History

Johnny Cash e Rick Rubin: la seconda vita del Man in Black con American Recordings

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Author image Gianluigi Riccardo

06 novembre 2026 alle ore 17:23, agg. alle 17:47

Dall’incontro improbabile del 1993 ai sei album della serie: Rick Rubin riportò Johnny Cash al centro della musica, lasciandogli la libertà di essere se stesso.

Quando Johnny Cash e Rick Rubin si incontrarono, nel 1993, l’accostamento sembrava quasi un gioco di opposti. Cash era una delle figure fondative della musica americana, ma attraversava una fase complicata: dopo l’uscita dalla Columbia aveva inciso per Mercury senza ritrovare né il riscontro commerciale né l’attenzione che sentiva di meritare.

Rubin, invece, si era imposto con Run-D.M.C., Beastie Boys e Public Enemy, in territori lontani da Nashville. La sua proposta non era trasformare il Man in Black in un artista alla moda, ma sedersi nel suo salotto con una chitarra e due microfoni e registrare le canzoni che Cash aveva sempre voluto cantare.

Cash raccontò a Terry Gross, in un’intervista per “Fresh Air”, che il contratto con Mercury stava per scadere e che aveva ormai deciso di concentrarsi sui concerti e sulla scrittura.


Nel salotto con Rick Rubin

Poi, però, era tornata la voglia di entrare in studio. Rubin non promise hit né classifiche: gli offrì tempo, ascolto e il controllo creativo del progetto. Per settimane Cash cantò brani che amava, tra gospel, blues, country e folk. Al “Los Angeles Times” spiegò che Rubin cercava “il cuore” di lui come musicista. L’idea di registrare soltanto voce e chitarra, inoltre, non era una trovata per gli anni Novanta: Cash desiderava da decenni un disco così e aveva già immaginato il titolo “Johnny Cash Alone”. 

Pubblicato nel 1994, “American Recordings” riportò l’ascoltatore davanti alla presenza nuda di Cash: la voce profonda, le pause, il peso delle parole e una chitarra acustica. Il repertorio metteva accanto composizioni proprie, tradizionali e brani di autori come Nick Lowe, Tom Waits e Leonard Cohen. Non era nostalgia, ma la dimostrazione che quelle canzoni potevano appartenere a Cash, qualunque fosse la loro origine. L’album vinse il Grammy per il miglior disco folk contemporaneo e restituì al cantante una direzione riconoscibile. Rubin aveva capito che non serviva coprirlo con una produzione vistosa: bastava togliere ciò che impediva di sentirlo.



Dalla stanza di Rubin a un mondo di canzoni

Il progetto non rimase confinato alla formula acustica del debutto. “Unchained”, uscito nel 1996, allargò il campo con una band: tra i musicisti coinvolti c’erano Tom Petty & the Heartbreakers e Marty Stuart. Più elettrico e corale, “Unchained” attraversava country, folk e rock e vinse il Grammy per il miglior album country. Con “American III: Solitary Man” (2000) e “American IV: The Man Comes Around” (2002), la serie consolidò il dialogo fra tradizione e contemporaneità. Le cover non erano curiosità: Rubin aiutava Cash a scegliere brani che potessero parlare con la sua biografia e la sua voce. 

È così che “Rusty Cage” dei Soundgarden, “Personal Jesus” dei Depeche Mode e “Hurt” dei Nine Inch Nails entrarono nel suo repertorio. Cash non le cantava per inseguire il pubblico più giovane, ma come se fossero diventate parte della sua stessa storia. In “Hurt”, soprattutto, la distanza tra Trent Reznor e Cash scompare: il testo assume il timbro di un uomo che guarda alle proprie ferite, alla memoria e al tempo che resta.

Il video diretto da Mark Romanek, con immagini d’archivio e il volto ormai fragile di Cash, rese ancora più forte quella lettura. Ma il risultato non va ridotto a un commiato: “The Man Comes Around”, la title track di “American IV”, è una composizione originale di Cash, costruita con immagini bibliche e un senso di giudizio imminente che appartiene alla sua scrittura più visionaria. 

Il sodalizio funzionava perché Rubin sapeva riconoscere possibilità fuori dal repertorio abituale di Cash, mentre il cantante le trasformava in interpretazioni personali. La serie non cancellò la sua carriera precedente: la mise in prospettiva e la fece ascoltare di nuovo anche a chi lo conosceva come un’icona del passato. La “seconda vita” non fu una reinvenzione imposta, ma una stagione di libertà in cui la sua musica poteva contenere country, gospel, rock, dolore e ironia.



Gli ultimi capitoli di American Recordings

Cash morì il 12 settembre 2003, pochi mesi dopo June Carter Cash. La serie, però, era ancora aperta: lui, Rubin e John Carter Cash avevano già selezionato materiale per i successivi capitoli. “American V: A Hundred Highways” arrivò nel 2006 e “American VI: Ain’t No Grave” nel 2010, entrambi assemblati da registrazioni realizzate negli ultimi anni, quando la salute del cantante rendeva il lavoro in studio più intermittente. Per permettergli di incidere, Rubin organizzò sessioni vicino alla casa di Cash in Tennessee, adattandosi ai suoi tempi. 

Questi album postumi hanno un rapporto inevitabile con la perdita, ma non sono semplicemente il capitolo finale di una storia già scritta. Rubin raccontò al “Los Angeles Times” che Cash stava programmando di tornare a Los Angeles per registrare ancora e che i due avevano persino immaginato altri volumi. La serie proseguì dunque da un percorso che Cash considerava ancora vivo e che raccontava un sodalizio fondato sulla fiducia: Rubin non cercò di addomesticare il mito, ma mise Cash nelle condizioni di arrivare alla sua musica con una voce ancora più diretta. La seconda vita del Man in Black passò da lì, dalla possibilità di ascoltarlo senza filtri.

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