Patient Number 9: Ozzy Osbourne, l’ultimo abbraccio della storia del rock
09 settembre 2026 alle ore 12:30, agg. alle 11:49
Eric Clapton, Jeff Beck, Tony Iommi e il gotha del rock: l’ultimo album di Ozzy è un disco ricchissimo che non perde mai la propria identità.
Con Patient Number 9 Ozzy Osbourne porta alle estreme conseguenze il modello inaugurato con Ordinary Man: produzione modernissima, grandi canzoni e un numero impressionante di ospiti. Eppure, anziché diventare un dispersivo album “Ozzy and friends”, il disco conserva peso, continuità e soprattutto un’identità sonora riconoscibile.
Pubblicato il 9 settembre 2022, Patient Number 9 è il tredicesimo e ultimo album solista di Ozzy. A guidarlo nuovamente è Andrew Watt, produttore capace di applicare al metal eleganza e cura sonora maturate nel pop senza sacrificarne energia e aggressività.
Watt, dal pop al rock
Watt è una figura decisiva per comprendere Patient Number 9. Prima del produttore c’è infatti il musicista: parte dall’hard rock e suona con Glenn Hughes e Jason Bonham nei California Breed, quindi attraversa il pop lavorando con artisti come Post Malone, Cardi B, Justin Bieber e Miley Cyrus. Ma negli anni successivi diventa anche uno dei produttori più richiesti dal grande rock: lavora con Iggy Pop, Eddie Vedder, Rolling Stones e Pearl Jam, fino alla collaborazione con Paul McCartney. Un percorso che spiega perché riesca a trattare Ozzy contemporaneamente come un’icona e come un artista ancora perfettamente inserito nel presente. In studio Watt suona chitarre, basso e tastiere, canta le seconde voci e lavora rapidamente, cercando di non interrompere il flusso creativo. Il risultato è un suono compatto, lucido e contemporaneo, con una sezione ritmica enorme e un’attenzione quasi pop per ogni dettaglio, senza togliere alle chitarre la brutalità necessaria. La vera impresa è però mantenere coesione nonostante un cast che sulla carta potrebbe far pensare al classico album “Ozzy and friends”. Il nucleo formato da Watt e Zakk Wylde alle chitarre, Robert Trujillo al basso, Chad Smith e Taylor Hawkins alla batteria crea invece un’identità sufficientemente forte da accogliere gli ospiti senza trasformare ogni canzone in un episodio isolato. Wylde, presente nella maggior parte del disco, garantisce soprattutto quel peso che Ozzy riteneva indispensabile: «Zakk fa parte della mia famiglia e sarà sempre così. L’album aveva bisogno del peso che il suo modo di suonare sa dare. È arrivato e ha davvero sistemato le cose».
Tutta la storia del rock
Attorno a questo nucleo si raccoglie un cast impressionante: Tony Iommi su "Degradation Rules" e "No Escape from Now", Jeff Beck nella title track e "A Thousand Shades", Eric Clapton in "One of Those Days", "Mike McCready" dei Pearl Jam in "Immortal", Josh Homme in "God Only Knows". Al basso compaiono anche Duff McKagan dei Guns N’ Roses e Chris Chaney dei Jane’s Addiction. È quasi un abbraccio trasversale della storia del rock, dai Black Sabbath all’hard rock, dal blues alla psichedelia, fino a grunge e alternative. Per la prima volta, inoltre, Iommi suona in un album solista di Ozzy. «È il maestro dei riff. Nessuno può toccarlo sotto questo aspetto. Vorrei soltanto che avessimo avuto queste canzoni per 13 dei Black Sabbath», ha raccontato Osbourne. Anche la scelta dei chitarristi dice molto. A parte Wylde, Ozzy non cerca eredi della tradizione metal e shred rappresentata nella sua carriera da Randy Rhoads, Jake E. Lee o Gus G. Si affida invece a musicisti provenienti da blues, psichedelia, classic rock, grunge e alternative. Beck e Clapton, del resto, sono meno lontani dall’universo dei Sabbath di quanto sembri: i Cream appartengono proprio a quella seconda metà degli anni Sessanta in cui blues elettrico, psichedelia e hard rock stavano preparando il terreno sul quale sarebbe nato anche l’heavy metal. «Ti rendi conto fino in fondo di quanto siano maestri del loro strumento. Eric Clapton è semplicemente un genio, e lo stesso vale per Jeff Beck», disse Ozzy. Beck diventa quasi il simbolo di questa libertà. Watt raccontò che continuava a reincidere e rispedire i propri interventi perché convinto di poterli migliorare ancora: «Continuava a rifarli e a rimandarmeli dicendo: “No, questa parte posso farla meglio”». E nel video di "Patient Number 9" il suo assolo accompagna uno dei momenti visivamente più significativi: per la prima volta vengono utilizzati disegni realizzati dallo stesso Ozzy e i suoi demoni prendono vita proprio mentre la chitarra di Beck si abbandona al solo. «I miei demoni sono stati animati e si possono vedere durante l’assolo di Jeff Beck», spiegò Ozzy. È quasi una rappresentazione visiva di ciò che l’assolo significa nella grammatica del rock: alla canzone viene concesso di mostrare il proprio lato più istintivo e selvaggio. Patient Number 9 non è un disco rivoluzionario e non ne ha bisogno. Ha buone composizioni, un’identità sonora precisa e una grande piacevolezza d’ascolto, alimentata dall’incommensurabile valore dei musicisti coinvolti. Ma soprattutto ha Ozzy: una voce e una personalità abbastanza forti da tenere insieme mondi diversi. Andrew Watt comprende perfettamente questo valore e costruisce intorno a lui un album ricchissimo senza permettere agli ospiti di diventarne il centro. È forse questo il risultato più riuscito di quello che, senza essere stato necessariamente concepito come un addio, sarebbe diventato l’ultimo disco di Ozzy Osbourne.