History

The Smiths, Strangeways, Here We Come: la storia dell’ultimo album della band

The Smiths, Strangeways, Here We Come: la storia dell’ultimo album della band
Gianluigi RiccardoGianluigi Riccardo
, agg. alle

Strangeways, Here We Come, quarto e ultimo album degli Smiths è il disco in cui Morrissey e Johnny Marr provarono ad andare oltre il suono che li aveva resi una delle band fondamentali degli anni Ottanta

Il 28 settembre 1987 gli Smiths pubblicavano Strangeways, Here We Come. Era il quarto album in studio della band di Manchester e sarebbe rimasto anche l’ultimo. La particolarità è che quando il disco arrivò nei negozi il gruppo era già praticamente finito: Johnny Marr aveva lasciato gli Smiths durante l’estate e il tentativo di continuare senza di lui durò pochissimo.

Per questo Strangeways è stato spesso ascoltato come il documento di una separazione. Le registrazioni raccontano però una storia diversa. Non fu un album realizzato da quattro musicisti che non riuscivano più a stare insieme. Al contrario, Stephen Street ha ricordato le session come un periodo sostanzialmente felice dal punto di vista musicale, mentre i problemi riguardavano soprattutto management, organizzazione e il peso crescente che Marr si trovava a sostenere fuori dallo studio.

Musicalmente, inoltre, gli Smiths non stavano esaurendo le idee. Stavano cercando di cambiare.


Dopo The Queen Is Dead, Johnny Marr voleva uscire dalla formula Smiths

Un anno prima era uscito The Queen Is Dead, probabilmente il disco che aveva definito in maniera più completa l’identità degli Smiths: le melodie di Johnny Marr, il basso di Andy Rourke, la batteria di Mike Joyce e la capacità di Morrissey di mettere insieme romanticismo, umorismo, provocazione e disagio.

Quella formula era però diventata anche una gabbia. Marr era sempre più infastidito dal modo in cui il suono degli Smiths veniva ridotto alla definizione di chitarra “jingle-jangle”. Entrò quindi nelle session di Strangeways con l’idea precisa di utilizzare meno sovraincisioni, lasciare maggiore spazio agli strumenti e cercare timbri differenti.

È importante per capire il disco. Strangeways, Here We Come non è una rottura radicale con i primi tre album, ma è probabilmente il lavoro in cui gli Smiths provano più apertamente a immaginare cosa avrebbero potuto diventare dopo essere diventati gli Smiths.

Marr introduce tastiere, piano, armonium, autoharp, marimba e arrangiamenti sintetizzati di archi e fiati (accreditati ad Ann Coats, che è solo un gioco di parole su una delle zone di Manchester) Morrissey arriva addirittura a suonare il pianoforte in "Death of a Disco Dancer", l’unico caso nella discografia del gruppo in cui compare come strumentista oltre che come cantante.


Le registrazioni al Wool Hall e il ruolo di Stephen Street

Strangeways, Here We Come venne registrato nel marzo 1987 al Wool Hall, studio residenziale vicino a Bath. Alla produzione c'era Stephen Street, che aveva già lavorato con gli Smiths come tecnico del suono su Meat Is Murder e The Queen Is Dead e che questa volta assunse un ruolo ancora più centrale.

Il dato più interessante è che le sessioni furono molto meno tese di quanto possa suggerire ciò che sarebbe accaduto pochi mesi dopo. Street ha ricordato quel periodo come sostanzialmente felice dal punto di vista musicale: i problemi riguardavano soprattutto il management e l'organizzazione attorno alla band, non il lavoro in studio.

Mike Joyce ha ricordato inoltre come Marr fosse particolarmente ispirato, anche grazie all'utilizzo di tastiere, emulatori e arrangiamenti che permettevano agli Smiths di uscire dal proprio schema abituale. Il budget della Rough Trade non consentiva sempre soluzioni particolarmente costose e alcune parti orchestrali vennero quindi ricreate elettronicamente.

C'era anche spazio per qualche momento meno serio. Stephen Street ha raccontato che durante una delle sessioni notturne Marr, Joyce e Andy Rourke finirono a suonare pezzi degli Spinal Tap, con Rourke capace di ricordarne praticamente tutte le linee di basso.



Le canzoni di Strangeways, tra nuove direzioni e vecchio DNA Smiths

Le intenzioni del disco sono chiare fin dall’apertura con "A Rush and a Push and the Land Is Ours", costruita senza affidarsi alla chitarra come elemento dominante. Johnny Marr utilizza soprattutto tastiere, basso e arrangiamenti per prendere immediatamente le distanze dal suono "jingle-jangle" ormai associato quasi automaticamente agli Smiths. "I Started Something I Couldn't Finish" si muove invece nella direzione opposta: è uno dei brani più fisici dell’album, con un riff influenzato dal glam rock e riferimenti che Marr ha ricondotto anche a David Bowie e agli Sparks.

"Death of a Disco Dancer" rappresenta uno degli esperimenti più evidenti del disco. Supera i cinque minuti, procede su una struttura lenta e ripetitiva e vede Morrissey al pianoforte, caso praticamente unico nella discografia degli Smiths. "Girlfriend in a Coma" comprime invece tutto in meno di due minuti, contrapponendo una melodia quasi innocente a uno dei testi più cupi e ironici del cantante. È una delle sintesi più efficaci del metodo Morrissey-Marr: rendere immediata una canzone senza alleggerirne necessariamente il contenuto.


Tra i momenti più importanti c’è anche "Stop Me If You Think You've Heard This One Before", che recupera una forma più classica ma con una produzione più ampia rispetto ai primi lavori della band. Ancora più ambiziosa è "Last Night I Dreamt That Somebody Loved Me", una delle canzoni preferite sia da Marr sia da Morrissey: si apre con una lunga introduzione atmosferica, costruita anche attraverso effetti e rumori, per poi svilupparsi in un arrangiamento quasi orchestrale nel quale nessuno strumento prende realmente il sopravvento.

"Paint a Vulgar Picture" sposta invece l’attenzione sull’industria discografica, attaccando ristampe, compilation e sfruttamento commerciale del catalogo degli artisti. Con il tempo il testo avrebbe assunto un valore quasi profetico, considerando quante volte il materiale degli Smiths sarebbe stato ripubblicato dopo lo scioglimento. Il disco si chiude infine con "I Won't Share You", costruita intorno all’autoharp di Marr e diventata inevitabilmente, dopo la separazione, una delle canzoni più interpretate alla luce del rapporto tra lui e Morrissey. Non era stata scritta come un addio, ma il contesto avrebbe finito per trasformarla nell’epilogo perfetto di Strangeways, Here We Come.


Perché Strangeways rimane un disco particolare nella discografia degli Smiths

Il titolo rimanda alla Strangeways Prison di Manchester, oggi HM Prison Manchester, un riferimento geografico perfettamente coerente con il rapporto di Morrissey con la città. Anche la copertina segue la sua abituale ossessione per cinema e iconografia: mostra Richard Davalos, fotografato in una scena legata a East of Eden, film con James Dean.

Quando Strangeways, Here We Come uscì il 28 settembre 1987, gli Smiths erano già arrivati alla fine. Il disco raggiunse il numero due nella classifica britannica.

Nella loro discografia occupa però una posizione diversa dagli altri tre album.

The Smiths aveva definito il linguaggio iniziale della band. Meat Is Murder lo aveva ampliato. The Queen Is Dead lo aveva portato probabilmente alla sua forma più completa. Strangeways iniziava invece a smontarlo.

Per anni sia Morrissey sia Johnny Marr lo hanno indicato tra i loro album preferiti degli Smiths, anche se Marr in seguito ha rivalutato The Queen Is Dead come risultato complessivamente più importante. Stephen Street ha continuato invece a considerare Strangeways un lavoro particolarmente riuscito.

Ed è forse questo l’aspetto più interessante dell’ultimo disco degli Smiths. Non racconta una band che aveva terminato le cose da dire. Racconta una band che stava ancora cercando un linguaggio nuovo proprio nel momento in cui non riusciva più a trovare un modo per restare insieme.