Blue Öyster Cult, la storia di "(Don't Fear) The Reaper"

Scritta da Buck Dharma pensando alla mortalità, la canzone dei Blue Öyster Cult trasformò una riflessione sulla morte in un classico rock senza tempo.
Nel 1976 i Blue Öyster Cult pubblicano "(Don't Fear) The Reaper", il singolo che porta il gruppo oltre il seguito costruito nei club e nei circuiti rock americani. Il brano entra nella Top 20 statunitense, fino al numero 12 della classifica Billboard, e diventa il maggiore successo commerciale della band. La sua forza è nell’arpeggio circolare, nella melodia malinconica e nella voce raccolta di Donald "Buck Dharma" Roeser. Il singolo è il perno di Agents of Fortune, quarto album in studio del gruppo e primo disco di platino della formazione, che avvicina le atmosfere oscure dei BÖC a una scrittura più immediata.
La band si forma nel 1967 a Stony Brook, a Long Island, attorno a Roeser e al batterista Albert Bouchard. All’inizio si chiamano Soft White Underbelly, poi attraversano altre identità prima di diventare Blue Öyster Cult. La figura decisiva nella costruzione del progetto è Sandy Pearlman: critico e poeta, diventa manager, produttore, mentore e autore di testi, definendo anche il nome e l'immaginario del gruppo.
Accanto a lui lavora il critico Richard Meltzer; in seguito Patti Smith contribuisce ai testi di alcuni brani. La band combina hard rock, fantascienza e simboli esoterici. Secret Treaties e il doppio live On Your Feet or on Your Knees ne consolidano la reputazione sul palco, senza ancora produrre una hit radiofonica.
Il riff, il registratore a quattro piste e la sala del Record Plant
La canzone nasce in casa, nel 1975, quando Roeser comincia a lavorare con un registratore TEAC a quattro piste, tecnologia allora sempre più accessibile ai musicisti. Il chitarrista ha 22 anni e ha da poco scoperto di avere un'aritmia cardiaca.
La preoccupazione per la propria vita e per la possibilità di morire giovane diventa il punto d'avvio del testo. Prima arriva il riff; poi, come ha raccontato, le prime parole si presentano già compiute. Roeser chiarisce che il brano non vuole suggerire il suicidio: immagina una storia d'amore in cui due persone, separate dalla morte, possano ritrovarsi in un'altra dimensione.
"È una canzone sul destino", ha spiegato, riassumendo l'idea che lega la riflessione autobiografica alla vicenda immaginata. La coppia evocata nel testo è anche un modo per parlare della sua relazione con Sandra, allora compagna e poi moglie. Il riferimento a Romeo e Giulietta esplicita la dimensione romantica, ma contribuì anche a generare interpretazioni controverse: Roeser si trovò a respingere l'accusa di esaltare il suicidio, che non era il senso del racconto.
Il demo contiene già quasi tutta l'architettura del pezzo. Al Record Plant di New York, durante le sessioni dell'album, i produttori Sandy Pearlman, Murray Krugman e David Lucas ne riconoscono la forza. L'unica esitazione riguarda il fatto che la canzone è meno pesante rispetto al repertorio più consueto dei Blue Öyster Cult; alla fine la band decide di registrarla senza stravolgere l'arrangiamento. Per il riff iniziale Roeser suona una Gibson ES-175 di Krugman attraverso un amplificatore Music Man; per l'assolo usa invece la propria Gibson SG del 1969. Ricorda di averlo inciso in una sola esecuzione: "È venuto fuori al primo tentativo".
Canta Roeser, con un timbro morbido che contrasta con l'impostazione più aggressiva di Eric Bloom: un'ombra inquieta attraversata da una melodia accessibile.
Una canzone sulla morte, un classico anche grazie alla cowbell
La versione lunga dell'album contiene una sezione centrale estesa, poi ridotta per il singolo. Eric Bloom ha raccontato che il gruppo si accorse del taglio in modo memorabile durante un'apparizione televisiva al Merv Griffin Show: i musicisti si aspettavano la struttura completa e si trovarono a mimare una parte che nella versione scelta per la trasmissione non c'era più. Anche la cowbell, oggi inseparabile dall'identità pop del brano, fu un'aggiunta in studio e non faceva parte del demo. David Lucas ne suggerì l'inserimento per dare continuità al ritmo; i ricordi su chi abbia materialmente suonato la percussione non coincidono del tutto.
Albert Bouchard, Lucas e altri hanno raccontato versioni diverse, un'incertezza che si è trasformata in uno degli aneddoti più longevi della storia della canzone. Nel mix originale, comunque, la cowbell resta discreta: la sua centralità sarebbe arrivata molto più tardi.
Il passaggio decisivo nell'immaginario pop avviene l'8 aprile 2000, quando Saturday Night Live mette in scena "More Cowbell": Christopher Walken interpreta un produttore immaginario che pretende sempre più cowbell durante una registrazione caricaturale del brano, mentre Will Ferrell impersona il percussionista Gene Frenkle. La gag rende memorabile la battuta e riporta la canzone davanti a una nuova generazione, ma la sua fortuna non nasce lì.
Da decenni "(Don't Fear) The Reaper" accompagna film, serie e videogiochi; il suo ingresso nel film Halloween di John Carpenter ne aveva già saldato le atmosfere al cinema horror. La sua longevità nasce dal contrasto tra il testo, che affronta la morte senza farne una minaccia, e la musica ipnotica. Roeser l'ha descritta come una storia d'amore oltre la vita. Per la band fu la hit che aprì il suo primo album di platino; per la cultura pop, una meditazione sul tempo e una battuta musicale entrata nella memoria televisiva americana.
Trending
Leggi anche
Scopri tutte le ultime novità su cinema e serie TV.



