The Libertines, Up the Bracket: l’album che trasformò la Londra rock degli anni Zero

Il debutto dei Libertines trasformò la tensione fra amicizia e autodistruzione in un manifesto ruvido, letterario e profondamente londinese.
Quando Up the Bracket uscì nell’autunno del 2002, il rock britannico cercava una nuova lingua dopo la stagione del britpop, mentre negli Stati Uniti The Strokes e The White Stripes avevano rimesso al centro chitarre asciutte, ritornelli immediati e una certa idea di stile. I Libertines risposero a quella scossa senza importarne il modello: il loro disco era più nervoso, storto e legato a una geografia precisa, quella di una Londra fatta di pub, autobus notturni, case occupate e vicoli dell’East End.
Nel suono si incontravano il bdei Clash e dei Buzzcocks, la tradizione melodica dei Kinks e degli Smiths, e il rumore garage contemporaneo. L’album non conquistò subito le classifiche — arrivò al numero 35 — e la stampa lo presentò prima ancora come promessa che come certezza. Ma dentro c’erano già il suono e il racconto di un gruppo capace di trasformare una scena locale in un immaginario condiviso: non soltanto canzoni, ma un invito a riconoscersi in un modo di stare al mondo, e un racconto che i ragazzi potevano abitare.
Una città, due frontman, una band da inventare
l nucleo di quella storia era il rapporto tra Pete Doherty e Carl Barât, due autori, chitarristi e voci che si dividevano lo spazio come due personaggi della stessa commedia sentimentale. Si conobbero a metà degli anni Novanta grazie ad Amy-Jo, sorella di Pete e amica di Carl, allora studente di recitazione.
L’intesa non fu una pacificazione immediata: Barât ricordò il primo incontro come uno scambio di battute e rivalità; Doherty, da parte sua, vedeva in lui una figura difficile da ignorare, attratto dalla sua idea di sé e del paese. La loro bromance era fatta di ammirazione, competizione, dipendenza creativa e continue frizioni.
Nel 2003 Pete la descrisse come una "tempesta interiore" che li aveva spinti l’uno verso l’altro anche quando non riuscivano a stare insieme. Da quell’urto nacque la poetica del gruppo: il romanticismo non come eleganza distante, ma come fame di bellezza dentro una vita disordinata. Doherty portava nei testi la letteratura, Oscar Wilde, William Blake e una mitologia inglese privata, chiamata Albion, annotata nei suoi quaderni; Barât teneva quella visione ancorata a melodie taglienti e a una quotidianità ruvida.
Prima che l’album esistesse, i Libertines avevano costruito il proprio pubblico suonando ovunque fosse possibile: pub, squat, locali improvvisati e appartamenti trasformati in palchi. Le serate segrete nelle case condivise da Doherty e Barât — annunciate con poco preavviso e affollate fino a diventare ingestibili — tagliavano fuori l’intermediazione e rendevano il pubblico parte della band.
Nel loro appartamento di Bethnal Green, la comunità cresceva tra vicini esasperati e un passaparola più rapido della promozione. Macinavano concerti e portavano gli amplificatori sui mezzi: la scena andava inventata insieme. Per convincere l’A&R James Endeacott di Rough Trade, Barât radunò al Rhythm Factory artisti eccentrici delle serate open mic i e mise in prima fila John Hassall, allora fuori dalla band, a pogare: un bluff che era anche una scena autentica. Anche l’immagine raccontava quella miscela: giacche militari rosse, cravatte, cappelli e pelle, dandy improvvisati che mostravano il disordine. Il video della title track e "Time for Heroes" fissarono l’idea dei ragazzi eleganti nel mezzo della rivolta, immagine usata per raccontare una vera rivolta e i giovani borghesi britannici che finì col cambiare senso e definire una sottocultura.
Le canzoni e la mano di Mick Jones
La scrittura di Up the Bracket è accreditata a Doherty e Barât, ma il disco non dà mai l’impressione di una divisione ordinata dei compiti. Le canzoni si muovono tra due sensibilità: da una parte il gusto di Pete per immagini oblique, personaggi di strada e improvvise svolte poetiche; dall’altra la capacità di Carl di dare alle idee un profilo melodico netto, pronto a diventare un coro da cantare in un pub o sotto un palco.
"Vertigo" apre con un’accelerazione sul punto di perdere il controllo; "Death on the Stairs" piega il romanticismo verso l’ironia, "Time for Heroes" porta il costume e la cronaca in un ritornello da generazione, mentre "The Good Old Days" diffida della nostalgia proprio mentre costruisce un passato mitico. Nel mezzo ci sono cambi di prospettiva, frasi parlate, chitarre che si rincorrono e una sezione ritmica che spinge senza lucidare gli spigoli.
Le fonti di Doherty — da Tony Hancock alla poesia e alla cultura popolare — non diventano citazioni da salotto: sono materiali vivi, impastati con slang, pub, conflitti e desiderio. Così la lingua dei Libertines suona insieme colta e accessibile, romantica e anti-romantica.
A dare forma a quel caos in studio fu Mick Jones, chitarrista dei Clash e produttore che la band raggiunse attraverso il circuito di Rough Trade. Jones raccontò di aver sentito parlare di loro da un amico; poi ricevette il materiale e ne fu convinto subito.
Le sessioni si svolsero nell’estate del 2002 ai RAK Studios di Londra, con un approccio rapido che lasciava respirare l’urgenza dei brani. Per Barât, la cosa decisiva fu che Jones non cercò di raddrizzare i Libertines né di ripulirli fino a renderli irriconoscibili: registrò la loro energia come un fatto collettivo, una tensione che funzionava soltanto quando i quattro suonavano come un’unica creatura.
L’incontro ebbe anche un effetto formativo: Carl ha raccontato che fu Mick a introdurlo davvero ai Clash, mentre Pete vedeva nel produttore un uomo capace di leggere la loro idea romantica di Londra. Alla domanda sui consigli ricevuti, Barât ne ricordò uno essenziale: "Restate uniti. Guardatevi le spalle". È una frase che sembra già contenere il destino del gruppo: il talento c’era, ma proteggerlo dalle loro stesse fratture sarebbe stato molto più difficile.
Un’eredità che supera il disco
Il successivo album omonimo del 2004 avrebbe reso esplicita la frattura fra i frontman, ma Up the Bracket conserva l’attimo in cui la rivalità produceva musica.
Le dipendenze di Doherty, i concerti saltati e le liti trasformarono presto la leggenda in un costo reale: raccontare quei giorni solo come notti memorabili cancellerebbe la parte dolorosa. Eppure proprio la tensione tra costruzione e disfacimento rese potente il debutto.
L’impatto superò i risultati commerciali: influenzò il look maschile, alimentò i concerti spontanei, riaccese l’idea che una band potesse diventare comunità e lessico condiviso.
Accanto agli Arctic Monkeys — per un’altra via, digitale e radicata nella vita quotidiana di Sheffield — i Libertines restano tra le ultime band britanniche capaci di unire canzoni, abiti, luoghi e comportamenti in una sottocultura riconoscibile anche nei circuiti indie europei.
È una lettura, non una classifica: la loro importanza sta nell’aver fatto sembrare possibile che il rock nascesse ancora da una porta aperta, un’amicizia ingestibile e una città vissuta fino in fondo.
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