Thin Lizzy, JAILBREAK: oltre il mito dell’hard rock
25 marzo 2026 alle ore 15:55, agg. alle 12:07
Jailbreak dei Thin Lizzy: l’influenza su hard rock e metal è solo la punta dell’iceberg di un disco che fonde soul, funk, folk e anticipa nuove direzioni
Pubblicato il 26 marzo 1976, Jailbreak dei Thin Lizzy è considerato un disco decisivo del rock per i tanti elementi di innovazione che contiene. Spesso è associato all’hard rock e al metal ma, in realtà, quella è solo la superficie: sotto c’è una scrittura che intreccia soul, funk, R&B e folk irlandese con una naturalezza sorprendente. La sua influenza sulla NWOBHM (New Wave of British Heavy Metal di Iron Maiden, Judas Priest, Saxon…) è evidente, ma forse non ha mai ricevuto una consapevolezza adeguata alla sua portata. Centrale è il lavoro chitarristico di Scott Gorham e Brian Robertson, che supera la divisione tra ritmica e solista: le due chitarre diventano uno strumento unico, fatto di armonizzazioni, intrecci e contrappunti. A guidare tutto, la figura di Phil Lynott, bassista e cantante, tra le più moderne e influenti del rock.
Chitarre mai sentite
Jailbreak (1976) resta uno di quei dischi che vengono citati automaticamente quando si parla delle radici di hard rock e metal. Eppure, riascoltato oggi, è proprio questa etichetta a risultare riduttiva. Perché se è vero che i Thin Lizzy hanno influenzato profondamente l’hard rock e il metal, è altrettanto evidente che la loro musica si muoveva su un piano più ricco e sfumato. La “cattiveria” sonora che associamo a quei linguaggi — distorsioni, attitudine aggressiva, esasperazione del linguaggio blues— non è mai stata il loro tratto dominante. Già tra metà anni ’60 e primi ’70 c’erano esempi più estremi: “Helter Skelter” dei The Beatles o “Purple Haze” e “Foxy Lady” di Jimi Hendrix spingevano molto più in là quel tipo di tensione sonora. Il contributo dei Thin Lizzy va cercato altrove. In primo luogo nel lavoro della coppia di chitarristi, Scott Gorham e Brian Robertson, che supera definitivamente lo schema chitarra ritmica/chitarra solista. Qui nasce un dialogo fatto di intrecci, contrappunti e soprattutto armonizzazioni (due linee melodiche suonate insieme, a distanza fissa) che creano un effetto compatto, cantabile e - soprattutto - orchestrale. Tra gli esempi più efficaci del disco c’è lo stacco centrale di “Emerald”: la sezione ritmica si ferma e restano solo le due chitarre, intrecciate in una melodia dal forte sapore folk irlandese. Sentire chitarre distorte — fino a quel momento legate soprattutto al linguaggio blues — muoversi su un tema di derivazione popolare è, per l’epoca, un’intuizione sorprendentemente moderna. Allo stesso modo, gli incastri melodici di “The Boys Are Back in Town” mostrano come queste armonizzazioni non siano un esercizio solistico, ma veri e propri temi, parti che in un contesto pop sarebbero affidate a fiati o tastiere.
Oltre la superficie
Ma fermarsi a questo significa cogliere solo la superficie. Sotto la scorza hard rock, Jailbreak è attraversato da una componente soul, funk e pop molto marcata. Il groove è centrale, elastico, quasi danzante; e le linee vocali di Phil Lynott sono morbide, immediate, costruite con una sensibilità lontana dai cliché più impostati o teatrali del rock dell’epoca. Brani come “Romeo and the Lonely Girl” mettono in evidenza un modo di cantare leggero, espressivo, pieno di sfumature ritmiche, più vicino al soul e all’R&B che al canto rock tradizionale. In filigrana si intravede già un’attitudine che, anni dopo, diventerà centrale nel crossover. In questo senso, i Thin Lizzy intercettano una tensione che esploderà solo un anno dopo con il punk: il bisogno di riportare il rock a una dimensione più semplice, diretta, comunicativa. Attenzione: non c’è nulla del punk in termini di suono o attitudine! In Jailbreak c’è però, già quella volontà di alleggerire una scrittura che, tra hard rock e progressive, stava diventando sempre più complessa. A rendere ancora più peculiare il quadro è la figura di Phil Lynott: frontman carismatico e bassista cantante, sulla scia di Paul McCartney, e modello che diventerà sempre più ricorrente negli anni successivi, dai Motörhead ai The Police, fino a Les Claypool con i Primus.
Musicisti e appassionati
E poi c’è l’elemento folk: l’innesto naturale della tradizione irlandese dentro il linguaggio rock, mai ornamentale, mai didascalico. Lo dimostra già “Whiskey in the Jar”, ballad tradizionale irlandese che i Thin Lizzy arrangiano in chiave rock e pubblicano come singolo nel 1972 su decisione della Decca Records, quasi contro la volontà della band. Sarà però proprio quel brano a portarli al successo e ad aprire la strada a lavori come Jailbreak, indicando in quella contaminazione un elemento di originalità vincente anche sul piano commerciale. Se oggi continuiamo ad associare questo disco all’hard rock e al metal è soprattutto per ciò che ha lasciato in eredità: la centralità delle chitarre gemelle, diventate un riferimento per la New Wave of British Heavy Metal e per band come Iron Maiden e Judas Priest, fino ad arrivare, oggi, a Avenged Sevenfold o The Darkness. Ma il vero punto è un altro. I Thin Lizzy sono una di quelle rarissime band — come Rush, The Police, gli stessi The Beatles, i Level 42 o i Van Halen — capaci di tenere insieme due mondi: un altissimo tasso tecnico, che affascina musicisti e addetti ai lavori, e una scrittura immediata, che non allontana mai l’ascoltatore. Un equilibrio difficilissimo da raggiungere, e proprio per questo così raro. Ed è lì, più che nella sua presunta “durezza”, che sta la vera forza di Jailbreak.