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Joe Perry: riff, groove e attitudine

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Author image Gianni Rojatti

10 settembre 2026 alle ore 13:00, agg. alle 13:48

Joe Perry: riff, groove e attitudine

Joe Perry non ha inventato una nuova tecnica, rivoluzionato il suono della chitarra o inseguito il virtuosismo. Eppure è uno dei guitar hero più riconoscibili del rock: riff, groove, attitudine e presenza scenica hanno costruito un modello alternativo.

Nato il 10 settembre 1950, il chitarrista degli Aerosmith ha trasformato blues, hard rock, funk e R&B in un linguaggio unico ed esplosivo. Il suo DNA racconta perché per diventare un guitar hero, qualche volta, tecnica e innovazione non sono gli ingredienti decisivi.

Groove e attitudine

Joe Perry è un guitar hero quasi per sottrazione. Non è un innovatore assoluto come Jimi Hendrix o Eddie Van Halen, non ha spostato in avanti i confini del virtuosismo come Yngwie Malmsteen o John Petrucci e non appartiene alla famiglia degli sperimentatori del suono alla Adrian Belew o The Edge. Eppure, nella storia della chitarra rock, possiede lo stesso status iconico. Perché? La risposta sta soprattutto in due elementi: groove e attitudine. Perry raccoglie il fraseggio blues rock che negli anni Sessanta era esploso nelle mani di Jimi Hendrix, Eric Clapton, Jeff Beck e Jimmy Page e lo porta dentro una musica più pesante, ma soprattutto più nera e ritmica. Le sue radici sono dichiarate: i primi Led Zeppelin, Truth (1968)  e Beck-Ola (1969) di Jeff Beck, gli Yardbirds, il Beano Album (1966) di John Mayall con Clapton. Ma dentro quella grammatica entrano funk, soul e R&B, soprattutto attraverso la mano destra, quella che sulla chitarra macina ritmica e riff. È qui che gli Aerosmith trovano una posizione particolare nella storia dell’hard rock americano. I loro riff non si limitano a pestare: ondeggiano, sincopano, giocano continuamente con basso e batteria. Perry non utilizza niente di insolito: sotto i suoi polpastrelli scorrono le solite vecchie scale blues e le stesse tecniche che da anni infiammavano gli assoli dei grandi chitarristi rock. Ma soprattutto raramente costruisce il fraseggio in maniera scolastica sul battere. Gira attorno al tempo, quasi come farebbe un sax o una sezione di fiati di una band funk, lasciando respirare le frasi. È un approccio che contribuirà a creare un ponte tra l’hard rock degli anni Settanta e quello molto più sensibile al groove che ritroveremo nei Guns N’ Roses e, successivamente, nel crossover. Non è casuale che proprio "Walk This Way", insieme ai Run-DMC, diventi nel 1986 uno dei punti d’incontro decisivi tra rock e hip hop. Poi c’è l’attitudine. Joe Perry e Steven Tyler diventano i Toxic Twins perché nella seconda metà degli anni Settanta portano l’immaginario sesso, droga e rock’n’roll fino alle conseguenze più autodistruttive. E quella pericolosità finisce dentro i dischi: gli Aerosmith possono essere imprecisi, sporchi, a tratti quasi sgangherati, ma possiedono un groove e una sensualità difficilmente replicabili. Perry incarna così un sogno chitarristico diverso: essere il solista di una gigantesca hard rock band senza trasformarsi nell’immaginario collettivo nel musicista ossessionato da scale, metronomo e perfezione. Chitarra bassissima, capelli, sigaretta, Les Paul: il physique du rôle conta, eccome. Ma funziona perché dietro ci sono riff e canzoni. Come Keith Richards, Malcolm e Angus Young, Billy Gibbons, Izzy Stradlin o Slash, Perry possiede soprattutto il talento di suonare quello che serve al pezzo, aggiungendoci un suono estremamente personale, accattivante e un look da vera rockstar.


Joe Perry Vs Brad Whitford

Il confronto con Brad Whitford, altro chitarrista degli Aerosmith,  rende ancora più evidente questa caratteristica. Whitford è il chitarrista più preciso, disciplinato e tecnicamente rifinito degli Aerosmith: viene dal blues britannico, ma ha studiato al Berklee e tra le sue influenze compaiono anche Wes Montgomery, Charlie Christian e John McLaughlin. Perry è l’animale istintivo: più irregolare, ritmico, funk, capace di tirare fuori un riff enorme quasi senza preoccuparsi di tenerlo al guinzaglio. Whitford gli costruisce attorno fondamenta solidissime. È proprio questa complementarità a rendere formidabile la coppia. E Perry ha influenze che spiegano bene la sua diversità rispetto a molti colleghi hard rock: accanto a Page, Beck, Keith Richards e Peter Green ci sono Catfish Collins, Ernie Isley, Eddie Hazel e Leo Nocentelli. Chitarristi per i quali ritmo, sincope e groove sono parte del vocabolario quanto bending e pentatoniche.


Tre Canzoni

Tre brani bastano per fotografarlo. "Walk This Way", da Toys in the Attic (1975), è il manifesto: un riff sincopato e funky che riesce contemporaneamente a essere hard rock e musica da ballare.

"Draw the Line", dall’omonimo album del 1977, mostra invece il Perry più selvaggio: slide, intonazione al limite, una band che sembra continuamente sul punto di deragliare e proprio per questo suona viva.

"Sweet Emotion", ancora da Toys in the Attic, racconta perfettamente il suo rapporto con dinamica, suono e groove: poche note, spazi enormi e una tensione che cresce proprio perché la chitarra non ha bisogno di riempire tutto.

Joe Perry non ha mai avuto bisogno di sembrare il chitarrista più veloce, tecnico o innovativo della sua generazione. Gli è bastato essere quello che, appena prende in mano la chitarra, fa sembrare più pericolosa, sporca e sexy tutta la band. E forse il talento più imprescindibile per un guitar hero è proprio un altro: trasmettere a chi lo guarda la voglia di imbracciare una chitarra. Perry, sul palco, a petto nudo, la chitarra alle ginocchia, la faccia torva e la sigaretta, mentre sgrana riff e accordi, incarna perfettamente quella suggestione. Lo guardi suonare e desideri fare esattamente la stessa cosa.


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