Dieci album rock dal vivo pazzeschi

Dieci grandi live rock, tra classici e scoperte meno scontate. Perché il palco rivela spesso la vera anima di una band, anche quella che i dischi nascondono.
Ci siamo divertiti a raccogliere dieci album rock dal vivo che amiamo particolarmente. Nessuna classifica, nessuna pretesa di individuare i migliori di sempre: abbiamo cercato soprattutto concerti capaci di raccontare qualcosa di sorprendente, magari meno conosciuto, delle band protagoniste.
Perché il palco, nel bene e nel male, non mente. Se in studio produzioni e arrangiamenti possono trasformare profondamente il suono di una band, dal vivo emergono la sua vera natura, la preparazione dei musicisti e, soprattutto, la loro personalità.
Ci siamo divertiti a mettere insieme una raccolta di alcuni dei dischi rock dal vivo che ci piacciono di più. Naturalmente ci siamo guardati bene dal proporre l'ennesima classifica dei migliori live di sempre: ne esistono già tantissime, spesso anche molto convincenti, e non avrebbe avuto molto senso riproporre una selezione dei soliti grandi classici, facilmente rintracciabili ovunque. Abbiamo preferito cercare anche qualcosa di meno scontato, soprattutto concerti che ci permettessero di scoprire una dimensione diversa, magari più verace e meno immediata, di alcune band. Perché forse è proprio questa una delle componenti più affascinanti della musica dal vivo: la capacità di tirare fuori l'anima autentica di un gruppo. In studio, un produttore artistico, una particolare ricerca sonora o una direzione stilistica possono portare una band a esprimersi in una dimensione particolarmente felice, talvolta persino lontana dalla sua natura più spontanea. Ma poi arriva il concerto, e il palco non mente. Un musicista torna a suonare nella maniera che gli viene più naturale, a esprimersi per quello che è. E così, nel bene e nel male, il live finisce spesso per raccontarci chi siano davvero i musicisti che ascoltiamo sui dischi. Non a caso, una delle delusioni più cocenti per un appassionato di rock è scoprire che quella potenza, quella precisione, quella coesione o quell'originalità sonora che lo avevano conquistato in un album non riescono a trovare la stessa efficacia sul palco. Proprio per questo abbiamo privilegiato registrazioni nelle quali le band ci impressionano non soltanto per la qualità delle canzoni, ma soprattutto per l'intensità, la potenza, la precisione e la riuscita delle loro esecuzioni. È il caso, per esempio, degli Oasis del 2005. Una band che aveva già vissuto il proprio momento di massima centralità nella scena rock degli anni Novanta, ma che nel concerto che abbiamo scelto mostra soprattutto una maturità strumentale impressionante: un suono poderoso, una coesione straordinaria e la sicurezza di musicisti ormai fatti e finiti, con le contropalle. Oppure i Police, dei quali suggeriamo un disco che ci permette di riscoprire la loro anima punk. Una componente della loro storia di cui si parla spesso, ma che forse gli ascoltatori più giovani, abituati soprattutto all'eleganza delle loro grandi hit, fanno fatica a mettere a fuoco. Eppure, mentre sul palco picchiano e corrono come forsennati, tra un brano e l'altro si aprono improvvisazioni e jam reggae che rivelano una perizia esecutiva e un'intelligenza musicale pazzesche. Lo stesso vale per i Nirvana. Quando si parla dei loro concerti, sarebbe naturale citare Unplugged in New York, una pagina di intensità e poesia straordinarie. Noi abbiamo preferito Live at Reading, perché ci restituisce l'altra faccia della band: quella di un gruppo capace di sprigionare dal vivo un'irruenza, una potenza sonora e un impatto assolutamente devastanti. La nostra selezione prosegue in questa direzione, concedendosi anche qualche incursione decisamente più nerd e di nicchia, come i Racer X, oppure ascolti più impegnativi come Frank Zappa, accanto a dischi universalmente riconosciuti come imprescindibili, da Rock ’n’ Roll Animal di Lou Reed a No Sleep ’Til Hammersmith dei Motörhead. Insomma, buon divertimento e buon ascolto. E, come sempre, siamo curiosissimi di sapere quali sono i vostri live del cuore, quelli che avreste senz'altro incluso in questa raccolta e quelli che, secondo voi, raccontano meglio di qualsiasi disco in studio la vera anima di una band.
Nirvana – Live at Reading (2009)
Se MTV Unplugged in New York (1994) aveva rivelato tutta la poesia e la fragilità di Kurt Cobain, Live at Reading, registrato nel 1992, circolato per anni come bootleg e pubblicato ufficialmente soltanto nel 2009, immortala i Nirvana al massimo della loro potenza e ispirazione, all'apice del successo di Nevermind (1991). Una band in stato di grazia, nonostante le tensioni interne e i problemi personali di Cobain, che stupisce alla chitarra: la stupra letteralmente, alternando violenza rumoristica, sequenze di accordi devastanti e un'incisività che ne fa uno dei chitarristi più straordinari e anticonvenzionali della storia del rock. Un'esibizione che, viste le condizioni della band, poteva sembrare un clamoroso canto del cigno. E invece i Nirvana avevano ancora una carta gigantesca da giocarsi: In Utero, un album altrettanto importante e artisticamente devastante.
Lou Reed – Rock ’n’ Roll Animal (1974)
Lou Reed è stato tutto e il contrario di tutto: dal pop raffinato di Transformer (1972) alla brutalità di Metal Machine Music (1975), dalla psichedelia dei Velvet Underground ai bozzetti urbani che anticipano il punk. Eppure, Rock ’n’ Roll Animal lo immortala nella sua veste più immediata, carnale e travolgente. Registrato nel dicembre 1973 e nato come operazione commerciale per rilanciarne la carriera dopo la controversa accoglienza di Berlin, diventa un miracolo rock grazie a una band stellare, dominata dalle chitarre di Steve Hunter e Dick Wagner. I classici dei Velvet Underground si trasformano in esplosioni elettriche, tra assoli bluesy, sensuali e sanguigni, sostenuti da una sezione ritmica poderosa. Ma il vero colpo di genio è il contrasto tra la voce algida, cinica e distaccata di Reed e il calore viscerale dei musicisti: un paradosso irresistibile che rende questo disco una delle testimonianze più potenti della storia del rock. (LEGGI LA STORIA DEL DISCO)
Motörhead – No Sleep ’Til Hammersmith (1981)
Pochi dischi raccontano con altrettanta efficacia il contributo dei Motörhead all'evoluzione del rock: prendere la velocità, la violenza e l'irruenza del punk e combinarle con la potenza sonora, la precisione e la cura del suono dell'heavy metal. Un incontro esplosivo che avrebbe contribuito a gettare le fondamenta del thrash metal, come riconosciuto da innumerevoli band, Metallica in testa. No Sleep ’Til Hammersmith compie poi un'impresa quasi impossibile: i Motörhead riescono a picchiare dal vivo ancora più forte che nei loro già eccellenti dischi in studio. Il basso di Lemmy è una via di mezzo tra un trattore e un'orchestra distorta, tanto è enorme il volume e lo spazio che occupa, sostenuto dalla batteria furibonda ma impeccabile di Phil “Philthy Animal” Taylor. In mezzo a queste due presenze ingombranti, la chitarra di “Fast” Eddie Clarke riesce miracolosamente a ritagliarsi uno spazio, con riff taglienti e assoli nervosi, di matrice blues. Un suono ruvido, devastante, ma mai confuso. E a testimoniare quanto questo live sia entrato nell'immaginario del rock, basti pensare che persino i Beastie Boys, tra le formazioni più discole, maleducate e casinare della storia, gli renderanno omaggio nel titolo del loro celebre "No Sleep Till Brooklyn". (LEGGI LA STORIA DEL DISCO)
Oasis – Live in Manchester 2005 (pubblicato nel 2007)
Il live più conosciuto degli Oasis è probabilmente Familiar to Millions, del 2000, che però fotografa una band alle prese con una fase complicata della carriera, in mezzo a dischi forse non indimenticabili come Standing on the Shoulder of Giants (2000) e Heathen Chemistry (2002). Cinque anni dopo, invece, gli Oasis sono rinvigoriti. La lavorazione di Don't Believe the Truth è stata un autentico travaglio, tra cambi di produzione e l'avvicendamento alla batteria, dove arriva Zak Starkey, figlio di Ringo Starr. Ma la fatica viene premiata: l'album riporta la band in cima alle classifiche britanniche. Ed è questa ritrovata sicurezza che esplode nel concerto del 2005 al City of Manchester Stadium, davanti al pubblico di casa. Il colpo d'occhio è mozzafiato e metà dello spettacolo la fanno i fan, con un trasporto incontenibile. L'altra metà è una band che suona con un'intensità straordinaria: il rock un po' naïf e psichedelico degli esordi ha lasciato spazio a un piglio più maturo, deciso, decisamente classic rock. Il suono è poderoso, avvolgente, e si sente che sul palco non ci sono più soltanto dei ragazzi pieni di talento, ma musicisti fatti e finiti, con le contropalle. Un concerto meno conosciuto dei grandi live degli Oasis, pubblicato soltanto nel 2007 come secondo disco del DVD documentario Lord Don't Slow Me Down, e recentemente reso nuovamente disponibile in streaming, in concomitanza con l'uscita del documentario sulla reunion Oasis: Don't Look Back in Anger. Un'occasione preziosa per riscoprire una band in uno dei suoi momenti più convincenti.
U2 – Under a Blood Red Sky (1983)
Quando gli U2 debuttano, complice la geniale produzione di Steve Lillywhite e le intuizioni di The Edge, capace di costruire vere orchestrazioni di chitarre attraverso sovraincisioni e sperimentazioni con gli effetti, si potrebbe persino sospettare che siano quattro ragazzi giovanissimi cresciuti a steroidi in studio di registrazione. Ma tutta quella modernità, quell'inventiva sonora, avrebbero retto alla prova del palco? Under a Blood Red Sky spazza via ogni dubbio. Gli U2 sono una band autentica, travolgente, con una potenza di fuoco strepitosa. Rappresentano una delle espressioni più vivide di un rock che, sopravvissuto al punk, ne ha assimilato la lezione di essenzialità e ribellione, liberandosi dai cliché ormai consumati del blues, del progressive e dell'hard rock per trovare un linguaggio nuovo, fatto di pochi elementi, effetti utilizzati con straordinaria creatività e un'urgenza espressiva bruciante. Ma ciò che conquista è soprattutto la veracità dell'esecuzione: quattro ragazzi che suonano magnificamente, lasciando affiorare anche imprecisioni e sbavature, e proprio attraverso queste trasmettono un'energia e un'autenticità irresistibili.
Peter Frampton – Frampton Comes Alive! (1976)
Negli anni Settanta, tra gli eccessi del progressive, le sperimentazioni più ardite e l'esuberanza tecnica e compositiva del rock, Peter Frampton conquista milioni di ascoltatori percorrendo una strada apparentemente opposta: quella della misura, dell'eleganza, della semplicità. Frampton Comes Alive! celebra la forza di canzoni magnificamente scritte, valorizzate da arrangiamenti che non cercano mai di rubare loro la scena. Ma attenzione a non confondere la sobrietà con il minimalismo: siamo nel pieno di un'epoca di straordinaria preparazione tecnica e il disco è magistrale per qualità del suono, precisione delle esecuzioni e sensibilità dei musicisti. Semplicemente, ogni nota, ogni sfumatura è al servizio della canzone. È proprio il connubio tra la dolcezza delle composizioni, l'eleganza e la grazia del playing a rendere questo album così speciale: un ascolto che trasmette una sensazione quasi inesauribile di armonia e calore. Uno dei dischi più piacevoli e rasserenanti che la storia del rock abbia saputo regalarci, senza che questo ne diminuisca minimamente la grandezza artistica. (LEGGI LA STORIA DEL DISCO)
Racer X – Extreme Volume Live (1988)
Accontentiamo anche la quota nerd con quello che potrebbe essere il disco dal vivo per chitarristi smanettoni e musicisti riccardoni per eccellenza. Negli anni Ottanta, il Musicians Institute di Hollywood è una delle scuole più quotate al mondo per musicisti, tecnici, aspiranti professionisti e session man, e proprio tra le sue aule prende forma questa band: a guidarla è un giovanissimo Paul Gilbert, già insegnante nonostante l'età e pioniere del virtuosismo speed metal neoclassico, destinato a diventare una rockstar con i Mr. Big. Al suo fianco, il suo allievo prodigio Bruce Bouillet alla seconda chitarra, Scott Travis alla batteria (futuro Judas Priest), John Alderete al basso (poi con Mars Volta e Marilyn Manson) e Jeff Martin alla voce. Il risultato è un live che ancora oggi fa cadere la mandibola per violenza, potenza e tecnicismo: assolo impossibili, virtuosismo smodato e passaggi che sembrano suite barocche catapultate in un contesto metal. Eppure, dietro questo spettacolare esercizio di abilità, c'è anche un songwriting decisamente convincente, alimentato dall'amore per Judas Priest, Black Sabbath, Iron Maiden e Saxon. Un ascolto imprescindibile per gli appassionati delle espressioni più estreme della tecnica strumentale.
The Police – Live! (1995)
I Police non avevano mai pubblicato un album dal vivo durante la loro carriera. Bisognerà aspettare il 1995, a oltre dieci anni dalla loro separazione, per ritrovarli in questo doppio live che fotografa due band quasi irriconoscibili l'una rispetto all'altra. A Boston, nel 1979, sono tre ragazzi affamati di successo che cercano di cavalcare l'onda del punk per ritagliarsi un posto al sole; ad Atlanta, nel 1983, sono ormai superstar mondiali, protagoniste di uno spettacolo che celebra il suono elegantissimo, raffinato, di pop cristallino di Synchronicity. Quattro anni appena, eppure sembra trascorsa un'epoca: da un trio selvaggio, nervoso e imprevedibile a una macchina musicale sofisticatissima, capace di riprodurre dal vivo la ricchezza degli arrangiamenti in studio senza sacrificare energia e brillantezza strumentale. Ma è soprattutto Boston a meritare una riscoperta. Ascoltando oggi Outlandos d'Amour, e pensando alla violenza dei Sex Pistols o dei primi Clash, si potrebbe persino faticare a riconoscere un'autentica matrice punk in brani come "Next to You", "Truth Hits Everybody" o "Can't Stand Losing You". Dal vivo, invece, i Police picchiano come forsennati, suonano a velocità ancora oggi da capogiro e sprigionano una ferocia che li rende quasi irriconoscibili. Ma la meraviglia arriva quando, tra una scarica punk e l'altra, si aprono improvvise oasi di improvvisazione, divagazioni reggae e momenti di interplay mozzafiato. È lì che emerge la vera natura del trio: tre musicisti di intelligenza, tecnica e sensibilità magistrali, che giocano a fare i punk, ma hanno nel DNA il rock, il jazz e il progressive.
Deep Purple – Made in Japan (1972)
Sarebbe da scomunica proporre una rassegna di album rock dal vivo memorabili senza citare Made in Japan. E questo nonostante la nostra non voglia essere una classifica e abbiamo volutamente lasciato fuori altri grandissimi classici. Ma Made in Japan è un disco di un'intensità impressionante, che fotografa una delle più grandi band della storia del rock in uno stato di perfezione. Soprattutto, incarna forse l'idea di concerto che più ci affascina: quella per cui un'esibizione dal vivo non dovrebbe limitarsi alla mera riproposizione delle canzoni, ma diventare l'occasione per farle rinascere ogni sera. Attraverso arrangiamenti, improvvisazioni e un interplay che permetta ai musicisti di mettersi continuamente in gioco, reinventando i brani e consegnando al pubblico qualcosa di unico, irripetibile. Naturalmente non è un approccio obbligatorio, né appartiene necessariamente al DNA di tutte le band. Ma per chi ama il rock, ascoltare dei musicisti capaci di spingersi ogni sera oltre ciò che hanno inciso in studio è una delle esperienze più emozionanti che un concerto possa regalare.
Frank Zappa – Zappa in New York (1978)
Ho la sensazione che oggi Frank Zappa non goda dello spazio e della centralità che meriterebbe nella storia della musica rock. Un peccato, perché ne incarnava alcuni degli elementi più autentici: irriverenza, trasgressione, provocazione, accompagnate però da un'ironia, una cultura e una profondità straordinarie. A tutto questo associava un genio compositivo e strumentale capace di spaziare dal rock al jazz, fino alla musica contemporanea e alla classica. Negli anni del progressive e del culto del virtuosismo, Zappa sapeva spingersi verso tecnicismi esasperati lasciando sempre un dubbio irresistibile: stava celebrando la propria bravura o prendendosi gioco del narcisismo dei musicisti, trasformandolo in una parodia? È anche questo il fascino di Zappa in New York, un live ubriacante, impreziosito dai fratelli Randy e Michael Brecker, tra i più acclamati virtuosi dei fiati nella storia del jazz e del jazz-rock, e dallo straordinario batterista Terry Bozzio, complice di Zappa in gag esilaranti come "Titties & Beer". Un ascolto impegnativo e divertentissimo assieme.
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