History

Mark Knopfler, il chitarrista fuori dal tempo

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Author image Gianni Rojatti

12 agosto 2026 alle ore 12:00, agg. alle 11:57

Mark Knopfler ha attraversato punk, metal e new wave seguendo una strada diversa: tecnica formidabile, fingerstyle e un legame mai reciso con il blues.

Alla fine degli anni Settanta la chitarra rock sta cambiando rapidamente. Punk e metal spingono verso velocità, aggressività e nuovi virtuosismi. Mark Knopfler arriva proprio allora, ma sceglie una strada completamente diversa, costruendo un linguaggio immediatamente riconoscibile.

Nato il 12 agosto 1949, il chitarrista e leader dei Dire Straits mette insieme blues, country, folk e rock’n’roll, la sensibilità narrativa di un cantautore, eleganza pop e una tecnica strumentale straordinaria. Una combinazione che attraverserà gli anni Ottanta senza assomigliare praticamente a nessun’altra.


Una strada tutta sua

Mark Knopfler arriva al successo alla fine degli anni Settanta scegliendo una strada che sembra ignorare deliberatamente quasi tutto ciò che sta succedendo intorno a lui. Il rock si sta facendo più aggressivo: da una parte il punk, con le sue ritmiche in ottavi veloci, potenti e ostinatamente suonate a plettro; dall’altra l’hard rock e poi il metal, dove proprio il plettro diventa lo strumento per scolpire riff sempre più serrati e affrontare fraseggi solistici sempre più complessi. Knopfler fa qualcosa di completamente diverso: suona prevalentemente con le dita. Ma soprattutto recupera blues, country, folk e rock’n’roll e li mette al servizio di una scrittura da grande cantautore. Nella voce c’è qualcosa della narrazione quasi parlata di Bob Dylan, nella chitarra l’eleganza e l’economia di J.J. Cale, ma la combinazione è soltanto sua. E la Stratocaster, pulita, dinamica, sensibile a ogni variazione del tocco, diventa la sua voce parallela.


Virtuoso, eccome

Sarebbe però sbagliato trasformare Knopfler in un anti-virtuoso. Non rifiuta la tecnica: semplicemente non è interessato alla pronuncia aggressiva che il virtuosismo assume tra la fine dei Settanta e gli Ottanta. Quando decide di sciorinare note, non si tira certo indietro. L’assolo finale di “Sultans of Swing” resta una delle grandi prove chitarristiche del rock: difficile, pulitissimo, ritmicamente vivace, perfettamente intelligibile anche nei passaggi più fitti. Negli anni Ottanta Knopfler diventa così anche un riferimento per chi ama ancora la grande tradizione blues e rock. La new wave offre chitarristi straordinari come Tom Verlaine, Andy Summers, The Edge, Phil Manzanera o Adrian Belew, impegnati però a reinventare radicalmente timbri, ruoli e linguaggio dello strumento. Knopfler rappresenta un’alternativa: può guardare avanti senza recidere il legame con la tradizione. E in un decennio che, soprattutto nella sua prima parte, concede relativamente poco spazio al blues nel grande rock, i suoi assoli ne mantengono vivo il vocabolario.


Tre dischi imprescindibili

Tre album raccontano perfettamente questa evoluzione.

Dire Straits (1978) contiene già tutto il vocabolario iniziale: arrangiamenti asciutti, chitarre cristalline e naturalmente “Sultans of Swing”. Making Movies (1980), prodotto da Jimmy Iovine con Knopfler e arricchito dalle tastiere di Roy Bittan, allarga invece lo scenario verso una scrittura più ambiziosa e cinematografica. Infine Brothers in Arms (1985) compie il miracolo: assorbe pienamente il suono degli anni Ottanta – tastiere, grandi riverberi, produzioni enormi – senza esserne schiacciato. Come Born in the U.S.A. di Springsteen, Let’s Dance di Bowie o Songs from the Big Chair dei Tears For Fear, è uno di quei dischi che hanno saputo utilizzare l’estetica sonora del decennio senza diventarne prigionieri. E con “Money for Nothing”, scritta da Knopfler insieme a Sting, i Dire Straits arrivano nel cuore dell’era MTV conservando intatta la propria identità.


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