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Depeche Mode, "Music for the Masses": il disco che portò la band verso gli stadi

Depeche Mode, "Music for the Masses": il disco che portò la band verso gli stadi

Photo Credits: Mute Records publicity

Gianluigi RiccardoGianluigi Riccardo
, agg. alle

Il 28 settembre 1987 i Depeche Mode pubblicavano "Music for the Masses", il disco che trasformò definitivamente una band di culto in un fenomeno mondiale.

Pubblicato il 28 settembre 1987, "Music For The Masses", arrivava dopo Black Celebration, album con cui la band di Basildon aveva portato alle estreme conseguenze il lato più cupo e claustrofobico del proprio suono.

Il percorso iniziato con l'elettronica leggera di Speak & Spell era ormai lontanissimo: Martin Gore aveva progressivamente assunto il controllo della scrittura, Alan Wilder era diventato fondamentale nella costruzione degli arrangiamenti e i Depeche Mode avevano imparato a utilizzare campionatori e sintetizzatori non semplicemente come strumenti elettronici, ma come un vero linguaggio.

Music for the Masses rappresenta però un passaggio ulteriore. Il suono resta oscuro, sensuale e spesso inquietante, ma diventa più largo, cinematografico e fisico. È il punto in cui i Depeche Mode cominciano a creare musica capace di riempire spazi enormi senza modificare realmente la propria identità.

Non a caso, nella loro discografia, è il collegamento più evidente tra la densità di Black Celebration e la precisione quasi perfetta che verrà raggiunta tre anni dopo con Violator.


Dopo Black Celebration, cambiare metodo per non ripetersi

La lavorazione di Black Celebration era stata lunga e particolarmente intensa e, dopo diversi album realizzati insieme, Daniel Miller decise di fare un passo indietro rispetto al ruolo centrale avuto fino a quel momento in studio. Non fu una rottura: il fondatore della Mute sarebbe rimasto vicino al gruppo e avrebbe contribuito anche al nuovo disco, ma i Depeche Mode avevano bisogno di modificare il processo.

Per il nuovo album arrivò quindi David Bascombe, tecnico e produttore che aveva lavorato con Tears For Fears e che attirò l'attenzione della band proprio per il suono ottenuto con brani come Shout. Bascombe ha ricordato che probabilmente fu Dave Gahan a suggerire il suo nome e che il primo incontro servì soprattutto a verificare se potesse funzionare il rapporto personale: "Ci incontrammo, andammo subito d'accordo e sostanzialmente fu tutto molto semplice".

La presenza di Bascombe non modificò però la struttura creativa costruita negli anni precedenti. Martin Gore arrivava con le demo, spesso relativamente essenziali, mentre Alan Wilder iniziava un lungo lavoro di arrangiamento, programmazione e trasformazione dei materiali. Bascombe entrava successivamente nel processo aggiungendo idee e occupandosi anche dell'aspetto tecnico.

Wilder, in particolare, stava diventando sempre più importante nella definizione del suono dei Depeche Mode. Gore scriveva melodie e testi; Wilder le trasformava spesso in ambienti sonori molto più complessi. Bascombe ricorda una serie di regole più o meno scherzose adottate dalla band: niente preset, pochissimi accordi convenzionali e, almeno teoricamente, niente hi-hat. Limitazioni utilizzate per evitare soluzioni prevedibili e costringersi continuamente a cercare suoni differenti.


Parigi, campionamenti e un suono sempre più grande

Le registrazioni iniziarono nel 1987 agli Studio Guillaume Tell di Parigi, ricavati all'interno di un vecchio teatro. Una scelta che permetteva alla band di abbandonare temporaneamente sia Londra sia Berlino, città che aveva avuto un ruolo fondamentale nei lavori precedenti.

Come sempre, la ricerca dei suoni diventò parte integrante della composizione. I Depeche Mode continuarono a campionare oggetti, percussioni e strumenti reali, ma senza voler replicare esattamente il metodo industriale utilizzato in album come Construction Time Again. Nello studio parigino trovarono vecchi strumenti orchestrali, pianoforti e grandi percussioni che potevano essere registrati, manipolati e trasformati in qualcosa di completamente diverso.

Il lavoro era intenso. Bascombe ricorda sessioni che potevano occupare praticamente l'intera giornata, sette giorni su sette, compensate dalle notti trascorse nei locali di Parigi. Dopo circa sei settimane, però, la band aveva bisogno di cambiare aria e si trasferì ai Konk Studios di Londra, dove venne registrata anche buona parte delle parti vocali. Il mix finale fu poi completato ai PUK Studios in Danimarca.

Il risultato era molto diverso dalla chiusura quasi soffocante di Black Celebration. Gli spazi diventavano più grandi, i riverberi più profondi e gli arrangiamenti assumevano spesso dimensioni orchestrali. Bascombe attribuisce soprattutto a Wilder la componente più cinematografica del disco e ricorda il lavoro enorme necessario per costruire, attraverso campioni orchestrali, brani come Little 15.


Da Never Let Me Down Again a Behind the Wheel: le canzoni di Music for the Masses

La trasformazione emerge immediatamente in "Never Let Me Down Again", probabilmente il manifesto dell'intero album. Quando Bascombe ascoltò la demo rimase immediatamente impressionato e propose di utilizzare per cassa e rullante un campionamento ispirato al gigantesco suono di batteria di When The Levee Breaks dei Led Zeppelin. Intorno a quella base, Wilder e la band costruirono un arrangiamento monumentale fatto di sintetizzatori, chitarre trattate e aperture quasi orchestrali. È la canzone che più di tutte anticipa il futuro dal vivo dei Depeche Mode, fino a diventare il momento del celebre movimento collettivo delle braccia del pubblico.

"Strangelove" ebbe invece una gestazione molto più complicata. Wilder ricordò quanto fosse difficile trovare un equilibrio tra le tante parti del brano, mentre Bascombe racconta che Gore non fosse completamente soddisfatto della direzione presa dall'arrangiamento. Il problema principale riguardava il basso: Gore immaginava una linea veloce, Wilder aveva rallentato drasticamente il movimento. La soluzione fu utilizzarle entrambe. La versione inserita nell'album venne poi ulteriormente modificata prendendo elementi anche da un remix realizzato da Daniel Miller.

La stessa ampiezza attraversa "Sacred", mentre Little 15 porta l'elettronica verso territori quasi da colonna sonora. "Behind the Wheel" costruisce invece uno dei groove più sensuali dell'intera discografia della band attraverso una struttura ipnotica e ripetitiva. The Things You Said, cantata da Gore, lavora sulla delusione e sul tradimento personale; I Want You Now spinge apertamente sulla tensione sessuale. Per quest'ultima, Bascombe ha raccontato un dettaglio particolarmente curioso: i respiri utilizzati inizialmente provenivano da campioni presi da un film pornografico, ma la qualità era troppo bassa. Durante la Fashion Week parigina alcune modelle finirono così in studio per registrarne di nuovi.

A chiudere il quadro c'è "Pimpf", strumentale marziale e inquietante che Bascombe decise di remixare quasi per iniziativa personale mentre gli altri erano assenti dallo studio. Piacque talmente tanto alla band da conquistarsi un posto definitivo nell'album e successivamente quello di apertura dei concerti.

Anche il titolo giocava con il contrasto tra ambizione sonora e identità indipendente. Martin Gore raccontò di aver visto in un negozio un disco intitolato Music for the Millions e di essere rimasto colpito dalla sua grandiosità quasi arrogante. "Il titolo era ironico", avrebbe spiegato: la band non pensava affatto di stare realizzando musica destinata alle masse.


Il disco che trasformò i Depeche Mode in una band da stadio

L'ironia durò poco. Music for the Masses arrivò al numero 10 nel Regno Unito e, soprattutto, al numero 35 negli Stati Uniti, ma le classifiche raccontano soltanto una parte della trasformazione.

Fu il tour successivo a mostrare realmente quello che era successo. Negli Stati Uniti i Depeche Mode riuscivano a riempire grandi arene pur restando relativamente lontani dai tradizionali meccanismi del mainstream americano. Quel pubblico cresciuto attraverso college radio, club e soprattutto emittenti alternative come KROQ era diventato abbastanza grande da portarli fino al Rose Bowl di Pasadena.

Il 18 giugno 1988, alla 101ª e ultima data del tour, davanti a 60.453 spettatori, i Depeche Mode conclusero il percorso iniziato con Music for the Masses. Il concerto sarebbe diventato il cuore di 101, film e album dal vivo che fotografano uno dei passaggi fondamentali della loro carriera. Martin Gore lo avrebbe definito successivamente il momento in cui, soprattutto negli Stati Uniti, "la band decollò davvero".

Ed è probabilmente questa la posizione più corretta di Music for the Masses nella discografia dei Depeche Mode. Non è ancora la sintesi assoluta di Violator, ma è il disco che rende possibile tutto quello che arriverà dopo. I Depeche Mode non cercano di diventare più semplici per raggiungere un pubblico maggiore: fanno esattamente il contrario. Rendono più grande il proprio linguaggio, mantenendone intatte oscurità, stranezza e sperimentazione.

Alla fine quelle "masse" arrivarono davvero.