Perfect Strangers, il ritorno dei Deep Purple tra reunion e scintille
29 ottobre 2026 alle ore 12:35, agg. alle 12:52
Il 29 ottobre 1984 la Mark II tornava con un album nato in una casa del Vermont: otto brani che riannodano il filo senza fingere che il tempo non sia passato.
Il 29 ottobre 1984 i Deep Purple pubblicavano Perfect Strangers, il disco che riportava insieme la formazione Mark II dopo oltre un decennio di separazione. Ian Gillan, Ritchie Blackmore, Roger Glover, Jon Lord e Ian Paice avevano attraversato anni di tensioni, cambi di formazione e carriere parallele: il loro ritorno non poteva essere una semplice replica di Machine Head o Made in Japan.
L’album doveva dimostrare che quella combinazione di chitarra, Hammond, voce e sezione ritmica aveva ancora una ragione per esistere negli anni Ottanta. La risposta fu un hard rock energico e riconoscibile, aggiornato nel suono ma costruito sull’interazione tra cinque musicisti che si conoscevano a fondo e, allo stesso tempo, avevano imparato a vivere lontani. L’aspettativa era alta, ma c’era anche una domanda concreta: quell’intesa poteva reggere su un nuovo disco? Il titolo condensava questa ambivalenza: Gillan lo avrebbe definito “una contraddizione in termini”, con “due significati opposti” per quei compagni ritrovati.
La Mark II si ritrova dopo undici anni
La Mark II si era disgregata nel 1973, quando Gillan e Glover lasciarono il gruppo; i Deep Purple continuarono con altre formazioni fino allo scioglimento del 1976. Nel frattempo Blackmore e Glover avevano lavorato nei Rainbow, Gillan aveva guidato la propria band e poi cantato nei Black Sabbath, mentre Lord e Paice avevano proseguito tra collaborazioni e nuovi progetti.
L’idea di tornare insieme era stata discussa a lungo e non metteva tutti d’accordo: Glover raccontò di essere stato contrario per anni e di essersi presentato al primo incontro con un atteggiamento prudente. Ma quando i cinque si ritrovarono attorno allo stesso tavolo, a Greenwich, nel Connecticut, la possibilità di suonare insieme tornò subito concreta.
Ian Paice ricordò che bastarono poche battute perché ciascuno sapesse già dove sarebbe andato l’altro: la band ritrovava un’intesa che le carriere individuali non avevano cancellato. Nessuno poteva però garantire che quella facilità avrebbe resistito alle rivalità del passato.
Da una casa nel Vermont al disco
La prima prova del nuovo equilibrio arrivò a Stowe, nel Vermont, in una casa presa in affitto che aveva già ospitato le session dei Rainbow. L’idea iniziale era ritrovarsi e improvvisare per capire se ci fosse ancora musica da fare; il gruppo finì invece per registrare lì l’intero album, installando nel seminterrato una sala di ripresa mobile. Roger Glover spiegò che, una volta sistemati gli strumenti, spostarli in uno studio tradizionale non sembrava necessario: la band preferiva lavorare lontano dalle distrazioni delle grandi città. Il risultato conserva il carattere di una formazione che suona insieme, ma non cerca la spontaneità grezza degli esordi: la produzione è nitida, ampia, adatta al decennio, senza coprire l’incastro tra il basso di Glover, la batteria di Paice, l’organo di Lord e la chitarra di Blackmore. Quest’ultimo disse che il gruppo non voleva un disco troppo patinato, ma “una versione anni Ottanta di Machine Head”: una bussola, non un tentativo di rifare quel disco nota per nota.
La scaletta originale conta otto brani e chiarisce subito il progetto. “Knocking at Your Back Door” apre con un riff robusto e un ritornello ampio; “Under the Gun” spinge su un passo più serrato, mentre “Nobody’s Home” e “Mean Streak” alternano impatto e andamento più elastico. La title track è il centro dell’album: Jon Lord costruisce l’attesa alle tastiere e Blackmore la risolve con un riff scuro, solenne, tra i più riconoscibili del repertorio della band. C’è anche un dettaglio che lega il pezzo alla storia precedente del chitarrista: Glover raccontò che un riff rimasto inutilizzato nei Rainbow per anni fu ripreso durante le prove in Vermont e trovò finalmente posto nella parte centrale della canzone. “A Gypsy’s Kiss” riporta il disco su un terreno più mosso; “Wasted Sunsets” abbassa i toni con una ballata malinconica, prima della chiusura di “Hungry Daze”. Gillan ha legato proprio il titolo alla reunion: prima di suonare c’erano nervosismo e dubbi, poi “in cinque minuti tutti avevano un sorriso sul volto”.
Il successo di una reunion non definitiva
L’accoglienza confermò che il pubblico era pronto a rivedere quella formazione: Perfect Strangers raggiunse il quinto posto nella classifica britannica e nel 1985 ottenne il disco di platino in Canada.
L’album rilanciò anche l’attività dal vivo dei Deep Purple, con un tour di grande richiamo e la successiva apparizione a Knebworth. Il ritorno, però, non risolse per sempre le tensioni: dopo un altro album in studio, The House of Blue Light del 1987, la Mark II si separò di nuovo alla fine del decennio. Le nuove canzoni avevano dato alla reunion un repertorio presente, non una semplice celebrazione dei successi passati.
Questo rende Perfect Strangers ancora più interessante: non è il lieto fine di una storia complicata, ma la prova documentata di una chimica irripetibile che poteva riaccendersi anche dopo anni di distanza. Quarantadue anni dopo, resta uno dei modelli più efficaci di album da reunion: non promette di riportare indietro il tempo, ma mostra quanto può accadere quando cinque personalità si ritrovano a parlare la stessa lingua musicale.