Pete Townshend, il metal e i Led Zeppelin: la versione più sfumata dei The Who
29 ottobre 2026 alle ore 11:16, agg. alle 11:28
Nella nuova intervista Townshend riconosce l’impatto di Live at Leeds, ma prende le distanze dall’idea che i Who abbiano inventato l’heavy metal.
Pete Townshend torna su una domanda che accompagna il rock da decenni: quanto devono i primi artisti heavy metal ai The Who?
Nell’intervista pubblicata il 28 ottobre da Classic Rock per la serie Classic Album Review, condotta da Barry Robinson, il chitarrista risponde che anche gli Who hanno un posto nella vicenda "in un certo senso", ma rifiuta di attribuire alla band la paternità del genere. Robinson gli aveva chiesto se i Who, già così potenti e rumorosi alla fine degli anni Sessanta, avessero un posto nella genealogia del metal.
Townshend riconosce che Live at Leeds ha offerto a molti musicisti un modello di libertà e potenza dal vivo, distinguendolo però dall’identità più oscura e quasi rituale del metal. Nel 2019 aveva usato parole più nette, dicendo che i Who avevano in qualche modo inventato l’heavy metal proprio con quel disco. Ora torna sul tema con cautela, alla vigilia della ristampa di The Who By Numbers: un’occasione per rileggere una band che non si è esaurita nel mito del volume e della distruzione sul palco.
I Who e l’idea di un rock sempre più fisico
Per capire quel peso bisogna tornare ai primi anni dei Who, quando Townshend, Roger Daltrey, John Entwistle e Keith Moon mescolavano rhythm and blues, energia mod, feedback e concerti ad alto volume. My Generation, singolo del 1965 arrivato al secondo posto nel Regno Unito, è una dichiarazione d’intenti: la voce spezzata, la chitarra abrasiva e la tensione ritmica trasformano l’irrequietezza giovanile in suono.
Non è ancora heavy metal nel significato che il termine avrebbe assunto, ma spiega perché gruppi più pesantiabbiano guardato ai Who come a un precedente. Già Anyway, Anyhow, Anywhere, pubblicata nello stesso anno, cercava di trasferire su disco il feedback incontrollato del loro spettacolo. Conta quindi non solo il riff, ma l’idea che il concerto potesse diventare un’esperienza fisica, rumorosa e imprevedibile. La ricerca di amplificatori potenti e l’uso del feedback ampliarono le possibilità del rock elettrico. È più preciso parlare di influenza proto-metal che assegnare a una sola band il titolo di inventrice del genere.
Live at Leeds, tra proto-metal e heavy metal
Live at Leeds resta il centro del dibattito, ma cronologia e influenza vanno distinte. I Who registrarono il concerto all’università di Leeds il 14 febbraio 1970; l’album uscì nel Regno Unito a maggio, con sei brani e un suono ruvido che conservava il caos del palco.
Il debutto dei Black Sabbath era arrivato il 13 febbraio: il disco dei Who non può dunque averlo anticipato o averne causato la nascita. Conta invece l’effetto successivo dell’album su chi voleva allungare i brani, improvvisare e spingere la tensione dal vivo al limite; nel repertorio originale c’erano anche lunghe riletture di blues e rock’n’roll come Young Man Blues e Summertime Blues. Townshend ricorda che a Woodstock i Who alternarono estratti di Tommy a materiale più duro: il gruppo non si identificava con una sola formula. La loro versatilità complica la definizione di "padri del metal", ma rende più utile chiedersi se si possa essere una radice del genere senza adottarne tutta l’estetica.
Black Sabbath, Hendrix, AC/DC e Led Zeppelin
Townshend descrive il metal come una musica legata a un immaginario oscuro e a una dedizione "quasi religiosa", oltre che a un virtuosismo eccezionale. È una lettura personale, utile a spiegare perché non confonda la potenza dei Who con il metal consolidato attorno ai Black Sabbath. Dice di non aver seguito davvero i Sabbath, pur trovandoli divertenti, mentre "il solo gruppo metal che ascoltavo davvero erano gli AC/DC".
Su Jimi Hendrix racconta di averne riconosciuto il talento davanti agli amplificatori enormi, alla distorsione e al wah-wah. Il passaggio più curioso riguarda i Led Zeppelin: da giovane Townshend pensava che stessero intercettando il pubblico dei Who; oggi cerca di convincere Jimmy Page a pranzare e gli ha scritto che riascolta i loro album, trovandovi musica che allora gli era sfuggita.
Nel maggio 2026 Roger Daltrey ha invece definito i Who "la prima band heavy metal". Sono tesi da attribuire ai loro autori: la storia del genere è più complessa di un verdetto tra musicisti. Louder
Il confronto arriva alla vigilia della ristampa di The Who By Numbers, in uscita il 30 ottobre. La super deluxe comprende 92 tracce audio inedite, un concerto integrale mai pubblicato, un libro di cento pagine e nuovi mix stereo, 5.1 e Dolby Atmos curati da Townshend; sono previste anche edizioni più agili. È un album del 1975 più introspettivo dell’immagine incendiaria dei primi Who, con brani come Imagine a Man, How Many Friends e However Much I Booze. Townshend ha ricordato che fu il disco in cui accettò di affidare ai Who canzoni particolarmente personali. Il dettaglio chiude il cerchio: può discutere le origini del metal senza restare intrappolato nel ruolo del chitarrista che spacca strumenti e alza gli amplificatori. La sua storia attraversa rumore, teatro, pop e autobiografia. Forse il contributo dei Who non è aver inventato da soli un genere, ma avere reso normale l’idea che una band rock potesse essere insieme spettacolo, rischio e laboratorio sonoro.