System of a Down, più estremi e strani del nu metal
30 giugno 2026 alle ore 17:00, agg. alle 16:50
Con Rick Rubin in regia, i System of a Down debuttano con un disco feroce e anomalo: metal, punk, folklore armeno e tensione politica fuori dal nu metal facile.
Alla fine degli anni Novanta, i System of a Down sono una delle realtà più curiose della scena metal losangelina: troppo feroci per il rock alternativo, troppo obliqui per il metal tradizionale, troppo personali per essere chiusi nella formula nu metal allora dominante del periodo.
Pubblicato il 30 giugno 1998 e prodotto da Rick Rubin, il debutto omonimo mette insieme thrash, hardcore, groove, punk e radici armene in una forma nervosa, brillante e imprevedibile: il primo segnale forte di una band destinata a diventare enorme nel rock moderno più inquieto
Fierezza da metallari
Quando il primo album dei System of a Down esce, il 30 giugno 1998, la scena metal americana sta già cambiando pelle. A Los Angeles il loro nome circola da tempo come quello di una band anomala: troppo feroce per il rock alternativo, troppo strana per il metal tradizionale, troppo seria nella sua fiera identità metallara per essere liquidata come proposta nu metal. Il passaggio decisivo arriva quando Rick Rubin li vede, li capisce e decide di produrli. Non è un dettaglio marginale: Rubin, reduce da una storia che va dagli Slayer ai Red Hot Chili Peppers, accende intorno alla band un’attenzione enorme. Se uno come lui si innamora dei System of a Down, significa che lì dentro c’è qualcosa di diverso. Per il chitarrista e compositore Daron Malakian quel legame ha anche un valore simbolico: Reign in Blood (1986) degli Slayer, prodotto proprio da Rubin, è uno dei dischi che hanno segnato il suo immaginario. Ed è forse da lì che conviene partire per leggere questo debutto. Non dal nu metal, categoria comoda ma parziale, bensì da una filiera più dura: thrash, hardcore, groove metal, crossover anni Novanta. Nei riff di chitarra distorta secchi e nervosi di Malakian si sentono la scuola estrema, la compattezza dei Pantera, certe tensioni alla Sepultura e l’idea, già esplosa con i Rage Against the Machine, di portare urgenza ritmica e linguaggio urbano dentro una musica pesantissima. Ma nei System tutto viene filtrato attraverso una personalità già riconoscibilissima.
Rock disturbante, brillante, inconfondibile
Sotto, la batteria di John Dolmayan dà al disco una spinta fisica, martellante, quasi tribale. Il suo drumming non si limita a sostenere i riff: li provoca, li spezza, li rende instabili. Sopra tutto, il cantate Serj Tankian costruisce una delle identità vocali più singolari del metal moderno, alternando urla, declamazioni teatrali, melodie oblique, passaggi isterici e improvvise aperture folk. È lì che emergono le radici armene, mediorientali, balcaniche: non come colore esotico, ma come parte interna del fraseggio. La produzione di Rubin, con il mix asciutto di Dave Sardy, non leviga questa materia. La lascia ruvida, compressa, nervosa, quasi live. Malakian ha raccontato Rubin come una specie di dottore delle canzoni: uno che non interviene soltanto con indicazioni tecniche, ma prova ad accendere l’ispirazione, a creare conversazioni, ascolti, percorsi umani capaci di far uscire il meglio dal gruppo. Brani come "Sugar", "Spiders", "Mind" e "P.L.U.C.K". mostrano già tutto quello che la band diventerà, ma in una forma più grezza e meno controllata rispetto a Toxicity (2001). È un disco violento, punk, metal, imprevedibile, attraversato da ironia nera e tensione politica. Un debutto che sintetizza molto del meglio accaduto nel metal degli anni Novanta, ma lo rilancia in una forma nuova: disturbante, brillante, inconfondibile.