Stevie Ray Vaughan: il chitarrista che riportò il blues al centro del rock
27 agosto 2026 alle ore 11:56, agg. alle 12:18
Dalle notti nei club del Texas a In Step: storia, tecnica, collaborazioni e rinascita del chitarrista che cambiò il blues degli anni Ottanta.
Stevie Ray Vaughan nacque a Dallas il 3 ottobre 1954 e imparò presto che, in casa Vaughan, la chitarra passava prima di tutto dal fratello maggiore Jimmie. Cominciò a suonare a sette anni, si formò quasi interamente a orecchio e da adolescente frequentava già i club di Dallas. A diciassette anni lasciò la scuola e nel 1972 si trasferì ad Austin, dove il blues era il pane quotidiano.
Passò dai Nightcrawlers di Doyle Bramhall ai Cobras di Paul Ray, quindi alla Triple Threat Revue con Lou Ann Barton, prima che quel nucleo diventasse Double Trouble con Chris Layton e, dal 1981, Tommy Shannon al basso.
Il salto arrivò nel 1982 al Montreux Jazz Festival. Non fu un trionfo lineare: alcuni spettatori lo fischiarono e Vaughan ricordò che, in una sala pensata per il jazz acustico, pochi fischi sembravano "come se il mondo intero ti odiasse". Ma tra chi ascoltava c'erano David Bowie e Jackson Browne.
Bowie disse che quel chitarrista lo aveva "lasciato completamente di stucco"; Browne mise a disposizione il proprio studio di Los Angeles. Da quelle sessioni nacque Texas Flood, registrato sostanzialmente come se la band stesse suonando dal vivo, mentre Vaughan finì anche su Let's Dance di Bowie, suonando la lead guitar in sei degli otto brani.
Il suono di Stevie Ray Vaughan: il blues spinto dentro il rock
La grandezza di Vaughan non sta nell'avere inventato un blues nuovo dal nulla, ma nell'avere reso contemporaneo un vocabolario antico senza sterilizzarlo.
Ci sono reminiscenze di Albert King, Collins e Buddy Guy ma anche di Hendrix nella libertà timbrica e nell'uso fisico della Stratocaster. Poi arrivano Lonnie Mack, Kenny Burrell, Wes Montgomery e il fratello Jimmie. "All'inizio cercavo di copiare i lick dai dischi di Lonnie Mack. È stato una grandissima influenza per me", raccontò Vaughan.
Il resto era soprattutto nelle mani. La sua Number One, una Stratocaster assemblata con componenti di anni diversi, montava corde enormi, accordate mezzo tono sotto: "Uso corde pesanti, accordo basso, suono forte e affondo".
Pedall ed effetti contribuivano in modo importante al suo sound ma la caratteristica decisiva era la dinamica: poteva colpire le corde al punto da consumarle in un set e subito dopo alleggerire la mano fino a ottenere un suono morbido, quasi vocale.
Texas Flood uscì nel 1983 e riportò il blues elettrico dentro un mercato dominato da altri linguaggi.
Couldn't Stand the Weather nel 1984 ampliò la tavolozza, Soul to Soul nel 1985 aggiunse Reese Wynans alle tastiere, mentre Live Alive documentò una band potentissima ma anche un periodo personale ormai fuori controllo. Non esiste, in realtà, una vera fase "solista" separata da Double Trouble: Vaughan era il frontman assoluto, ma i dischi fondamentali nacquero dentro quella band.
L'abuso di alcol e cocaina lo portò al collasso durante il tour europeo del 1986. Dopo la riabilitazione spiegò: "Non bevevo perché avevo tutti quei problemi; avevo tutti quei problemi perché bevevo", aggiungendo che nulla era così brutto da poter essere migliorato ubriacandosi o drogandosi.
La rinascita, In Step e una carriera interrotta nel momento migliore
La sobrietà non ridusse il fuoco della sua musica: lo mise a fuoco. In Step, pubblicato nel 1989, è il disco della ricostruzione personale e musicale. Vaughan lo sintetizzò così: "Finalmente sono in sintonia con la vita, con me stesso e con la mia musica". Crossfire, Tightrope e soprattutto l'instrumental Riviera Paradise mostrarono un musicista meno interessato alla pura dimostrazione di forza e più attento a spazio, fraseggio e controllo. L'album gli valse anche il Grammy per il miglior album contemporary blues.
Nel frattempo Vaughan aveva allargato il proprio raggio: lavorò con Lonnie Mack, suonò con Albert King, collaborò con Bowie, incise Pipeline con il pioniere del surf rock Dick Dale e comparve con lui nel film Back to the Beach. Fu una delle pochissime sortite fuori dal normale circuito discografico e concertistico. Nel 1990 completò invece Family Style con Jimmie Vaughan, il progetto che finalmente metteva i due fratelli sullo stesso piano discografico. Sarebbe uscito postumo.
Nella notte tra il 26 e il 27 agosto 1990, dopo un concerto all'Alpine Valley Music Theatre con Eric Clapton e una jam finale, Stevie Ray Vaughan salì su un elicottero diretto a Chicago. Il Bell 206B si schiantò contro un terreno in salita poco dopo il decollo. Vaughan aveva 35 anni.
L'inchiesta attribuì l'incidente alla pianificazione inadeguata del pilota e al mancato raggiungimento di una quota sufficiente, con oscurità, nebbia, foschia e scarsi riferimenti visivi come fattori.
Nel 2015 Stevie Ray Vaughan e Double Trouble entrarono nella Rock and Roll Hall of Fame; la Recording Academy gli accredita complessivamente sei Grammy. Ma il dato più importante resta un altro: in meno di un decennio di notorietà internazionale Vaughan riportò il blues al centro della chitarra rock e lasciò un modello tecnico così riconoscibile da essere ancora oggi imitato, spesso senza riuscire a riprodurne la componente decisiva: il tocco.
Cinque brani per capire Stevie Ray Vaughan
1. Texas Flood
È il punto di partenza perché contiene praticamente tutto. Texas Flood non era un brano di Vaughan: era uno slow blues inciso nel 1958 da Larry Davis con Fenton Robinson alla chitarra. Double Trouble lo suonava già dal vivo quando entrò nello studio di Jackson Browne per realizzare quello che avrebbe dovuto essere poco più di un demo. La versione finita fu registrata praticamente live, in una sola take, con interventi minimi successivi.
Qui emerge soprattutto la relazione di Vaughan con Albert King: bending larghi, frasi che sembrano rispondere alla voce, pause utilizzate come parte del discorso. La tecnica è enorme ma non diventa mai ginnastica. Stevie forza il tempo, entra e esce dalla pulsazione e trasforma ogni nota in una frase. È anche il pezzo che spiega perché la sua rivoluzione funzionò: non modernizzò il blues cambiandone la struttura, ma aumentando enormemente peso, volume, dinamica e intensità.
2. Pride and Joy
Se Texas Flood rappresenta lo Stevie Ray Vaughan dello slow blues, Pride and Joy è la dimostrazione definitiva del suo shuffle. Vaughan aveva scritto il pezzo già alla fine degli anni Settanta e lo trasformò in uno dei simboli del debutto del 1983. La struttura è quella classica dei dodici battute, ma la mano destra fa quasi il lavoro di un'intera sezione ritmica: bassi, corde stoppate, accordi e accenti vengono incastrati dentro lo stesso movimento.
È fondamentale anche per capire quanto fosse incompleta l'immagine di Vaughan come semplice solista. In Pride and Joy il virtuosismo vive dentro il groove. La chitarra non smette praticamente mai di suonare, ma raramente invade lo spazio di basso e batteria. Il risultato è un Texas shuffle enorme, elastico e immediatamente riconoscibile. Se bisogna individuare il brano che ha prodotto più imitatori – dal blues rock degli anni Novanta fino a migliaia di chitarristi da bedroom – probabilmente è questo.
3. Lenny
Lenny serve a demolire l'idea secondo cui Stevie Ray Vaughan funzionasse soltanto quando poteva attaccare una Stratocaster con tutta la forza disponibile. È una ballata strumentale dedicata alla moglie Lenora, che con alcuni amici gli aveva regalato la Stratocaster che avrebbe preso lo stesso soprannome. Vaughan utilizzò proprio quella chitarra per registrare il brano.
Il riferimento a Hendrix rimane evidente, soprattutto nelle armonie aperte e nell'uso delicato del tremolo, ma qui entrano maggiormente in gioco jazz e soul. Gli accordi estesi, le pause e le piccole variazioni dinamiche contano almeno quanto le note del solo. Vaughan non deve dimostrare velocità: costruisce tensione lasciando respirare il suono. È uno dei documenti migliori della sua capacità di far "cantare" la chitarra e dimostra quanto la violenza dell'attacco fosse una scelta espressiva, non un limite tecnico. Quando voleva, poteva fare esattamente il contrario.
4. Voodoo Chile (Slight Return)
Affrontare Hendrix significava esporsi a un confronto quasi impossibile. Vaughan lo fece apertamente con Voodoo Chile (Slight Return) su Couldn't Stand the Weather del 1984 e continuò a portarlo sul palco per tutta la carriera. Non provò però a riprodurre Hendrix nota per nota: conservò l'architettura psichedelica del pezzo, ma la fece passare attraverso il proprio attacco, il suono più massiccio della Stratocaster e una concezione ritmica profondamente texana.
È importante perché Vaughan appartiene alla prima generazione di grandi chitarristi per cui Hendrix era già storia, non contemporaneità. La sua operazione fu quindi anche culturale: prese quel linguaggio e lo consegnò a un pubblico degli anni Ottanta che magari non frequentava più il blues o il rock psichedelico degli anni Sessanta. La cover mostra wah, controllo del feedback, accordi, riff e improvvisazione, ma soprattutto chiarisce una differenza essenziale: Vaughan poteva amare Hendrix senza diventare una sua copia.
5. Riviera Paradise
Se bisogna scegliere un brano per indicare dove Stevie Ray Vaughan sarebbe potuto andare negli anni Novanta, è probabilmente Riviera Paradise. Chiude In Step ed è l'altra faccia della rinascita del 1989: niente necessità di correre, nessun riff pensato per travolgere l'ascoltatore, ma un lungo instrumental nel quale blues, jazz e soul convivono quasi senza confini. Anche qui Vaughan utilizzò la Stratocaster "Lenny".
La registrazione ha inoltre qualcosa di straordinario. Reese Wynans ha raccontato che il pezzo venne eseguito una sola volta. La band arrivava da materiale molto più rumoroso, i monitor non erano nemmeno regolati correttamente per una ballad e il nastro disponibile stava per terminare. Eppure quella prima esecuzione diventò il master.
È il Vaughan maturo: meno note quando non servono, più controllo del vibrato, spazio alle tastiere, frasi lunghe e una sensibilità armonica che va molto oltre il blues tradizionale. Morire un anno dopo rende inevitabile ascoltarla come un'indicazione di una strada appena iniziata.