Steve Jones: anatomia del suono dei Sex Pistols
03 settembre 2026 alle ore 12:30, agg. alle 12:25
Steve Jones e il muro di chitarre dei Sex Pistols: attitudine, precisione e intuizioni sonore che con Never Mind the Bollocks cambiarono il rock.
Il punk voleva spazzare via il virtuosismo e i manierismi del vecchio rock. Eppure uno dei suoi dischi simbolo nasconde un lavoro di chitarre meticoloso, stratificato e sorprendentemente preciso. Al centro di tutto c’era Steve Jones.
Nato il 3 settembre 1955 a Londra, il chitarrista dei Sex Pistols non è stato un virtuoso nel senso tradizionale del termine. La sua rivoluzione è stata differente: trasformare pochi accordi, precisione ritmica e attitudine in una nuova estetica della chitarra rock.
Un chitarrista decisivo
Steve Jones è stato un chitarrista decisivo nella storia del rock. Non perché fosse un virtuoso, un innovatore tecnologico o un grande solista, ma perché gli dobbiamo buona parte dell’identità musicale di un disco che ha cambiato per sempre il suono - e la storia - del rock: Never Mind the Bollocks, Here’s the Sex Pistols (1977). I Ramones erano arrivati prima, i Clash erano praticamente contemporanei: tutte e tre le band contribuirono in maniera determinante all’esplosione del punk, sul piano concettuale, politico, stilistico e sonoro. Ma Never Mind the Bollocks resta probabilmente il disco più influente prodotto da quella scena. E, musicalmente, è soprattutto il disco di Steve Jones. Basta l’attacco di "Holidays in the Sun". Quando entra quel riff, persino le chitarre più dure ascoltate fino a quel momento – Black Sabbath, Deep Purple, Who – sembrano appartenere improvvisamente a un’altra epoca. Non meno grandi, naturalmente, ma diverse. Jones porta nel rock una compattezza e una violenza sonora nuove. Il suo vocabolario è apparentemente elementare: power chord, ritmiche in ottavi, pennate pesanti, piccoli riff e brevi aperture melodiche. Per chi non mastica teoria musicale, gli “ottavi” sono semplicemente la suddivisione regolare della pulsazione in due parti: quella mitragliata continua di accordi che spinge in avanti tantissimo punk e rock successivo. Jones la esegue con una precisione impressionante, trovando però lo spazio per feedback, glissati, corde lasciate urlare e piccoli abbellimenti che raccontano una conoscenza autentica del rock’n’roll.
“Mono deluxe”
Qui entra in gioco Chris Thomas, produttore con esperienze che andavano dai Pink Floyd a un pop-rock enormemente più sofisticato del punk. Thomas chiamava scherzosamente “mono deluxe” il sistema utilizzato per costruire le chitarre di Jones: non due parti complementari, ma la stessa ritmica registrata più volte con precisione quasi chirurgica e distribuita nel panorama stereo. È una differenza fondamentale. Duplicare elettronicamente una traccia mono non produce quella sensazione; Jones risuonava realmente la parte. Le minuscole differenze tra le esecuzioni generavano larghezza, profondità e soprattutto quell’impressione di muro compatto che sarebbe diventata grammatica del rock moderno.
Anche al basso
A rendere quel muro ancora più impressionante contribuisce un altro elemento. Quando viene inciso Never Mind the Bollocks, la situazione dei bassisti dei Sex Pistols è a dir poco tumultuosa: Glen Matlock ha lasciato la band in pessimi rapporti, mentre il suo successore Sid Vicious, personaggio perfetto per incarnare l’immaginario punk, semplicemente non possiede gli strumenti tecnici per sostenere quelle registrazioni. Gran parte del basso viene così affidata allo stesso Jones. E lui non prova nemmeno a trasformarsi in un bassista: raddoppia sostanzialmente ciò che sta facendo con la chitarra, riempiendo lo spazio sottostante e saldando basso e chitarre in un unico blocco. È un’intuizione semplicissima e micidiale: il basso raramente cerca una propria strada, ma aumenta ulteriormente peso, coesione e potenza del muro sonoro.vDisarmante è anche la semplicità della strumentazione. Jones ricorda di avere registrato con una Gibson Les Paul Custom dentro un solo Fender Twin Reverb Silverface, modificato con altoparlanti Gauss e tenuto praticamente a 10: una scelta tutt’altro che scontata, visto che il Twin è storicamente associato a grandi suoni puliti. Secondo Jones, quell’amplificatore era stato addirittura sottratto a Bob Marley all’Hammersmith Odeon: aneddoto raccontato dallo stesso chitarrista, quindi da prendere come parte della sua autobiografia punk più che come fatto indipendentemente verificato. Il risultato, comunque, nasce soprattutto da volume, precisione e visione sonora. Pochissimi effetti: il celebre MXR Phase 90 (lo stesso che diventerà parte integrante del suono di Eddie Van Halen) soprattutto legato al suono dal vivo. Più che tecnologia, quindi, erano attitudine, precisione e visione sonora. In "Anarchy in the U.K." il procedimento diventa quasi orchestrale: alle ritmiche si aggiungono power chord di rinforzo, feedback, accenti, rumori di plettro e ulteriori sovraincisioni. Dietro un disco percepito nel 1977 come negazione della tecnica c’è quindi un paradosso magnifico: una costruzione chitarristica di precisione straordinaria e per allora modernissima! Da Foo Fighters a Metallica, l’idea di grandi ritmiche doppiate e aperte ai lati del mix è diventata parte del linguaggio della produzione rock.
Quattro canzoni
Anarchy in the U.K. – Sex Pistols da Never Mind The Bollocks
Il manifesto. Non soltanto una grande ritmica punk, ma una vera orchestrazione di chitarre: il brano ideale per capire quanto fosse sofisticato il presunto “chitarrsimo primitivo” di Jones.
Lonely Boy – Sex Pistols da The Great Rock ’n’ Roll Swindle
Testimonianza della fase terminale e più decadente della storia della band. Jones e il batterista Paul Cook emergono come il nucleo più genuinamente innamorato del rock’n’roll: Jones suona, canta e mostra una sensibilità melodica che va ben oltre l’aggressività dei Pistols.
"Mercy" – Steve Jones da Mercy
Nel 1987 Jones si presenta da solista con un hard rock melodico, curato e attraversato da una vena malinconica. "Mercy", utilizzata anche in Miami Vice, mostra quanto dietro il chitarrista punk ci fosse un musicista attento a melodia, arrangiamento e produzione.
"Jerk" – Neurotic Outsiders da Neurotic Outsiders (1996)
Nel 1996 Jones si ritrova con Duff McKagan, Matt Sorum e John Taylor: Guns N’ Roses, Sex Pistols e Duran Duran dentro lo stesso gruppo. "Jerk" riporta al centro quella sua miscela di riff, sarcasmo e rock’n’roll brutale. Non a caso Jones scriverà gran parte dell’unico album dei Neurotic Outsiders: quasi vent’anni dopo i Pistols, continua a essere lui il riferimento attorno al quale ruota la band.