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Il suono dei Royal Blood

Il suono dei Royal Blood

Photo Credits: wikipedia

Gianni RojattiGianni Rojatti
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Come fanno i Royal Blood a suonare come un'intera band con soltanto basso e batteria? Il segreto di Mike Kerr, tra ricerca sonora e grandi canzoni.

I Royal Blood sono una delle band più originali e interessanti del rock contemporaneo. Il duo britannico ha costruito un suono enorme, capace di evocare la potenza di una formazione tradizionale, utilizzando soltanto basso, batteria e una sorprendente inventiva.

Dietro questa formula apparentemente semplice si nasconde la ricerca di Mike Kerr, musicista che ha trasformato il basso elettrico in uno strumento capace di svolgere anche il ruolo della chitarra. Una soluzione ingegnosa che funziona soprattutto perché sostiene canzoni straordinariamente efficaci.

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Un linguaggio nuovo

I Royal Blood sono una delle band più interessanti emerse nel rock degli ultimi dieci anni. E, come spesso accade ai gruppi capaci di lasciare un segno, riescono a coniugare un profondo rispetto per la tradizione con un linguaggio personale e sorprendentemente moderno. Nel loro suono convivono Led Zeppelin, Rage Against The Machine e Jack White, ma il risultato è qualcosa di profondamente originale. La parola chiave è proprio suono. Spesso la nascita di una band è il naturale punto d'incontro tra musicisti innamorati del proprio strumento: un chitarrista, un batterista, un bassista che, animati dal desiderio di suonare e migliorarsi, finiscono per fare musica insieme. I Royal Blood seguono un percorso quasi opposto. Mike Kerr, cantante e bassista del duo di Brighton completato dal batterista Ben Thatcher, è prima di tutto un musicista ossessionato dalla ricerca di un suono efficace e potente. Lo strumento con cui ottenerlo è quasi secondario. Nasce infatti come tastierista, abituato a sperimentare con amplificatori ed effetti, e a 21 anni si ritrova quasi casualmente a suonare il basso per una collaborazione musicale di Thatcher. È allora che ha un'intuizione decisiva. Da sempre i chitarristi cercano di rendere il proprio suono più incisivo, potente e aggressivo. Dalle distorsioni di Jimi Hendrix a quelle dei Black Sabbath e dei Nirvana, questa ricerca ha spesso accompagnato l'evoluzione del rock. E uno dei modi per rendere la chitarra ancora più imponente è stato spingerla verso frequenze sempre più basse, sconfinando nel territorio del basso: dagli octaver utilizzati da Hendrix e Jack White alle chitarre a sette e otto corde del nu metal e del djent. Kerr ha quello che lui stesso definisce un «momento Eureka»: perché non fare esattamente il contrario? Anziché partire dalla chitarra per simulare un basso, perché non partire dal basso e ricreare le frequenze della chitarra? Del resto, come osserva lui stesso, spesso si sottovalutano il peso, il portamento e la proiezione che il basso conferisce al suono nei momenti più spettacolari e deflagranti della musica di band come Led Zeppelin e Rage Against The Machine.


Un musicista con due amplificatori 

Il segreto dei Royal Blood è più semplice da comprendere di quanto sembri. Normalmente un basso viene collegato a un amplificatore. Kerr, invece, divide il segnale dello strumento e lo invia a due amplificatori differenti: uno conserva la profondità e la potenza del basso, l'altro viene trattato per diventare un autentico suono di chitarra, attraverso distorsioni e un pedale come l'Electro-Harmonix POG2, capace di generare note un'ottava sopra quelle originali. Tra gli effetti utilizzati figura anche il Tech 21 Red Ripper, fondamentale per ottenere una distorsione aggressiva senza sacrificare il corpo delle frequenze basse. Non nasce dunque un unico suono gigantesco, ma due suoni distinti, controllati dallo stesso musicista. E uno dei trucchi più spettacolari è affidato a un comunissimo accordatore. Quando si preme il pedale per accordare lo strumento, questo interrompe il segnale audio. Kerr sfrutta proprio questa funzione per spegnere il segnale diretto all'amplificatore per chitarra, lasciando suonare soltanto quello del basso. In "Boilermaker", quando il suono si svuota improvvisamente all'ingresso della strofa, non sta aggiungendo un effetto: sta semplicemente escludendo l'amplificazione della chitarra, lasciando emergere il basso che era già presente. È qui che si misura la particolarità dei Royal Blood. Pensiamo, per esempio, agli Angine de Poitrine: una band che apprezziamo molto, ma che ascoltiamo prima di tutto per l'eccentricità, la stravaganza, il virtuosismo e l'originalità della proposta, più ancora che per la qualità e la natura delle composizioni. Con i Royal Blood accade esattamente il contrario. Al primo ascolto, senza conoscere nulla della loro strumentazione, potremmo tranquillamente credere di trovarci davanti a una classica formazione rock con due chitarre, basso, batteria e cantante. Perché quello che arriva immediatamente sono la forza dei riff, la bellezza delle canzoni, l'efficacia dei ritornelli e della scrittura. Solo successivamente scopriamo che tutto questo nasce da un procedimento sonoro straordinariamente insolito. Prima ci conquistano le canzoni. Poi scopriamo quanto sia originale il modo in cui vengono suonate.


Un bassista non bassista

L'aspetto forse più affascinante della storia dei Royal Blood è che Mike Kerr continua a non considerarsi un bassista nel senso tradizionale del termine. I suoi riferimenti rimangono soprattutto chitarristi come Jimmy Page, Tom Morello e Jack White. E racconta di avere letteralmente imparato a suonare il basso davanti al pubblico: il successo improvviso dei Royal Blood lo catapulta sui grandi palchi, anche in tournée accanto a gruppi come Foo Fighters e Queens Of The Stone Age, mentre lui sta ancora sviluppando la propria tecnica. Kerr ammette di avere costruito uno stile perfettamente funzionale alla musica dei Royal Blood, ma di non possedere necessariamente le competenze e la versatilità di un bassista tradizionale. Tanto da sostenere che il suo peggior incubo sarebbe quello di essere chiamato a suonare in un'altra band, dove tutti si aspettino da lui capacità, versatilità e scoprire, invece, di non essere assolutamente all'altezza: lui sa suonare il basso per quello che serve ai Royal Blood!


Tre canzoni 

Eppure, ascoltandolo, è evidente quanto sia cresciuto anche come strumentista. Tre brani permettono di apprezzarne le qualità: "Boilermaker", per il geniale trucchetto di mettere in muto l'amplificatore per chitarra, creando un efficacissimo gioco di pieni e vuoti nell'arrangiamento; "Figure It Out", che smentisce la sua eccessiva modestia, costruita com'è su una tecnica di hammer-on, che permette di suonare le note sul manico con la sola mano sinistra, dando vita a un'esecuzione impegnativa e quasi virtuosistica; e "Ten Tonne Skeleton", dove un effetto di variazione dell'intonazione, della famiglia del Whammy, utilizzato anche da chitarristi come Dimebag Darrell, Tom Morello, Jack White e Steve Vai, produce spettacolari impennate verso le note acute. Un suono tipicamente chitarristico che Kerr trasferisce sul basso con risultati sorprendenti. Tre esempi di come una ricerca sonora fuori dagli schemi sia diventata il linguaggio di una delle band più riconoscibili del rock contemporaneo.