Black Sabbath, Mob Rules: il disco che spinse più a fondo l’era Dio
04 novembre 2026 alle ore 10:43, agg. alle 11:00
Il 4 novembre 1981 usciva il secondo album dei Sabbath con Ronnie James Dio: nove brani tra riff affilati, oscurità e una nuova spinta ritmica.
Il 4 novembre 1981 i Black Sabbath pubblicavano Mob Rules, il secondo album con Ronnie James Dio e uno dei passaggi decisivi della loro seconda vita.
Quarantacinque anni dopo, il disco si ascolta come una transizione compiuta: conserva il peso del riff di Tony Iommi e la scrittura oscura di Geezer Butler, ma corre con una spinta più compatta, anche per l’arrivo di Vinny Appice alla batteria.
Dopo Heaven and Hell, che nel 1980 aveva dimostrato che la band poteva cambiare voce senza perdere autorità, il nuovo album non prova a replicarne la sorpresa: ne prende la fiducia e la mette in movimento.
L’apertura di "Turn Up the Night" corre con un’attitudine da chiamata all’azione; la voce di Dio, pulita e teatrale, non sostituisce il mondo dei Sabbath, lo illumina da un’altra angolazione. Iommi avrebbe spiegato che la presenza del cantante orientava la scrittura verso un approccio più aggressivo. Mob Rules suona così come un seguito, ma anche come una band che ha trovato un equilibrio nuovo.
Dopo Heaven and Hell, il motore cambia
Il cambio più evidente era alla batteria. Bill Ward lasciò il gruppo durante il tour di Heaven and Hell e Appice entrò al suo posto, portando un modo diverso di sostenere i riff. "Con Vinny nella band, le canzoni avevano un feeling un po’ diverso: Bill suonava dietro al riff, Vinny lo spingeva", ha ricordato Iommi.
La differenza si sente nella marcia della title track e nella compattezza di "Turn Up the Night", ma non cancella il carattere dei Sabbath: Iommi resta il centro gravitazionale, Butler dialoga con la chitarra e Dio passa dalla solennità al graffio. Il trio Iommi-Butler-Dio firmò la scrittura dei brani; a Dio spettarono i testi, dopo che Butler aveva deciso di cedere quella parte. Il bassista apprezzò la possibilità di cambiare prospettiva: i suoi testi erano legati a politica e vita quotidiana, quelli di Ronnie a immagini fantastiche e surreali. Il gruppo provò i nuovi pezzi in una casa in affitto a Toluca Lake, in California. Il primo studio allestito dalla band non diede il suono cercato, così le registrazioni si spostarono al Record Plant di Los Angeles, con Martin Birch alla produzione e all’ingegneria del suono.
Il disco non è una sequenza di accelerazioni. "Voodoo" lavora su un blues sinistro e lascia a Iommi spazio per un assolo d’istinto; "The Sign of the Southern Cross" allarga il respiro, da un’apertura rarefatta a un riff monumentale. Butler la indicò tra le sue preferite, anche per il suono ottenuto con un prototipo di pedaliera per basso mai entrato in produzione.
Ricordò di aver usato metà dell’attrezzatura da palco e di aver impiegato giorni per trovare il timbro giusto. Anche "Country Girl" racconta il metodo del gruppo: Iommi disse che titolo e ritornello gli sembravano quasi troppo leggeri, ma il riff finì per convincerli. "Slipping Away" si concede una piega blues e rock’n’roll; "Falling Off the Edge of the World" passa da un’introduzione sospesa a una delle accelerazioni più drammatiche del disco. Iommi spiegò di aver ottenuto il suono iniziale, simile a un violino, sovraccaricando un piccolo booster: un effetto nato per tentativi, non da una partitura preparata a tavolino.
Dall’idea nata a casa Lennon al film Heavy Metal
La storia dell’album comincia con la sua canzone più riconoscibile. "The Mob Rules" fu il primo brano composto per il progetto e la prima registrazione di Appice con i Sabbath. Iommi e Dio lavorarono all’idea a Tittenhurst Park, la tenuta inglese appartenuta a John Lennon, usando lo studio e parte dell’attrezzatura che si trovava lì. Il pezzo era stato richiesto per il film d’animazione Heavy Metal, uscito nel 1981; quella prima versione, più ruvida, entrò nella colonna sonora.
Per l’album, Birch chiese di reinciderla perché si integrasse meglio con il resto del disco. Iommi ha raccontato che la band era affezionata alla prima take e che ritrovare in studio la stessa energia fu difficile. La versione definitiva apre la seconda facciata dopo "E5150", un breve passaggio strumentale che trasforma rumore elettronico e basso in una rampa d’accesso al riff. Il testo di Dio disegna una città attraversata da paura e disordine e mette in guardia da chi si lascia guidare dagli sciocchi: una visione cupa, senza ridurla a uno slogan.
La copertina completa quel paesaggio. Greg Hildebrandt non dipinse l’immagine su commissione: il quadro, intitolato in origine "Dream 1: Crucifiers", faceva parte di una serie nata da incubi e risaliva al 1971. La folla di figure deformi e minacciose sembra dare un volto alla parola "mob", ma l’immaginario resta aperto, più da visione che da illustrazione letterale dei testi.
L’album non aveva il compito di sostituire Ozzy Osbourne o di clonare Heaven and Hell: fissò un’altra combinazione di pesantezza e movimento, con Dio capace di trasformare il repertorio in teatro e la sezione ritmica di Appice e Butler sempre più in primo piano. La band avrebbe portato questi brani sul doppio live Live Evil prima di separarsi da Dio e Appice; il ricongiungimento con il cantante sarebbe arrivato nel 1992, con Dehumanizer.
Nel frattempo la title track è rimasta un classico da concerto e "The Sign of the Southern Cross" una delle prove più ampie di quel periodo.