Interviste

Sprints, il caos del mondo e la salvezza della musica: dentro “All That Is Over”

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Author image Gianluigi Riccardo

30 aprile 2026 alle ore 19:44, agg. alle 19:56

Jack Callan e Zac Stephenson parlano del nuovo album degli Sprints, tra Fallout, caos globale e il bisogno di trovare rifugio nella musica.

Gli Sprints stanno vivendo quel momento preciso in cui una band smette di essere una promessa e diventa una certezza della nuova scena alternative europea.

Il quartetto di Dublino, guidato da Karla Chubb, ha trasformato il post punk in qualcosa di più viscerale e cinematografico, spingendo il proprio suono oltre i confini del debutto "Letter To Self" e arrivando a "All That Is Over", secondo album pubblicato da City Slang e Sub Pop e prodotto da Daniel Fox dei Gilla Band.

Negli ultimi anni la band irlandese è diventata uno dei nomi più discussi della nuova ondata rock europea, anche grazie a un’intensissima attività live e a una crescita rapidissima culminata con tour sempre più grandi e recensioni entusiaste della stampa internazionale. "All That Is Over" arriva infatti dopo il successo del debutto "Letter To Self", disco che aveva portato gli Sprints dentro il cuore della rinascita alternative irlandese insieme a nomi come Fontaines D.C. , con i quali sono andati spesso in tour.

In occasione del passaggio italiano del tour, abbiamo incontrato il batterista Jack Callan e il chitarrista Zac Stephenson per Hypersonic.

"Il mondo stava andando a pezzi": la distopia secondo gli Sprints

Il cuore di "All That Is Over" nasce da una contraddizione precisa: il momento più bello della carriera della band coincide con una percezione sempre più oscura della realtà.

"Penso che questo, soprattutto se paragonato al nostro primo, che era un disco piuttosto personale, pur essendolo ugualmente, è un po' più orientato verso l'esterno", racconta Jack Callan. "E in un certo senso rispecchia il mondo che vedevamo intorno a noi, che a volte sembrava davvero distopico".

La sensazione è quella di vivere contemporaneamente un sogno e un incubo. "Eravamo davvero felici e grati di poterlo fare. Ma poi, sai, guardi fuori e ti sembra un po' come se il mondo stesse andando a pezzi".

Ed è proprio questa tensione continua tra entusiasmo personale e collasso collettivo ad attraversare tutto il disco. "Finalmente stiamo facendo quella cosa che abbiamo sempre voluto fare, ma il mondo tutto intorno a noi è precipitato nel caos".

L’immaginario dell’album pesca apertamente da romanzi sci-fi, cinema e videogiochi. Non è un caso che durante l’intervista vengano citati Fallout e la narrativa distopica contemporanea. "Siamo stati influenzati da romanzi e film di fantascienza, giochi e cose del genere", spiegano gli Sprints. "Volevamo rendere il suono vero e proprio un po' più ampio e variegato".

Anche musicalmente il disco allarga il proprio orizzonte rispetto all’esordio: più ombre, più tensione, meno immediatezza. Una scelta che la critica internazionale ha letto come un’evoluzione naturale verso territori più cupi e stratificati


La musica come rifugio in mezzo al caos

Nel racconto degli Sprints c’è però anche un elemento fondamentale: la musica come ancora di salvezza.

“Forse l'unica cosa che possiamo controllare è la nostra musica”, dice Callan. “È un po' il nostro rifugio sicuro in mezzo a tutto quel caos. È l'unica cosa a cui torniamo sempre e che in un certo senso ci fa sentire con i piedi per terra”.

Una dichiarazione che sintetizza perfettamente la filosofia della band: trasformare ansia, rabbia e disillusione in qualcosa di fisico e condivisibile.

Anche perché gli Sprints conoscono bene la fragilità dell’attuale industria musicale. “Con la musica si guadagna ben poco”, ammettono senza filtri. “Sembra che tutti abbiano difficoltà economiche”.

Il paradosso è evidente: locali più grandi, tour sempre più importanti, ma margini sempre più ridotti. “Ultimamente abbiamo fatto un sacco di tour in cui stiamo suonando nei locali più grandi in cui abbiamo mai suonato, e in un certo senso siamo contenti di essere almeno riusciti ad andare in pari”.


Eppure il gruppo continua a muoversi con una lucidità rara. Nessuna ossessione da rockstar, nessun sogno da stadio.

“Credo che per la maggior parte di noi sia semplicemente una questione di continuare a farlo a tempo pieno”, raccontano. “Non è che abbiamo folli ambizioni da dover soddisfare”.

Semmai il vero obiettivo sembra restare umano, quasi quotidiano. “Sarei davvero contento se potessimo guadagnare tutti un po' di più di adesso e continuare semplicemente a suonare e a fare musica”.

Dentro questa dimensione resta fortissima anche l’identità collettiva della band, alimentata da libri, videogiochi, cinema e vita on the road. “Devi continuare a fare le altre cose che ti piacciono”, spiegano. “Mantieni i piedi per terra”.

È probabilmente questo il segreto degli Sprints: riuscire a raccontare il caos contemporaneo senza diventarne completamente ostaggio.

E mentre “All That Is Over” continua a consolidare la loro posizione tra le band più importanti della nuova scena post punk europea, Jack Callan e Zac Stephenson sembrano avere le idee chiarissime su cosa conti davvero.

Continuare a suonare. Continuare a viaggiare. Continuare a restare vivi.



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