History

Clash: tutti gli album, dal peggiore al migliore

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Author image Gianni Rojatti

20 ottobre 2026 alle ore 12:39, agg. alle 14:36

La discografia dei Clash è un viaggio unico nella storia del rock: dal punk al reggae, dalla riscoperta delle radici rock alla libertà musicale di Sandinista!.

Poche band hanno attraversato la storia del rock con la rapidità e la forza dei Clash. Joe Strummer, Mick Jones, Paul Simonon e Topper Headon hanno costruito una discografia nella quale ogni album rappresenta un capitolo imprescindibile, con una propria identità musicale, impossibile da sovrapporre agli altri.

Dalla rivoluzione punk di The Clash (1977) alle aperture melodiche di Give 'Em Enough Rope (1978), dalla riscoperta delle radici rock di London Calling (1979) alla libertà stilistica di Sandinista! (1980), fino alla sintesi di Combat Rock. Cinque dischi straordinari in cinque anni, prima dell'epilogo doloroso e fuori fuoco di Cut the Crap (1985).

Una classifica impossibile

Mettere in classifica gli album dei Clash, dal peggiore al migliore, è un esercizio divertente, inevitabilmente provocatorio e persino un po’ irriverente. Perché i Clash sono una di quelle band decisive nella storia del rock, con una discografia talmente essenziale e coerente nella propria evoluzione che ogni album rappresenta un capitolo imprescindibile, difficilmente sovrapponibile agli altri. Tra il 1977 e il 1982 pubblicano cinque dischi straordinari, attraversando una trasformazione artistica che avrebbe richiesto decenni a molte altre formazioni. 
Nati nel pieno dell'esplosione punk britannica del 1976-77, i Clash contribuiscono a scriverne - se non addirittura inventarne -  il linguaggio, facendo tabula rasa di buona parte della tradizione rock e blues. Ma da quella distruzione costruiscono qualcosa di assolutamente nuovo, anticipando il crossover; sono tra le prime grandi band punk a contaminarsi non soltanto con reggae e dub, ma anche con funk, rap e disco music. Già nel passaggio dall'esordio The Clash, magnificamente grezzo, rabbioso ed essenziale, a Give 'Em Enough Rope, dimostrano come l'urgenza e la velocità del punk possano convivere con una spiccata sensibilità melodica. Una formula che, molti anni dopo, diventerà familiare grazie a Green Day, Offspring e Blink-182.
 A rendere possibile questa evoluzione è una formazione nella quale ogni musicista possiede una personalità talmente riconoscibile da diventare quasi un supereroe nell'immaginario rock. Topper Headon è un batterista dalla preparazione sorprendente per una band punk, con un lessico che comprende jazz, funk e reggae. Paul Simonon, dietro un'attitudine punk impeccabile, è una straordinaria macchina da groove, profondamente innamorata delle sonorità dub e reggae. E poi ci sono Mick Jones e Joe Strummer, una delle coppie di chitarristi più formidabili della storia del rock: il primo proteso a esplorare sonorità, arrangiamenti e linguaggi nuovi, rendendo la musica dei Clash sempre più ricca e accattivante; il secondo deciso a trasformare l'energia e la furia della propria chitarra in un megafono per le istanze politiche e sociali di un'intera generazione. È proprio questa complementarità a permettere ai Clash di trasformare London Calling in una straordinaria riconciliazione con le radici del rock, prima di spingersi con Sandinista! verso una libertà stilistica quasi illimitata e condensare quel percorso nel più accessibile Combat Rock. 
Proprio per questo, il finale della loro storia risulta ancora più amaro. A differenza dei Sex Pistols, travolti da tensioni interne e dalla tragedia personale di Sid Vicious, o dei Police, capaci di fermarsi strategicamente all'apice della popolarità per concentrarsi sulle rispettive carriere, i Clash scelgono la strada forse più svilente: logorarsi progressivamente, sgretolare la propria alchimia e privarsi degli elementi che li avevano resi straordinari. 
Quando nel 1985 arriva Cut the Crap, Mick Jones e Topper Headon sono ormai fuori dalla band. Paul Simonon non partecipa alle registrazioni del basso, affidate a Norman Watt-Roy, mentre le batterie elettroniche occupano uno spazio preponderante nella produzione. Il risultato è un disco che, riascoltato oggi, sfiora l'imbarazzo: un incrocio forzato tra cliché punk che sembrano quasi una parodia dei Clash e tentativi di adeguarne il suono al synth-pop e alle produzioni commerciali degli anni Ottanta. Un album talmente distante dalla grandezza del gruppo da risultare, per molti appassionati, quasi estraneo alla sua discografia.
 Ecco perché questa classifica è soprattutto un gioco. Tolto quell'ultimo, infelice capitolo, i Clash ci hanno lasciato cinque album che raccontano una delle evoluzioni più rapide, coraggiose e affascinanti della storia del rock. Metterli in fila significa inevitabilmente affidarsi ai propri gusti, ma anche provare a ripercorrere il filo narrativo di una carriera che, in appena cinque anni, ha contribuito a cambiare per sempre il linguaggio della musica rock.

6. Cut the Crap (1985)

Nulla da aggiungere rispetto a quanto già detto nell'introduzione. Se amate i Clash, oppure vi piacerebbe scoprirli e iniziare ad amarli, il mio miglior consiglio è quello di non appoggiare nemmeno la puntina su questo vinile.


5. Give 'Em Enough Rope (1978)

In quinta posizione mi tocca mettere quello che, paradossalmente, è forse il mio disco preferito dei Clash. Give 'Em Enough Rope rappresenta l'anello di congiunzione perfetto tra l'urgenza punk dell'esordio e il capolavoro London Calling. Una sorta di laboratorio nel quale il rock della band diventa progressivamente più solare, melodico e rotondo, con chitarre meglio suonate, arrangiamenti più raffinati, incastri ed effetti che anticipano buona parte del suono di London Calling. L'arrivo di Topper Headon alla batteria regala inoltre una varietà ritmica e una spazialità del tutto nuove. È un disco di splendide canzoni: "Tommy Gun" sprigiona un'energia rock talmente travolgente che definirla semplicemente punk sarebbe riduttivo; "All the Young Punks" è invece una magnifica, evocativa ode al punk, capace di coniugare aggressività, dolcezza e malinconia. E poi c'è "Stay Free", una delle pagine più commoventi dell'intera discografia dei Clash. La storia di due amici separati dai guai con la giustizia di uno dei due diventa uno struggente racconto di amicizia, appartenenza e nostalgia. Una canzone che, al di là dell'impegno politico, restituisce tutta l'autenticità di una band capace di trasformare in musica le vite dei ragazzi dei quartieri popolari, le loro difficoltà familiari e sociali, i loro sogni e la speranza di cambiare attraverso il rock la realtà dalla quale provenivano.


4. The Clash (1977)

Insieme al contemporaneo Never Mind the Bollocks dei Sex Pistols, l'omonimo debutto dei Clash è uno dei manifesti assoluti del punk. Un disco nervoso, aggressivo, essenziale, magnificamente rozzo, anche grazie alla presenza del batterista Terry Chimes, che non possiede ancora l'eclettismo, la versatilità e la preparazione tecnica del futuro membro Topper Headon, contribuendo involontariamente a rendere il suono della band ancora più duro e spartano. Eppure, rispetto ai Sex Pistols, qui emerge già qualcosa di diverso: un'apertura melodica che lascia intuire il potenziale sconfinato dei Clash. Canzoni come "Remote Control", "Deny" e "Hate & War" rivelano una sensibilità melodica che, una volta abbracciati nuovi linguaggi musicali, permetterà alla band di spingersi praticamente ovunque. E poi c'è "Police & Thieves", unica parentesi reggae di un album altrimenti punk dalla prima all'ultima nota: una rilettura sgarrupata, acerba e scassona del brano di Junior Murvin, ma proprio per questo irresistibile, che anticipa la straordinaria capacità dei Clash di contaminarsi e abbattere ogni barriera stilistica.


3. London Calling (1979)

È il capolavoro riconosciuto dei Clash, il disco in cui una band che aveva tagliato i ponti con la tradizione rock riesce a diventare una delle più grandi rock band del mondo proprio riconciliandosi con le radici di quel genere. Inglesi fino al midollo nella pronuncia scarna ed essenziale dei primi due album, qui i Clash lavano i panni non nell'Arno, ma in America, riappropriandosi di blues, R&B, rockabilly e rock'n'roll classico. Un doppio album meraviglioso, nel quale non fiorisce soltanto la contaminazione stilistica, ma anche la straordinaria maturità strumentale della band, trascinata da una sezione ritmica, Paul Simonon e Topper Headon, ormai lontana anni luce dalle rigidità del punk, per vivacità, groove e versatilità. Ma a rendere immortale London Calling è soprattutto un songwriting formidabile. Dopo l'apertura al fulmicotone di "London Calling" e "Brand New Cadillac", che conservano un legame diretto con l'urgenza degli esordi, il disco diventa un magnifico viaggio attraverso i generi, fino alla traccia nascosta conclusiva, "Train in Vain", un gioiello pop tra i più emozionanti della storia del rock. Pubblicato alle soglie degli anni Ottanta, London Calling finirà per rappresentare anche quel decennio, senza anticiparne né inseguirne le sonorità elettroniche e patinate. Ancora oggi, se voglio mettere sul piatto un vinile che trasudi energia, attitudine punk, il suono caldo e rotondo della tradizione rock, gusto per la contaminazione e il fascino di una band autentica, verace e maledetta, London Calling rimane il disco perfetto. E pensare che tutto questo arriva da quattro musicisti che avrebbero dovuto suonare soltanto punk.


2. Combat Rock (1982)

Proseguo in maniera decisamente irriverente rispetto alle classifiche tradizionali, piazzando al secondo posto Combat Rock, un album pregevole, spesso penalizzato dal confronto con due dischi fondamentali come London Calling e Sandinista!. Eppure è proprio questo il lavoro che mi sentirei di consigliare a chi volesse scoprire i Clash. Ultimo album registrato dalla formazione classica, fotografa una band ormai perfettamente oliata, capace di padroneggiare ogni sfumatura del proprio linguaggio musicale. I Clash hanno metabolizzato il loro straordinario viaggio attraverso i generi e qui riescono a condensarlo senza rinunciare a nulla. C'è il punk feroce di "Know Your Rights", dominato dalle chitarre distorte; c'è "Ghetto Defendant", magnifico esempio di reggae interpretato da una rock band, sorretto da un giro di basso di Paul Simonon sinuoso e quasi ubriacante. E poi c'è "Straight to Hell", forse una delle vette assolute del loro songwriting: una struggente preghiera laica di Joe Strummer, nella quale la rabbia politica sembra ormai sconfinare nella disillusione verso un mondo che continua a rimanere sordo a ogni richiesta di giustizia. Combat Rock conserva l'eco dello sperimentalismo caraibico, urbano e disallineato di Sandinista!, ma permette anche di godere dell'anima rock più vigorosa dei Clash. Un equilibrio che lo rende, forse, il loro album più completo e accessibile.


1. Sandinista! (1980)

Se London Calling monopolizza le classifiche dei migliori album dei Clash, Sandinista! rappresenta forse la testimonianza più stupefacente del loro eclettismo, della loro libertà e della loro visione musicale. Dopo aver abbattuto le regole del rock con il punk e aver fatto pace con la tradizione rock su London Calling, i Clash compiono un passo ulteriore: distruggono ogni confine tra i generi. In questo monumentale triplo album diventano una spugna capace di assorbire tutto ciò che fermenta nella musica di inizio anni Ottanta: post-punk, disco, funk, rap, synth-pop, reggae, dub e suggestioni dalle musiche del mondo. Un viaggio quasi ubriacante, nel quale la sperimentazione non diventa mai un esercizio di stile, ma uno strumento per amplificare la forza del loro messaggio politico. "The Magnificent Seven" anticipa la contaminazione tra rock e rap, "Police on My Back" dimostra che, quando accelerano sul punk rock, i Clash non hanno rivali, mentre "Charlie Don't Surf" è una parentesi di puro genio, sospesa tra dub e psichedelia. Un disco ancora oggi sorprendente, quasi impossibile da decifrare nella sua inesauribile ricchezza musicale.


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