History

Rust in Peace: i Megadeth portano il thrash oltre il limite

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Author image Gianni Rojatti

24 settembre 2026 alle ore 15:00, agg. alle 12:48

Con Rust in Peace i Megadeth fissano uno standard tecnico inarrivabile. E con Marty Friedman cambiano definitivamente gli equilibri della sfida con i Metallica.

La rivalità tra Megadeth e Metallica attraversa la storia del thrash, ma Rust in Peace ne rappresenta forse il capitolo più glorioso: un livello di tecnica, velocità e complessità che i Metallica non avrebbero mai superato su quello stesso terreno.

Pubblicato il 24 settembre 1990, il disco trova in Marty Friedman la sua arma segreta: un chitarrista sensazionale e modernissimo che, accanto a Dave Mustaine, contribuisce a fissare un nuovo standard per la scrittura e il suono del metal.


Tecnica estrema e rabbia punk

Il 24 settembre 1990 i Megadeth pubblicano Rust in Peace, quarto album di una band ormai stabilmente inserita, insieme a Metallica, Slayer e Anthrax, nei Big Four che hanno codificato e imposto il thrash metal americano. Ma la storia dei Megadeth contiene fin dall’inizio un confronto inevitabile: quello con i Metallica. Dave Mustaine era stato uno dei primi chitarristi della band prima di esserne allontanato nel 1983 e la nascita dei Megadeth porta con sé, oltre a precise esigenze artistiche, anche una componente di rivalsa. Per tutti gli anni Ottanta le due band procedono così lungo binari paralleli, alzando progressivamente l’asticella di velocità, aggressività e complessità. Con Rust in Peace, però, su quel terreno specifico i Megadeth arrivano in un posto nel quale diventa difficile seguirli. L’ultimo termine di paragone dei Metallica è …And Justice for All del 1988: un disco lungo, intricato, pieno di cambi di tempo e strutture quasi progressive, che James Hetfield avrebbe poi descritto come una sorta di vicolo cieco, il punto oltre il quale complessità ed esibizione tecnica rischiavano di diventare fini a se stesse. Lars Ulrich ha raccontato a sua volta la necessità di riscoprire l’arte della semplificazione, scrivendo musica più fisica e meno cerebrale; Kirk Hammett ha ricordato la decisione di lavorare su canzoni più corte e semplici. Da lì nascerà la scelta opposta del Black Album: brani più concisi, riff più diretti, un suono enorme e una strada che porterà i Metallica verso un successo planetario. Non vogliamo essere maliziosi: i numeri hanno dimostrato quanto quella decisione fosse giusta. Ma viene inevitabilmente da chiedersi cosa sarebbe successo se la competizione fosse rimasta sul terreno della pura perizia strumentale. Perché Rust in Peace stabilisce uno standard quasi insensato. Il confronto parte dalla sezione ritmica. Se …And Justice for All è passato alla storia anche per il basso di Newsted praticamente sepolto nel mix, qui David Ellefson è protagonista: suono definito, moderno, articolato, fino all’introduzione di "Poison Was the Cure", dove sembra quasi una versione aggiornata e incattivita di Steve Harris. Accanto a lui debutta Nick Menza, figlio del sassofonista jazz Don Menza e, curiosamente, arrivato nei Megadeth come tecnico del precedente batterista Chuck Behler. Il suo drumming è potente ma raffinatissimo: cassa e basso si incastrano dentro riff complicatissimi mantenendo una definizione impressionante. E siamo nel 1990, prima che l’editing digitale permettesse di ricostruire chirurgicamente un’esecuzione.


Chitarre pazzesche

Poi ci sono le chitarre. Mustaine è già un caso quasi paradossale: possiede tecnica e fraseggio da solista ma si mette prevalentemente al servizio della chitarra ritmica, costruendo riff come quelli di "Take No Prisoners", autentici esercizi di coordinazione, velocità e precisione. Ma il salto definitivo arriva con Marty Friedman. I Megadeth non ingaggiano semplicemente un ottimo chitarrista metal: prendono uno dei virtuosi più impressionanti emersi nella seconda metà degli anni Ottanta. Nei Cacophony, insieme al prodigioso Jason Becker, Friedman aveva già portato lo shred oltre il neoclassicismo di Yngwie Malmsteen, utilizzando scale esotiche, dissonanze e sonorità orientaleggianti. In più conserva una rabbia quasi punk – non a caso ha sempre dichiarato il suo amore per i Ramones – che impedisce a quella tecnica mostruosa di diventare accademia. È qui che Rust in Peace diventa qualcosa di più di un disco thrash. "Holy Wars…The Punishment Due" cambia continuamente pelle, fino a spezzarsi e lasciare spazio a una chitarra acustica dal sapore mediorientale; "Hangar 18" parte con chitarre che, riascoltate oggi, hanno una secchezza quasi alternative: personalmente, in quell’introduzione sento addirittura qualcosa che dieci anni più tardi ritroveremo nei Placebo, prima che il pezzo prenda tutt’altra direzione e si trasformi in una vertiginosa successione di assoli. "Take No Prisoners" è una macchina ritmica nella quale ogni pochi secondi cambia qualcosa. È thrash, ma ragiona come il progressive: strutture mobili, incastri, variazioni continue, nessuna concessione all’automatismo.


Un album che stordisce

E poi c’è "Tornado of Souls". Se metal e assolo di chitarra hanno costruito insieme una relazione privilegiata, quello di Friedman resta uno dei momenti più celebrati dell’intera storia del genere. Tecnica vertiginosa, bending, velocità, controllo, ma soprattutto una scelta melodica torva, esotica, inquieta, figlia di quella lezione che parte dai Black Sabbath: il metal deve sapere essere oscuro. Friedman non esibisce semplicemente quello che sa fare; costruisce un assolo che sembra poter esistere soltanto dentro quella canzone. Ieri, durante un lungo viaggio in macchina e proprio in vista di questo articolo, ho rimesso Rust in Peace dall’inizio alla fine. Sono sceso dall’auto quasi ubriaco. Perché questo disco ha 36 anni, ma continua a stordire per complessità e intensità: dentro ci sono guerra, politica, alienazione e paranoia nucleare, una sezione ritmica mostruosa e una scrittura nella quale ogni riff sembra aprire immediatamente la porta al successivo. I Metallica scelsero intelligentemente un’altra strada e la storia, anche commerciale, diede loro ragione. Ma se il confronto fosse rimasto quello della velocità, della complessità e del virtuosismo, nel 1990 i Megadeth avevano appena alzato l’asticella a un’altezza quasi irraggiungibile. Rust in Peace resta, semplicemente, uno dei più grandi dischi metal mai incisi.


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