History

Cream: Wheels Of Fire, il volto più selvaggio di Eric Clapton

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Author image Gianni Rojatti

09 agosto 2026 alle ore 16:30, agg. alle 15:15

Con Wheels of Fire i Cream trasformarono blues, psichedelia, virtuosismo e improvvisazione in un’avventura musicale capace di scalare le classifiche.

C’è stato un momento in cui sperimentazione, virtuosismo e improvvisazione non erano confinati a una nicchia. Potevano appartenere alla musica popolare, riempire i concerti e scalare le classifiche. I Cream furono una delle espressioni più libere e selvagge di quella stagione.

Pubblicato il 9 agosto del 1968, Wheels of Fire fotografa Eric Clapton, Jack Bruce e Ginger Baker all’apice della loro creatività: tre personalità debordanti che trasformano il rock blues in un laboratorio aperto a psichedelia, folk, orchestrazioni e libertà strumentale.

Un momento irripetibile

Pubblicato nel 1968, Wheels of Fire è probabilmente il disco che racconta meglio che cosa rappresentassero i Cream e, soprattutto, quanto fosse eccezionale il momento storico nel quale si trovarono a suonare. Eric Clapton, Jack Bruce e Ginger Baker non avevano scelto quel nome per modestia: erano consapevoli di essere la “crema” di una scena britannica che in quegli anni stava producendo alcuni dei musicisti più importanti della propria generazione. E Wheels of Fire sembra nascere proprio dalla convinzione che tre strumentisti di quel livello potessero concedersi praticamente qualsiasi cosa. È un doppio album diviso tra studio e dimensione dal vivo, ma soprattutto è un laboratorio nel quale blues, psichedelia, folk, arrangiamenti orchestrali, improvvisazione e virtuosismo convivono senza la preoccupazione di risultare immediatamente accessibili. Sul palco una canzone può dilatarsi, diventare terreno di scontro tra tre musicisti debordanti, oppure lasciare spazio in “Toad” a un assolo di batteria smisurato. E la cosa sorprendente, osservata oggi, è che tutto questo non apparteneva a una nicchia per appassionati di progressive, fusion o musica d’avanguardia: Wheels of Fire arrivò al numero uno negli Stati Uniti e divenne il primo doppio album a ottenere il disco di platino. Decisivo nel dare al disco questa straordinaria varietà di colori fu Felix Pappalardi, produttore, arrangiatore e polistrumentista, destinato poco dopo a diventare anche bassista e cantante dei Mountain. Pappalardi non si limitò alla regia in studio: intervenne direttamente nelle registrazioni con strumenti come viola, organo, tromba e campane e contribuì in maniera sostanziale agli arrangiamenti. È anche grazie a lui se il classico impianto rock blues del power trio viene continuamente spalancato verso colori orchestrali, cameristici e quasi sinfonici, sorprendenti per ricchezza e varietà timbrica. Era evidentemente un altro mondo. Nel 1968 Beatles, Rolling Stones, Jimi Hendrix, Doors e Cream potevano portare sperimentazione, psichedelia, improvvisazione e una libertà strumentale quasi sfacciata dentro la musica popolare. E tra tutti, i Cream ne rappresentavano forse una delle espressioni più selvagge: tre personalità fortissime che non cercavano tanto di accompagnarsi quanto di sfidarsi continuamente. Jack Bruce poteva essere contemporaneamente cantante, compositore, bassista e motore armonico; Ginger Baker trattava la batteria come uno strumento solista; Clapton e la sua chitarra portavano il blues verso una violenza sonora che già lasciava intravedere l’hard rock. Wheels of Fire è la fotografia di quel momento irripetibile.


Il laboratorio dei Cream

“Pressed Rat and Warthog” mostra subito quanto fosse ampio il loro raggio d’azione: una forma relativamente tradizionale che guarda al pop, al folk e a certe suggestioni beatlesiane, ma viene deformata dal parlato al posto della consueta melodia vocale e soprattutto dall’importante contributo orchestrale di Felix Pappalardi. “Passing the Time” vive invece di contrasti quasi estremi: momenti onirici, fanciulleschi, apparentemente innocui vengono improvvisamente investiti da parti rock scatenate e fracassone. È proprio questa mancanza di soggezione verso i generi a rendere ancora oggi il disco imprevedibile. “As You Said” sembra addirittura anticipare alcune soluzioni che diventeranno patrimonio del progressive: strumenti acustici, suggestioni folk, musica classica e blues convivono dentro un arrangiamento sofisticato, mentre le melodie vocali e le continue modulazioni conservano ancora oggi una modernità impressionante. Con “Politician” arriviamo invece a uno dei capolavori del disco. Il groove è pesantissimo, il blues viene spremuto fino ai confini di un hard rock ancora seminale e sopra questa massa sonora esplode il dialogo tra le chitarre di Clapton: isterico, feroce, ispirato, indiavolato. Il suo tocco è incendiario e sexy, ma sempre accompagnato da un controllo totale della nota. È uno di quei brani nei quali si comprende il peso specifico di Clapton come uno dei grandi ispiratori della storia della chitarra rock e nel quale si intravede già buona parte dell’hard rock che arriverà nei decenni successivi. “Those Were the Days” è ancora rock libero e vibrante: impennate psichedeliche, ferocia blues, aperture progressive, grandi melodie vocali malinconiche e un’intenzione generale piacevolmente stralunata. È quasi un manifesto dell’approccio dei Cream: virtuosismo e libertà non escludono sensibilità nell’arrangiamento e gusto. Lo stesso vale per “Deserted Cities of the Heart”, altra esplosione di eclettismo musicale. Il portamento quasi folk, le sonorità etniche e acustiche e l’imprevedibilità ritmica anticipano soluzioni di arrangiamento che pochi anni più tardi fioriranno anche nella musica dei Led Zeppelin. “Born Under a Bad Sign” è invece un manifesto del rock blues: groove, pesantezza, suono e un continuo botta e risposta tra la melodia vocale e le sfuriate di Clapton. Qui prende forma un paradigma destinato a diventare centrale per generazioni di chitarristi, quello nel quale la chitarra non si limita ad accompagnare il cantante ma diventa una seconda voce con pari peso narrativo: da Gary Moore a Jeff Healey fino a Joe Bonamassa. E poi c’è “Crossroads”. Una testimonianza quasi brutale della potenza di questo trio. Basso, batteria e chitarra dialogano in maniera petulante, debordante, apparentemente caotica, riuscendo però a generare un groove selvaggio e trascinante. Clapton vola e nel celebre assolo, a gusto di chi scrive, riesce persino a superare Hendrix: c’è la stessa ferocia, la stessa pasta sonora incandescente, la stessa disinibita sensualità virtuosistica, ma accompagnata da un controllo, una pulizia e un’eleganza differenti, forse persino più raffinate. Eddie Van Halen ha ripetuto più volte che Clapton fu la sua principale influenza chitarristica. Per capire perché, probabilmente basta ascoltare questo assolo.


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