Flea, il DNA di uno dei più grandi bassisti della storia del rock

Jazz, punk e funk: ripercorriamo le radici musicali e l'attitudine che hanno reso Flea un virtuoso capace di dare al basso un ruolo unico nella storia del rock.
Suonare nei Red Hot Chili Peppers basterebbe a consegnargli un posto nella storia del rock. Ma Flea ha fatto molto di più: ha trasformato il basso elettrico in uno strumento protagonista, imponendo un virtuosismo e una presenza scenica che hanno pochi precedenti nella musica rock.
Nato il 14 ottobre 1962, Michael Peter Balzary - detto Flea - ha costruito questa identità attraverso una formazione sorprendente: il jazz di Dizzy Gillespie,Miles Davis e John Coltrane, l'aggressività del punk e il funk di James Brown e Parliament. Il tutto sotto l'ispirazione di Jimi Hendrix. Ecco il suo DNA musicale.
Il virtuosismo e le radici jazz
Considerato uno dei più grandi bassisti della storia del rock, Flea è soprattutto uno dei pochissimi musicisti ad aver trasformato il basso elettrico in uno strumento protagonista, capace di imporsi con un virtuosismo e una presenza scenica normalmente riservati alla chitarra. Prima di lui, forse soltanto John Entwistle degli Who aveva conquistato una centralità paragonabile. Certamente il rock ha conosciuto altri bassisti straordinari, da Paul McCartney a Sting, fino a Mark King dei Level 42, ma Flea possiede una combinazione quasi irripetibile di tecnica, aggressività e spettacolarità. Soprattutto nei primi quattro album dei Red Hot Chili Peppers, il suo marchio di fabbrica è lo slap, tecnica che prevede di percuotere le corde con il pollice e strapparle con le dita, ottenendo sonorità incisive e percussive. Sebbene spesso associata al funk, questa tecnica ha radici più articolate e trova uno dei suoi principali artefici in Larry Graham, bassista di Sly & the Family Stone e successivamente fondatore dei Graham Central Station. Un linguaggio che Flea porta nel rock con una violenza e un'esuberanza del tutto personali. Per comprendere le origini di questo talento bisogna però tornare alla sua formazione, sorprendentemente lontana dall'immaginario punk e funk al quale viene abitualmente associato. Nato in Australia, Flea si trasferisce ancora bambino negli Stati Uniti. Dopo la separazione dei genitori, la madre si lega a un musicista jazz che esercita su di lui un'influenza decisiva. Flea cresce ascoltando Dizzy Gillespie, Miles Davis, John Coltrane, Charlie Parker, Ornette Coleman e Duke Ellington. Il suo primo strumento è la tromba, che studia seriamente, arrivando a suonare nella Filarmonica giovanile di Los Angeles e in diverse orchestre scolastiche. Il basso arriva soltanto durante l'adolescenza, grazie all'incoraggiamento dell'amico Hillel Slovak, futuro primo chitarrista dei Red Hot Chili Peppers. È sorprendente come riesca a trasferire così rapidamente sul nuovo strumento la sensibilità ritmica, la padronanza dell'armonia musicale e l'istinto improvvisativo maturati attraverso il jazz.
Punk, funk e psichedelia
Slovak è decisivo anche per un'altra scoperta: il punk. Flea si appassiona ai Germs, ai Clash e ai Sex Pistols, assorbendone l'energia, l'aggressività e la libertà espressiva. Ma è soprattutto il funk a conquistarlo definitivamente, attraverso gli ascolti di Parliament, Funkadelic, Defunkt, The Meters, Sly & the Family Stone e James Brown, con tutto l'universo sonoro del P-Funk. Il risultato è un bassista funk assolutamente anomalo: sofisticato e imprevedibile come un jazzista, ma capace di suonare con la ferocia di un musicista punk. Questa contaminazione non riguarda soltanto il suo modo di suonare, ma investe completamente anche la presenza scenica, l'estetica e la fisicità. Flea sembra concentrare in un unico personaggio la veemenza e l'irruenza del punk, la sensualità e l'esuberanza ritmica del funk, insieme a un gusto quasi psichedelico per i colori, i travestimenti e le eccentricità. In questo senso è fondamentale anche la fascinazione per Jimi Hendrix, dal quale eredita una concezione della musica e della presenza sul palco in cui suono, corpo e immagine diventano inseparabili. I confini fra acid rock, psichedelia, sfarzo funk e aggressività punk finiscono così per dissolversi in un'identità artistica straordinariamente personale, nella quale virtuosismo, stile e attitudine si alimentano reciprocamente.
Le due anime di Flea
Proprio Hendrix e la riscoperta del rock degli anni Settanta contribuiscono a definire l'identità di Blood Sugar Sex Magik (1991), il disco che trasforma i Red Hot Chili Peppers in una delle band più importanti della loro generazione. Se fino a quel momento il crossover aveva privilegiato soprattutto l'incontro tra funk, rap, punk e metal, i Chili Peppers recuperano il calore, la naturalezza e il respiro delle grandi produzioni rock del passato. Ne nasce un album modernissimo nella concezione, ma magnificamente rétro nelle sonorità, capace di portare il crossover ai vertici delle classifiche. Gli arrangiamenti più asciutti, le chitarre meno ingombranti e la produzione essenziale lasciano inoltre al basso di Flea uno spazio enorme: quello di uno strumento finalmente libero di esprimere tutta la propria personalità. È qui che il suo talento raggiunge una maturità straordinaria: ogni linea di basso è costruita con una precisione ritmica, un gusto melodico e una consapevolezza dell'arrangiamento che rendono superfluo qualsiasi virtuosismo fine a se stesso. Il basso continua a essere protagonista, ma senza mai perdere di vista la canzone. Non sorprende che Joe Dart, bassista dei Vulfpeck e virtuoso del funk contemporaneo, abbia indicato proprio questo album come un riferimento fondamentale della propria formazione, affascinato dalla fisicità, dalla naturalezza e dalla potenza delle parti di Flea. Per apprezzare invece il versante più sfacciato e spudoratamente virtuosistico del suo talento, merita sempre un ascolto Mother's Milk (1989). Qui Flea suona con un'aggressività e un'esuberanza quasi incontenibili: lo slap diventa una dimostrazione di forza, fra velocità vertiginose, fraseggi percussivi e un suono che occupa prepotentemente il centro della scena. Brani come "Higher Ground", la rilettura di Stevie Wonder, e soprattutto "Nobody Weird Like Me" restituiscono tutta la spettacolarità di un bassista che, pur mantenendo un'attenzione precisa alla costruzione delle canzoni, sembra divertirsi a spingere continuamente oltre i limiti tecnici ed espressivi del proprio strumento.
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