History

Rick Wakeman: il mago del prog tra Yes, Bowie e Black Sabbath

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Author image Gianni Rojatti

15 maggio 2026 alle ore 10:45, agg. alle 12:40

Rick Wakeman, tastierista simbolo del progressive, tra Yes, Bowie e Black Sabbath: tecnica, visione e personalità da vero artista.

Figura chiave del progressive rock, Rick Wakeman ha trasformato le tastiere in uno strumento orchestrale, contribuendo a ridefinire sonorità, arrangiamenti e immaginario del rock anni Settanta.

Nato il 18 maggio 1949, Wakeman viene raccontato attraverso gli Yes, David Bowie e Black Sabbath: collaborazioni dove non fu mai semplice session man, ma artista con identità fortissima.


La rivoluzione delle tastiere

Rick Wakeman è stato una delle figure che più di ogni altra hanno trasformato il progressive rock in qualcosa di enorme, teatrale e quasi cinematografico. Con il suo mantello da stregone, le montagne di tastiere sul palco e un approccio musicale che mescolava rock, musica classica e immaginario fantasy, Wakeman è diventato il simbolo perfetto di quella stagione in cui il rock voleva smettere di essere soltanto canzone per diventare esperienza totale, spettacolo e racconto epico. Non a caso, nella recente serie Pistol dedicata ai Sex Pistols, il suo nome e la sua estetica vengono evocati proprio come incarnazione di quel prog “ingombrante” e virtuoso contro cui il punk inglese decide di ribellarsi. Entrato negli Yes nel 1971, Wakeman contribuisce alla fase più celebrata della band, quella di Fragile (1971), Close to the Edge (1972) e Going for the One (1977). Il suo ruolo, però, non è mai soltanto tecnico. Wakeman porta negli Yes una vera visione orchestrale delle tastiere: Hammond, Mellotron, Minimoog e pianoforte diventano strumenti con cui costruire paesaggi sonori enormi ma ancora incredibilmente melodici. L’Hammond era un organo elettrico dal suono caldo e poderoso, capace di riempire gli arrangiamenti quasi come una sezione orchestrale; il Mellotron permetteva invece di riprodurre tramite nastri registrati archi, cori e flauti, dando alle rock band la possibilità di evocare sonorità sinfoniche senza avere davvero un’orchestra; il Minimoog, infine, era uno dei primi sintetizzatori realmente utilizzabili dal vivo, con un suono futuristico e aggressivo che spalancava possibilità completamente nuove. Anche grazie a questi strumenti, il progressive rock diventa negli anni Settanta un gigantesco laboratorio sonoro, e Wakeman uno dei suoi principali sperimentatori e protagonisti. Anche nei momenti più intricati, però, il suo playing mantiene sempre un forte senso narrativo. È questo che rende il suo stile diverso da quello di tanti virtuosi: non sembra interessato soltanto a stupire, ma a evocare immagini, ambienti, atmosfere. C’è poi un altro aspetto che rende Rick Wakeman una figura decisiva nella storia del progressive. Fino alla fine degli anni Sessanta, il grande virtuosismo rock era stato quasi sempre territorio dei chitarristi: Hendrix, Clapton, Beck, Page, Townshend. Tastieristi centrali e riconoscibili esistevano già — figure come Ray Manzarek dei Doors o Jon Lord dei Deep Purple — ma erano ancora eccezioni. Il progressive cambia anche questo equilibrio. Le tastiere smettono di essere strumenti di accompagnamento e arrangiamento e diventano protagoniste assolute, aprendo spazio a una nuova idea di eroismo musicale. In questo senso Wakeman diventa qualcosa di raro per l’epoca: una rockstar delle tastiere, un musicista capace di incarnare spettacolarità, tecnica e ricerca sonora senza avere una chitarra al collo. Ed è anche per questo che negli anni Settanta la sua figura appare così sensazionale e innovativa.


Bowie, Black Sabbath e il peso di un vero artista

Ed è proprio qui che emerge forse il tratto più interessante della sua personalità artistica. Nei primi anni Settanta Wakeman è già dentro il mondo di David Bowie, cioè uno degli universi creativi più eccitanti e prestigiosi del rock del periodo. Eppure decide di allontanarsene. Non perché Bowie non fosse abbastanza importante — anzi — ma perché aveva intuito che accanto a una figura così centrale sarebbe inevitabilmente rimasto un comprimario di lusso, un musicista straordinario ma pur sempre al servizio di un leader assoluto. Gli Yes, invece, erano ancora una band in piena espansione, uno scenario aperto nel quale Wakeman poteva incidere davvero sull’identità musicale del gruppo e diventare lui stesso parte del motore creativo. È una scelta che racconta bene quanto fosse ambizioso non soltanto come strumentista, ma come artista nel senso pieno del termine. Detto questo, uno dei momenti più importanti della sua carriera resta comunque il rapporto con Bowie. Wakeman compare già nei primi lavori del Duca Bianco e lascia il suo segno in brani come “Space Oddity”, “Memory of a Free Festival” e soprattutto “Life on Mars?”. In varie interviste ha raccontato che Bowie gli lasciava una libertà creativa enorme: durante le sessioni di Hunky Dory (1971) gli avrebbe semplicemente detto di seguire l’istinto, e il celebre pianoforte di “Life on Mars?” sarebbe nato praticamente al primo tentativo. Wakeman ha ricordato spesso come Bowie avesse una visione chiarissima della direzione artistica, ma senza mai soffocare la personalità dei musicisti coinvolti. Dopo quelle sessioni, a Wakeman venne persino proposto di entrare negli Spiders From Mars. Meno noto ma estremamente significativo è il rapporto con i Black Sabbath. Wakeman partecipò alle sessioni di Sabbath Bloody Sabbath (1973), dimostrando quanto la sua idea di musica fosse distante da qualsiasi logica di genere. In varie interviste ha spiegato di non aver mai ragionato in termini di “prog”, “hard” o “metal”: per lui la musica era semplicemente bella oppure no, di qualità e originale o meno. E i Sabbath erano una band che amava profondamente. Wakeman ha raccontato di apprezzare il modo in cui Ozzy Osbourne e Tony Iommi riuscivano a costruire un heavy metal personale, oscuro e riconoscibile. Dopo la morte di Ozzy, ha parlato con enorme affetto sia di lui sia di Sharon Osbourne, definendoli una coppia perfetta per il mondo dello spettacolo e ammettendo quanto la sua scomparsa lo abbia colpito. Anche per i Sabbath quella collaborazione rappresenta un momento importante. Tony Iommi ha raccontato che i tour condivisi con gli Yes nei primi anni Settanta contribuirono ad “aprire” la mentalità musicale della band. L’idea di inserire tastiere e tappeti armonici dentro il suono monolitico dei Black Sabbath inizialmente non convinse tutti, ma Iommi voleva proprio questo: creare profondità attorno alle sue chitarre, espandere il peso del gruppo senza snaturarlo. Ed è significativo che, per compiere quel passo, la scelta sia ricaduta proprio su Rick Wakeman. Infine c’è il Wakeman solista, forse quello più smisurato e visionario. Journey to the Centre of the Earth (1974) resta probabilmente il manifesto definitivo del suo mondo artistico: un concept monumentale ispirato a Jules Verne, tra orchestra, rock progressivo e narrazione fantasy. Un disco che oggi può apparire persino eccessivo, ma che racconta perfettamente un’epoca in cui il rock non aveva paura di essere ambizioso, colossale e perfino assurdo. Ed è proprio lì che Rick Wakeman è diventato una figura artistica e musicale imprescindibile: in quella zona del rock dove tecnica, immaginazione e spettacolo diventano una cosa sola.



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