un’identità popolare riconoscibile in tutto il mondo; la reunion ha confermato quanto quel repertorio sia ancora capace di mobilitare il pubblico. Ma la geografia musicale non coincide con il solo centro urbano. The Verve arrivavano da Wigan, oggi parte di Greater Manchester; i Charlatans, pur non essendo una band nata nel municipio di Manchester, finirono per gravitare nell’orbita della scena Madchester. E dal 1990, nella stessa area, i Take That costruivano un pop da classifica con un modello molto diverso da quello dei gruppi indipendenti. Stockport aggiunge i Blossoms e la sua storia di studi e sale. Tenere insieme queste traiettorie significa riconoscere una città-regione: non una scuola con un unico stile, ma un territorio in cui pop, indie, rock, dance e sperimentazione hanno potuto crescere accanto, a volte intrecciandosi e a volte ignorandosi. 

Anche oggi le coordinate sono diverse tra loro. The 1975 hanno portato un pop sofisticato (?), da classifica, capace di assorbire rock, elettronica e linguaggi contemporanei; i Blossoms hanno scelto un’indie più melodico e britannico. I Maruja spingono il post-punk verso improvvisazione, sax e tensione jazz; i Westside Cowboy, una delle nuove band di Manchester più seguite, hanno vinto la competizione Emerging Talent di Glastonbury nel 2025 e portano nell’indie un gusto per l’imperfezione e la spontaneità. Non c’è un “nuovo Oasis” da trovare per forza. La continuità sta nella possibilità di cambiare forma, nella varietà di influenze e nel fatto che la scena continua a interrogarsi sulle proprie condizioni materiali: locali, sale prova e opportunità per emergere.


Cinque band meno scontate per capire Manchester

Buzzcocks.

Nati a Bolton, nella Greater Manchester, sono il collegamento più diretto tra il sostrato della città e la nascita di una scena indipendente nel Nord. Pete Shelley e Howard Devoto organizzarono quella serata al Lesser Free Trade Hall; pochi mesi dopo, i Buzzcocks pubblicarono Spiral Scratch sulla propria etichetta, New Hormones. Il disco, inciso e distribuito fuori dal circuito delle major, dimostrò che una band poteva costruirsi un pubblico anche senza aspettare il via libera dell’industria londinese.

E dentro quel gesto DIY c’era già una delle loro caratteristiche migliori: il punk non come rumore fine a sé stesso, ma come canzone breve, melodica, nervosa, capace di parlare a chi si sentiva tagliato fuori. Il loro peso, quindi, non sta solo nell’aver aperto la porta a gruppi successivi: sta nell’aver mostrato come attraversarla. 


The Fall

Mark E. Smith formò il gruppo nel 1976 a Prestwich, a nord di Manchester.

Per oltre quattro decenni i Fall costruirono un repertorio che sembrava sempre sul punto di deragliare: chitarre secche, ritmi insistenti, parole sputate o declamate, un suono che non cercava di piacere e non si lasciava rifinire in una formula.

Album come Hex Enduction Hour e This Nation’s Saving Grace mostrano due facce della stessa inquietudine: da una parte il clangore del post-punk, dall’altra una scrittura capace di osservare con sarcasmo la vita ordinaria, il lavoro, la politica e le manie della cultura inglese.

Smith cambiava continuamente formazione, ma il gruppo non diventò mai un progetto solista travestito da band: il conflitto tra la sua voce e i musicisti era parte del suono. I Fall sono fondamentali perché dimostrano che la scena di Manchester non era fatta solo di inni generazionali; poteva essere ostinata, obliqua e persino scomoda. 


A Certain Ratio

Formati a Flixton nel 1977, portarono nel post-punk un’idea ritmica che guardava oltre il classico triangolo chitarra-basso-batteria.

La loro musica incrociava funk, disco e suggestioni latine con l’urgenza del punk, aggiungendo percussioni e fiati a un suono che poteva essere spigoloso ma anche profondamente fisico. Furono tra i primi gruppi associati alla Factory Records: il singolo All Night Party uscì nel 1979, quando l’etichetta stava ancora definendo la propria identità. Invece di scegliere tra avanguardia e pista da ballo, A Certain Ratio provarono a farle convivere;per questo sono una chiave utile per capire come, a Manchester, la musica elettronica e quella da club non siano comparse all’improvviso con l’acid house.

La contaminazione era già all’opera, in una band che prendeva il funk sul serio e lo usava per forzare i confini del rock. 


The Chameleons

Arrivavano da Middleton, nella Greater Manchester, e si formarono nel 1981. Nei loro dischi il post-punk si allarga in chitarre stratificate, linee di basso melodiche e atmosfere che sembrano aprire la canzone invece di chiuderla in un riff.

Script of the Bridge, il debutto del 1983, è il posto migliore da cui cominciare: un album teso e insieme spazioso, dove la cupezza non rinuncia alla melodia. I Chameleons non raggiunsero il successo pop di altri gruppi della loro epoca, ma la loro influenza è arrivata molto lontano, dal goth e dal dream pop fino all’indie e al post-punk revival.

Sono una band fondamentale proprio perché aiutano a correggere la mappa: la Manchester degli anni Ottanta non si riduce al confronto tra gli Smiths e Joy Division/New Order. C’era anche una scena di gruppi meno esposti, con un suono personale e una reputazione cresciuta soprattutto attraverso l’ascolto e il passaparola. 


808 State

Nel 1988 Graham Massey, Martin Price e Gerald Simpson — poi noto come A Guy Called Gerald — erano al centro della nuova scena elettronica di Manchester. Newbuild uscì quell’anno; poco dopo arrivò Pacific State, con il suo ritmo ipnotico e una produzione che allargava l’acid house oltre la dimensione del singolo club.

Simpson lasciò il gruppo per proseguire il proprio percorso, ma il dialogo tra i tre è una parte decisiva della storia: musicisti provenienti da esperienze diverse si incontravano tra negozi di dischi, studi, serate e macchine elettroniche.

Poi quella musica diventò qualcosa di diverso, inglobando le istanze dell'epoca e creando un ponte virtuale tra mondi. È una sintesi perfetta di Manchester: non un suono nato isolato, ma una scena che assorbiva influenze e le trasformava.