Josh Brolin, prima di Hollywood c’era il punk: un documentario sui Cito Vice Squad
19 ottobre 2026 alle ore 12:47, agg. alle 12:58
L’attore sta lavorando a un documentario sulla sua band adolescenziale e sulla scena californiana da cui nacquero i Rich Kids On LSD
Prima di diventare uno dei volti più riconoscibili di Hollywood, Josh Brolin è stato un ragazzo della California che usciva di nascosto dalla finestra della camera per andare ai concerti.
Oggi quel capitolo della sua vita è al centro di un documentario in lavorazione, dedicato alla sua band adolescenziale, i Cito Vice Squad, e alla scena punk della costa californiana. Brolin ne ha parlato in una recente intervista con NME, realizzata insieme al collega Austin Abrams per il film Whalefall. Il progetto è ancora nelle prime fasi note al pubblico: l’attore ha detto di starne discutendo con la regista e produttrice Amy Berg, ma non sono stati annunciati titolo, piattaforma o data d’uscita.
L’idea, però, ha già un punto d’ingresso efficace: prima dei set e dei blockbuster c’erano un batterista inesperto, il suo amico Jason Sears e un gruppo di adolescenti che voleva fare punk rock.
Da Montecito a Godzilla’s: il punk prima dei set
Brolin crebbe nell’area di Santa Barbara, dentro la comunità informale dei Cito Rats: giovani legati al surf, allo skate e alla musica, che nella California di fine anni Settanta e inizio anni Ottanta costruivano le proprie occasioni di incontro tra case, rampe artigianali e concerti.
Non era la Los Angeles delle grandi sale e dei circuiti professionali: molte band e serate si muovevano in spazi precari, con un pubblico giovane e una rete locale fatta di musicisti, appassionati e promoter. In quel mondo Brolin imparò anche a considerare la musica una possibilità concreta, non soltanto qualcosa da ascoltare.
Racconta che di notte scavalcava la finestra della sua stanza e guidava fino a Godzilla’s, locale di Los Angeles che ha paragonato al CBGB di New York. Lì vide gruppi come Circle Jerks e Black Flag, insieme a Dead Kennedys e Wasted Youth: nomi che aiutano a capire il clima sonoro e culturale in cui nacque la sua esperienza da musicista.
La band si chiamava Cito Vice Squad e nacque dall’amicizia tra Brolin e Jason Sears. L’attore ha raccontato di essere stato il batterista, con una schiettezza che smonta in partenza ogni possibile mito da “rockstar mancata”: "Non ero un bravo batterista". A spingerli verso gli strumenti furono soprattutto i Sex Pistols, ascoltati come una chiamata all’azione più che come un modello da imitare alla lettera.
Il nome del gruppo, ha ammesso Brolin, era piuttosto ingenuo; anche il suono, nelle sue parole, era quello di una versione garage e acerba di ciò che sarebbe diventato il punk hardcore della zona.
l seme dei Rich Kids On LSD e la memoria di una scena
Dopo l’uscita di Brolin dal gruppo, Sears e Richard “Bomer” Manzullo avrebbero proseguito il percorso musicale dando forma ai Rich Kids On LSD, conosciuti anche come RKL. Manzullo prese il posto alla batteria e si rivelò, nelle parole dell’attore, un musicista polistrumentista di grande talento. I Rich Kids On LSD pubblicarono l’EP It’s a Beautiful Feeling nel 1984 e l’album Still Laughing l’anno successivo; la loro miscela di hardcore e skate punk lasciò un segno nella scena californiana, influenzando gruppi come NOFX. La band si sciolse alla fine degli anni Ottanta, per poi tornare con una formazione diversa.
Brolin dice che il documentario è in corso e che sta parlando con Amy Berg della scena punk losangelina e dei musicisti che ne fecero parte. Per ora non ha presentato un progetto definito nei suoi dettagli: non sappiamo se sarà un film centrato soprattutto sui Cito Vice Squad e sugli RKL o un ritratto più corale della comunità che li circondava. La seconda strada avrebbe molto materiale umano da esplorare. In una precedente intervista, Brolin aveva descritto una generazione cresciuta tra famiglie molto diverse, ma accomunata da rabbia, marginalità e desiderio di trovare una propria tribù. Le cronache della scena ricordano anche come il consumo di droghe abbia segnato e spezzato molte di quelle vite. Il racconto può così evitare la nostalgia sterilizzata: il punk non come costume da rimettere in scena, ma come spazio di appartenenza, rischio e creatività, con conseguenze reali per chi ci è cresciuto.
Se Amy Berg riuscirà a ricostruire quel passaggio dalla cameretta al circuito hardcore senza trasformarlo in un aneddoto di celebrità, il film potrà restituire un frammento poco raccontato del punk californiano: quello nato lontano dalle grandi metropoli, tra surf, amicizie e amplificatori alzati troppo.