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Musica e concentrazione: lo studio che mette sotto accusa i testi

Musica e concentrazione: lo studio che mette sotto accusa i testi

Photo Credits: Public domain

Gianluigi RiccardoGianluigi Riccardo
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Una ricerca su oltre 5.000 ascolti suggerisce che le parole possono disturbare i compiti più difficili. Il ritmo, invece, dipende dal lavoro

Forse il problema non è ascoltare musica mentre lavoriamo. È provare a leggere, studiare o scrivere mentre qualcuno ci sta già parlando dentro le cuffie.

Una nuova ricerca pubblicata su Frontiers in Psychology ha analizzato il rapporto tra abitudini d’ascolto, regolazione dell’umore e concentrazione. Il risultato più interessante riguarda le attività mentalmente impegnative: la presenza di un testo veniva associata a una percezione peggiore delle proprie prestazioni, mentre la musica strumentale sembrava interferire meno.

Lo studio non ha misurato voti, velocità di lettura o numero di errori, ma il modo in cui gli studenti valutavano la propria concentrazione. Offre però un’indicazione utile: quando un compito utilizza già linguaggio, memoria e attenzione, aggiungere altre parole può occupare una parte delle stesse risorse.

Cosa ha scoperto lo studio sulla musica durante il lavoro

I ricercatori Yanyan Wang, Ge Cai e Tingting Wang hanno seguito 128 studenti universitari per quattordici giorni. Ogni volta che ascoltavano musica, i partecipanti compilavano un breve questionario indicando contesto, attività svolta, presenza di parole, velocità percepita del brano, familiarità e motivo dell’ascolto.

Sono stati così raccolti oltre 5.000 episodi avvenuti nella vita quotidiana, non in un laboratorio. Il 44% riguardava attività accademiche, dal semplice studio allo svolgimento di un compito. Il rock rappresentava il 19% degli ascolti, secondo soltanto al pop, fermo al 25%. Nel 71% dei casi la musica conteneva parole; soltanto il 21% era completamente strumentale.

Considerando tutti gli ascolti insieme, né la presenza di un testo né il tempo del brano producevano un effetto generale significativo. La differenza emergeva quando aumentava la difficoltà percepita del lavoro: durante le attività più impegnative, le canzoni con parole erano associate a concentrazione e rendimento valutati meno positivamente.

Il meccanismo ipotizzato è quello della competizione per risorse cognitive limitate. Leggere un testo, scrivere una relazione e ascoltare contemporaneamente una voce richiedono tutti una forma di elaborazione linguistica. Il cervello deve quindi dividere l’attenzione tra informazioni diverse, anche quando conosciamo una canzone talmente bene da avere l’impressione di non ascoltarla più.

Una precedente revisione sistematica di 95 articoli e 154 esperimenti aveva già rilevato che la musica con parole tende a danneggiare soprattutto memoria verbale, comprensione del testo e capacità di ricordare sequenze. Nella maggior parte degli altri compiti, però, ascoltare musica o lavorare in silenzio non produceva differenze significative.

Il ritmo veloce aiuta davvero a concentrarsi?

Sul tempo il quadro è meno netto. Il modello statistico dello studio segnala un’interazione tra velocità della musica e difficoltà del compito, interpretata dagli autori come un possibile vantaggio dei ritmi più sostenuti. Nei risultati dettagliati emerge però che il tempo ideale può cambiare a seconda del carico cognitivo.

La conclusione corretta, quindi, non è “più veloce significa più produttivo”. Un ritmo energico può aumentare l’attivazione durante un’attività ripetitiva o poco stimolante, ma diventare un’altra fonte di distrazione quando il lavoro richiede ragionamento profondo.

Anche il motivo per cui scegliamo di ascoltare sembra contare. Chi dichiarava di avere acceso la musica specificamente per concentrarsi valutava più positivamente la propria prestazione. Intenzionalità, piacere e familiarità possono aiutare a trasformare l’ascolto in una routine di lavoro, mentre una selezione casuale può interrompere continuamente l’attenzione.

Rimangono limiti importanti. I risultati derivano da autovalutazioni, riguardano soltanto studenti universitari e non dimostrano un rapporto di causa ed effetto. Lo studio non distingue inoltre in maniera precisa tra lettura, memorizzazione, calcolo, scrittura e creatività. Sono attività diverse e potrebbero richiedere colonne sonore molto diverse. frontiersin.org

Cinque brani rock strumentali con cui provare a lavorare

Non è una playlist scientificamente certificata, ma un piccolo esperimento da affrontare osservando le proprie reazioni. Cinque strumentali molto diversi per durata, intensità e complessità, da utilizzare durante differenti tipi di attività.

Rush – YYZ

Pubblicato nel 1981 all’interno di Moving Pictures, YYZ prende il titolo dal codice identificativo dell’aeroporto internazionale di Toronto Pearson. Anche il ritmo dell’introduzione riproduce le lettere Y-Y-Z in codice Morse, trasformando un segnale aeroportuale nella base di uno degli strumentali più celebri del progressive rock.
Geddy Lee, Alex Lifeson e Neil Peart costruiscono il brano attraverso continui cambiamenti, passaggi virtuosistici e una sezione centrale più aperta. Proprio questa ricchezza può produrre effetti opposti: aumentare l’attivazione durante un lavoro ripetitivo oppure attirare troppa attenzione mentre si legge. È probabilmente il test migliore per capire se la complessità musicale aiuti davvero a concentrarsi o finisca per diventare il compito principale. 


Metallica – Orion

Gli oltre otto minuti di Orion occupano il centro di Master Of Puppets, ultimo album dei Metallica pubblicato mentre Cliff Burton era ancora in vita. Il bassista partecipò alla composizione e lasciò nel brano alcune delle sue parti più riconoscibili, soprattutto nella sezione centrale, dove il thrash metal iniziale si apre verso armonie più melodiche e progressive.

Per accompagnare il lavoro ha un vantaggio preciso: è abbastanza lungo da evitare il passaggio continuo da una canzone all’altra. I riff iniziali possono sostenere attività operative, mentre la parte centrale abbassa gradualmente la tensione senza spezzare il flusso. Non è musica neutra e richiede comunque attenzione, ma possiede una struttura narrativa completa senza utilizzare una sola parola. 


Van Halen – Eruption

Inserita nel debutto dei Van Halen del 1978, Eruption dura meno di due minuti ma ha avuto un effetto enorme sul linguaggio della chitarra rock. Eddie Van Halen non inventò il tapping, ma attraverso questo assolo contribuì a portare la tecnica a due mani nel mainstream, spingendo un’intera generazione di chitarristi a studiarne velocità, fluidità e controllo.

Proprio per la sua intensità, però, è difficile considerarla vera musica di sottofondo. Può funzionare meglio come breve scossa tra due attività: chiudere un documento, ascoltare Eruption e ripartire con il successivo. Durante la scrittura o la lettura rischia invece di dimostrare che anche un brano privo di parole può essere estremamente distraente quando ogni passaggio sembra chiedere di essere seguito. A


Led Zeppelin – Moby Dick

Presente in Led Zeppelin II del 1969, Moby Dick nasce intorno a un riff suonato da Jimmy Page e John Paul Jones, ma lascia rapidamente il centro della scena alla batteria di John Bonham. La versione in studio è relativamente contenuta; dal vivo il pezzo diventava uno spazio aperto nel quale Bonham poteva estendere il proprio assolo per molti minuti.

È un brano utile per verificare il ruolo del ritmo nella concentrazione. L’assenza di un testo elimina la competizione linguistica, ma la potenza e le variazioni della batteria rimangono tutt’altro che passive.
Può accompagnare bene attività fisiche, grafiche o ripetitive; durante un lavoro che richiede memoria verbale, il drumming di Bonham potrebbe invece imporsi quanto una voce. Strumentale, quindi, non significa automaticamente discreto. 


Pink Floyd – Marooned

Marooned rappresenta l’estremo opposto di Eruption e Moby Dick. Inserito nel 1994 in The Division Bell, il brano è costruito intorno alla chitarra di David Gilmour e alle atmosfere create con Richard Wright. Nel 1995 ottenne il Grammy Award per la Best Rock Instrumental Performance, l’unica vittoria dei Pink Floyd nella storia dei Grammy.
La struttura lenta, l’assenza di brusche interruzioni e il modo in cui la chitarra rimane sospesa sopra la base lo rendono il candidato più naturale per lettura, scrittura e concentrazione prolungata. Rimane però un brano fortemente emotivo: per alcuni può creare uno spazio mentale stabile, per altri attirare completamente l’ascolto. È la dimostrazione che non basta ridurre velocità e parole: conta anche il rapporto personale costruito con quella musica. 

Il vero risultato dell’esperimento potrebbe essere proprio questo: non esiste una musica perfetta per concentrarsi, ma esistono brani più adatti a determinate persone e attività. Prima di eliminare completamente il rock dalla scrivania, potrebbe bastare cominciare togliendo le parole.