16 aprile 2026 alle ore 15:50, agg. alle 17:19
Nel 1996, con Evil Empire i Rage Against the Machine firmano un secondo disco che tiene testa al debutto: maturo, feroce, originale, senza replicarne la formula
Pubblicato il 16 aprile 1996, Evil Empire vede i Rage Against the Machine centrare un’impresa quasi impossibile: dare seguito a un debutto che aveva ridefinito il suono del rock degli anni ’90 senza subirne il peso. La band non cede di una virgola in termini di cattiveria, impegno politico e originalità, ma evita con lucidità di replicarne la formula, scegliendo una direzione più consapevole e mirata.
Con un Tom Morello in stato di grazia, la chitarra smette di essere uno strumento a sei corde e diventa un vero mostro sonoro, capace di generare alcune delle timbriche più aggressive e stupefacenti del rock.
Il peso del secondo disco
Tra i pensieri ricorrenti del rock ce n’è uno difficile da smentire: il secondo disco è sempre il più complicato. L’esordio si porta dietro entusiasmo, freschezza e, diciamolo senza troppi giri, anche una certa dose di incoscienza — quel “culo del dilettante” che spesso rende tutto più immediato. Il secondo lavoro, invece, è una verifica: serve dimostrare che non è stato un caso, ma che esiste una visione, una continuità. Questo vale per chiunque. Ma se il tuo debutto è Rage Against the Machine (1992), il discorso cambia radicalmente. Quello non è solo un primo disco riuscito: è un punto di snodo. Un lavoro che prende le intuizioni sparse degli anni precedenti — dal rap-rock degli Aerosmith con i RUN DMC al funk metal di Living Colour — e le comprime in una forma nuova, potentissima, coerente. Un linguaggio che, di fatto, ridefinisce il crossover e apre una traiettoria che porterà fino al nu metal e oltre. Con un esordio del genere, il rischio di essere schiacciati è altissimo. E invece Evil Empire (1996) è uno di quei rari casi in cui la band non solo regge il colpo, ma sceglie consapevolmente di non replicare la formula. Non prova a fare un’altra detonazione identica: ricalibra.
Una nuova centralità, stessa pressione
La mossa è chiara fin dall’inizio. Il baricentro si sposta su Zack de la Rocha. I testi — più espliciti, più politici, più frontali — diventano il vero motore del disco. La band non si ritrae, ma si mette al servizio: il suono resta feroce, compatto, ma costruito per sostenere la parola. È una scelta quasi hip hop, nel senso più strutturale del termine. Da qui nasce anche una delle critiche più frequenti al disco: una certa insistenza ritmica, una costruzione per loop che, a qualcuno, è sembrata monotona. In realtà è esattamente il contrario: è una scelta di linguaggio. La ripetizione diventa tensione, groove, pressione continua. È cattiveria che non esplode, ma che si accumula. In questo contesto, la chitarra di Tom Morello fa un passo ulteriore. Se nel debutto aveva già ridefinito il ruolo dello strumento, qui estremizza. “People of the Sun”, “Bulls on Parade”, “Vietnow”: non sono semplici riff o assoli, ma interventi sonori che guardano più al DJing che alla tradizione rock. Scratch simulati, leva del vibrato usata in modo quasi percussivo, wah, equalizzazioni radicali: la chitarra diventa un generatore di texture e di bellissimi rumori, più che di fraseggio. Il risultato è un disco che non ha la deflagrazione immediata dell’esordio, ma che lavora sulla profondità e su un'aggressività più latente ma altrettanto minacciosa. Più compatto, più concentrato, per molti anche più maturo. “Tire Me”, premiata con il Grammy come miglior performance metal, è esemplare: metal solo in superficie, in realtà un incastro serrato tra urgenza punk, pulsazione funk e ricerca timbrica. Evil Empire debutta al primo posto della Billboard 200, segno che la band non perde impatto, ma cambia strategia. E proprio questa scelta — meno spettacolare, più mirata — lo rende, per una parte della critica, uno degli episodi più originali e riusciti della loro discografia. Non una replica, ma una evoluzione. E, forse proprio per questo, una conferma ancora più solida.