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Prima di Bowie, del punk e del Britpop c’era Marc Bolan: il genio che il rock ha sottovalutato

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Author image Gianluigi Riccardo

16 settembre 2026 alle ore 13:45, agg. alle 14:23

Dai T. Rex a Bowie, Queen, punk, Prince e Oasis: Marc Bolan cambiò il suono, l’immagine e i codici sessuali del rock. La sua eredità è ovunque

Con i T. Rex Marc Bolan trasformò il rock britannico quando gli anni '70 stavano per schiudersi sul panorama musicale, inventando un linguaggio fatto di riff essenziali, sensualità, ambiguità e immagine. Un’influenza enorme che, con il tempo, è stata celebrata meno di quanto meriterebbe.

Marc Bolan non dovrebbe essere ricordato come una nota a margine nella storia di David Bowie.

È vero quasi il contrario: per capire come Bowie riuscì a diventare Ziggy Stardust, bisogna prima guardare ciò che Bolan aveva già fatto con i T. Rex.

E per ricostruire una parte consistente del rock arrivato dopo punk, new wave, hard rock, indie, Britpop e perfino alcuni passaggi fondamentali della musica di Prince – occorre tornare a quelle chitarre essenziali, al glitter sotto gli occhi, ai vestiti femminili e alle parole scelte più per il suono che per il loro significato letterale.

Bolan non inventò da solo tutti questi mondi. Elaborò una grammatica che altri avrebbero sviluppato con maggiore continuità, trasformato in arte concettuale o portato al successo globale. Dimostrò che una rockstar poteva essere contemporaneamente maschile e femminile, pesante e pop, mistica e sessuale. Soprattutto, dimostrò che una canzone costruita su tre accordi, un riff e una frase surreale poteva avere lo stesso impatto di una lunga composizione virtuosistica.

È stato spesso sottovalutato perché la sua fase dominante durò poco, perché negli Stati Uniti i T. Rex furono quasi identificati con una sola canzone e perché la morte, arrivata nel 1977 a 29 anni, gli impedì di attraversare gli anni Ottanta e Novanta insieme agli artisti che aveva influenzato. Ma se il rock moderno ha imparato a usare l’immagine come parte della musica, Bolan è uno dei motivi.


Dal folk psichedelico alla nascita del glam rock

Marc Bolan nacque Mark Feld a Londra nel 1947. Prima della musica vennero la moda e l’identità. Ancora adolescente frequentava l’ambiente mod, collezionava vestiti e appariva sulle riviste britanniche come rappresentante della nuova cultura giovanile. Provò a presentarsi come cantante folk con il nome Toby Tyler, pubblicò alcuni singoli senza successo ed entrò nei John’s Children, gruppo rumoroso e irrequieto che anticipava diversi atteggiamenti del punk.

Nel 1967 fondò i Tyrannosaurus Rex. Dopo un primo tentativo elettrico fallimentare, ridusse la formazione a un duo acustico con il percussionista Steve Peregrin Took. I quattro album pubblicati tra il 1968 e il 1970 mescolavano folk psichedelico, rock’n’roll, immagini fantasy, William Blake, magia e riferimenti a Tolkien. La voce aveva già quel vibrato immediatamente riconoscibile, mentre la chitarra acustica veniva suonata con un’aggressività lontana dalla compostezza del folk tradizionale.

Tony Visconti, produttore di quella fase e successivamente figura centrale anche nella carriera di David Bowie, comprese subito che dietro l’apparenza da folletto psichedelico si nascondeva una rockstar. “Quello che vidi in Marc Bolan era talento allo stato puro. Vidi il genio”, ha raccontato Visconti.

La trasformazione avvenne gradualmente. Bolan cominciò ad aumentare il peso della chitarra elettrica, sostituì Took con Mickey Finn e abbreviò il nome del gruppo in T. Rex. “Ride a White Swan”, pubblicata nell’ottobre 1970, conservava il mondo immaginifico dei Tyrannosaurus Rex ma lo inseriva dentro poco più di due minuti di rock’n’roll, battiti di mani, tamburello, archi e chitarre sovrapposte. Arrivò al secondo posto della classifica britannica e cambiò definitivamente la sua carriera.

Da lì iniziò la T. Rextasy. Tra il 1970 e il 1973 i T. Rex portarono undici singoli nella Top 10 britannica e quattro al numero uno: “Hot Love”, “Get It On”, “Telegram Sam” e “Metal Guru”.

Electric Warrior e The Slider definirono un suono costruito sulla semplicità: blues, boogie, Chuck Berry, distorsione, sensualità e ritornelli che sembravano già familiari al primo ascolto.


Senza Marc Bolan non avremmo avuto lo stesso David Bowie

Dire “senza Bolan, niente Bowie” sarebbe forse una provocazione eccessiva. Bowie aveva già pubblicato “Space Oddity”, possedeva una visione autonoma e avrebbe probabilmente trovato comunque la propria strada. È però difficile immaginare il Bowie glam nella forma e nei tempi con cui arrivò senza l’esempio di Marc Bolan.

I due erano nati entrambi nel 1947, avevano attraversato la cultura mod, cambiato nome e inseguito il successo passando dal folk e dalla psichedelia. Si conobbero quando erano due adolescenti senza carriera, accomunati dal manager Les Conn, che li incaricò di ridipingere il proprio ufficio. Bowie li avrebbe descritti come “due ragazzini sconosciuti con enormi ambizioni”.

Discutevano di vestiti e cercavano capi abbandonati nei bidoni dei negozi di Carnaby Street, convinti che prima o poi sarebbero diventati famosi.

Le loro strade continuarono a incrociarsi. Bolan suonò la chitarra nella versione originale di “The Prettiest Star”, pubblicata da Bowie nel 1970 e successivamente reincisa per Aladdin Sane. Tony Visconti lavorò con entrambi. Ma fu Bolan ad arrivare per primo al punto d’incontro tra musica, moda, televisione e ambiguità sessuale.

Nel marzo 1971 si presentò a Top of the Pops con un completo di raso, i ricci sul volto e glitter dorato sotto gli occhi per cantare “Hot Love”. L’origine precisa di quel trucco è stata raccontata in modi diversi, ma l’effetto è indiscutibile: quell’apparizione viene considerata uno dei momenti fondativi del glam rock. The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars sarebbe uscito nel giugno 1972.

Bolan dimostrò che un uomo poteva occupare il centro del pop britannico indossando abiti femminili, trucco e boa di piume senza perdere la forza del rock. Portò l’ambiguità sessuale dentro le case con una naturalezza più istintiva che teorica. Bowie trasformò successivamente quella possibilità in teatro, fantascienza, personaggi e costruzione concettuale. Bolan aveva però già dimostrato che il pubblico era pronto.

Tra i due ci furono amicizia, competizione, affetto e gelosia. Bolan diventò una star prima di Bowie; Bowie lo superò nella capacità di rinnovarsi e di conquistare il mercato internazionale. “Marc e io avevamo un rapporto straordinario”, spiegò Bowie. “Sapevamo entrambi che avremmo fatto grandi cose”.

Si ritrovarono nel settembre 1977 durante una puntata del programma televisivo Marc. Bowie presentò “Heroese suonò con Bolan un brano rimasto incompleto, generalmente indicato come “Sleeping Next to You”. Durante l’esibizione Bolan inciampò e cadde dal palco, mentre Bowie scoppiò a ridere. Fu il loro ultimo incontro pubblico, registrato nove giorni prima della morte di Bolan.


L’impatto culturale di Marc Bolan oltre David Bowie

Limitare l’eredità di Marc Bolan al glam significa ridurne la portata. La sua vera innovazione fu la costruzione di un nuovo tipo di rockstar: non soltanto cantante o musicista, ma figura completa nella quale suono, abbigliamento, sessualità, linguaggio e comportamento pubblico diventavano inseparabili.

Elton John lo ha definito “la popstar perfetta”. All’inizio degli anni Settanta, mentre stava ancora costruendo il proprio personaggio, osservava Bolan indossare trucco anche durante il giorno e presentarsi senza alcun imbarazzo come una creatura diversa dalle altre. “Questo ragazzo se ne frega di tutto: è semplicemente se stesso”, ha ricordato Elton.

Anche Ringo Starr, che diresse il film dei T. Rex Born to Boogie, ha insistito sulla complessità spesso nascosta dall’immagine. Presentando l’ingresso dei T. Rex nella Rock & Roll Hall of Fame nel 2020, disse: “Era un grande musicista, autore e chitarrista, ma era anche un poeta”. Aggiunse che Bolan aveva uno stile diverso da quello di chiunque altro avesse conosciuto.

La libertà estetica aperta da Bolan passò immediatamente a Bowie, Elton John, Roxy Music e Queen. Dopo avere visto gli abiti disegnati da Zandra Rhodes per Bolan, Freddie Mercury coinvolse la stilista nella costruzione dei primi costumi scenici dei Queen. Il rapporto tra abito e identità musicale, diventato decisivo per Mercury, aveva già trovato in Bolan un modello popolare.

La sua influenza è arrivata anche a Prince: l’androginia, il falsetto, la sensualità, il gusto per l’autocreazione e la fusione tra rock e groove appartengono anche alla traiettoria aperta da Bolan. “Cream” è stata più volte descritta come un omaggio a “Get It On”, dal movimento della canzone fino all’eco tra il “dirty-sweet” di Bolan e il “filthy-cute” di Prince.

Bolan fu importante anche perché ridusse la distanza tra rock e pop. The Edge ha parlato della “disciplina incredibile” dei T. Rex: canzoni costruite con blues e chitarre, ma sempre concentrate su ritmo, idee e ritornelli accessibili. Non era musica pensata per dimostrare abilità. Era progettata per produrre un effetto fisico immediato.

Questa impostazione avrebbe avuto conseguenze dirette sul punk. Quando molti musicisti della sua generazione liquidarono il nuovo movimento come rumore dilettantesco, Bolan riconobbe qualcosa di familiare: canzoni brevi, pochi accordi, distorsione, immagine e provocazione. Assistette al primo concerto britannico dei Ramones, portò i Damned in tour e invitò gruppi punk e new wave nel programma Marc.


Billy Idol, allora cantante dei Generation X, ha ricordato proprio questo aspetto: Bolan ospitava le nuove band, “abbatteva alcuni muri” e conservava un atteggiamento strafottente. Joan Jett ha invece sottolineato la componente fisica della sua presenza: “Marc aveva una sessualità incredibile. Avevo una cotta enorme per lui”.

Il punk voleva cancellare il vecchio rock, ma non cancellò i T. Rex. Bolan non rappresentava gli assoli interminabili o la distanza aristocratica delle grandi band progressive. Rappresentava il singolo, il riff e l’idea che un musicista dovesse apparire pericoloso anche quando entrava nelle case attraverso la televisione per ragazzi.

Il passaggio verso post-punk e new wave fu altrettanto evidente. Siouxsie and the Banshees reinterpretarono “20th Century Boy”; i Bauhaus incisero “Telegram Sam”; Marc Almond portò l’ambiguità glam dentro l’elettronica dei Soft Cell. Johnny Marr ha indicato Bolan come il proprio primo eroe della chitarra. “Jeepster” fu il primo singolo acquistato con i suoi soldi: “Mi innamorai di quell’immagine e quei riff martellanti erano magnifici”. Vedere “Metal Guru” a Top of the Pops, ha aggiunto Marr, fu un’esperienza capace di cambiargli la vita.

L’influenza arrivò anche all’hard rock e al metal da classifica. Joe Elliott ha raccontato: “Il primo artista di cui mi innamorai fu Marc Bolan. Volevo essere Marc Bolan”. I Def Leppard applicarono il suo metodo alla scrittura di “Pour Some Sugar on Me”, scegliendo parole per il loro suono e non per una logica narrativa. Nel 2022 hanno intitolato un album Diamond Star Halos, recuperando direttamente un’immagine di “Get It On”. Persino il cilindro e i ricci di Slash sembrano una versione più dura e maschile dell’iconografia mostrata da Bolan sulla copertina di The Slider.


Negli anni Novanta quella lezione riemerse nel Britpop. I Suede recuperarono l’ambiguità e la teatralità del glam, mentre gli Oasis andarono direttamente al suono. Il riff di “Cigarettes & Alcohol” deriva apertamente da “Get It On”. Noel Gallagher ha raccontato che Bonehead gli fece notare immediatamente la somiglianza: “Non puoi farlo, sono i T. Rex”. La risposta di Noel fu coerente con il metodo predatorio del rock’n’roll: “Non me ne frega niente, tanto non la sentirà nessuno”.

Il fatto che oggi Bolan venga celebrato da artisti lontanissimi tra loro dimostra quanto fosse ampio il suo vocabolario. Nel tributo Angelheaded Hipster le sue canzoni sono state reinterpretate da Nick Cave, U2 con Elton John, Joan Jett, Kesha, Peaches, Father John Misty, Lucinda Williams, Todd Rundgren e Marc Almond. Kesha ha descritto la musica dei T. Rex come “la colonna sonora della mia anima”. Non è soltanto nostalgia per il glam: è il riconoscimento di un autore capace di parlare contemporaneamente al rock, al pop, al punk e alla cultura queer.

Anche la moda continua a recuperare il suo guardaroba. Gucci, Saint Laurent e diversi stilisti contemporanei hanno riproposto negli anni stivali, velluto, lurex, glitter, boa e silhouette androgine che rimandano direttamente a Bolan. La sua eredità non sopravvive quindi soltanto nei dischi: vive nel modo in cui una rockstar entra in scena, viene fotografata e costruisce la propria identità.


Una chitarra essenziale, lontana dal virtuosismo

Come chitarrista Marc Bolan è stato sottovalutato quasi quanto come autore. Non apparteneva alla scuola di Eric Clapton, Jimmy Page o Jeff Beck. Il suo lavoro era basato su attacco, ritmo, pause e riconoscibilità. Prendeva il linguaggio di Chuck Berry, Eddie Cochran, Bo Diddley e Howlin’ Wolf, lo riduceva all’essenziale e lo ricopriva di distorsione, eco e sensualità.

I suoi riff non chiedevano di essere ammirati tecnicamente: servivano a far muovere la canzone. Il riff era contemporaneamente melodia, accompagnamento, arrangiamento e dichiarazione d’identità. Bastano pochi secondi per riconoscere “Get It On”, “Jeepster” o “20th Century Boy”.

Questa economia espressiva è uno dei ponti più importanti tra rock’n’roll, glam, punk e Britpop. Bolan capì che la chitarra non doveva necessariamente raccontare una lunga storia: poteva ripetere una frase fino a trasformarla in un simbolo.

La caduta, il ritorno e la morte di Marc Bolan

Dopo il 1973 il successo cominciò a diminuire. Il mancato approdo negli Stati Uniti lo frustrò, la produzione divenne più confusa e il rapporto con Tony Visconti si interruppe. Dischi come Zinc Alloy and the Hidden Riders of Tomorrow e Bolan’s Zip Gun cercarono di unire rock, soul e funk senza ritrovare la precisione di Electric Warrior.

Bolan attraversò problemi legati agli eccessi e al peso, ma nella seconda metà del decennio mostrò segnali di ripresa. Pubblicò “I Love to Boogie”, realizzò Dandy in the Underworld, recuperò una forma fisica migliore e comprese prima di molti colleghi la portata del punk. Non era più al centro della scena, ma stava ricostruendo il proprio spazio.

Nelle prime ore del 16 settembre 1977 Bolan e la compagna Gloria Jones lasciarono il Morton’s Club di Berkeley Square.

Jones guidava una Mini 1275 GT viola verso la loro casa di East Sheen. Poco prima delle cinque, su Queens Ride a Barnes, l’auto uscì dalla carreggiata. Bolan morì sul colpo, due settimane prima di compiere trent’anni. Jones riportò ferite gravissime ma sopravvisse.

Per molto tempo si è scritto che la Mini avesse colpito direttamente il sicomoro diventato successivamente un luogo di pellegrinaggio. Una successiva testimonianza di Vicky Aram, che viaggiava poco dietro la coppia, ha indicato una dinamica diversa: il primo impatto sarebbe avvenuto contro un palo rinforzato della recinzione e la ferita mortale sarebbe stata provocata da un bullone ad anello. L’albero avrebbe invece impedito all’auto di precipitare lungo la scarpata.

Intorno alla morte di Bolan sono cresciute coincidenze e presunte premonizioni. La targa della Mini era FOX 661L. Cinque anni prima, in “Solid Gold Easy Action”, Bolan aveva scritto il verso “Easy as picking foxes from a tree”: facile come raccogliere volpi da un albero. Accostata alla targa e al luogo dell’incidente, quella frase è diventata parte della leggenda. Non dimostra alcuna profezia, ma resta una coincidenza impressionante.

Al mito si è aggiunto The Sixteenth of September, dipinto realizzato da René Magritte nel 1956, che mostra una falce di luna davanti alla massa scura di un albero. Titolo e immagine sono stati adottati dai fan come un altro inquietante riferimento alla morte del cantante.

 Al funerale del 20 settembre, seguito anche da David Bowie, Rod Stewart, Tony Visconti e membri dei Damned, comparve un grande cigno bianco composto da crisantemi. Era l’ultimo richiamo a “Ride a White Swan”, la canzone con cui Bolan aveva iniziato la propria trasformazione.


Marc Bolan in cinque canzoni

1. Ride a White Swan

È il punto in cui il folk psichedelico dei Tyrannosaurus Rex comincia a trasformarsi nel glam dei T. Rex.

Il testo conserva druidi, abiti ricamati, capelli lunghi e riferimenti rituali, ma la struttura è quella di un singolo pop essenziale.

Non c’è una vera batteria: il tempo viene sostenuto da tamburello e battiti di mani registrati nel bagno dei Trident Studios per sfruttarne il riverbero.

Bolan sovrappose diverse chitarre e Tony Visconti allungò il finale ripetendo la frase vocale conclusiva. La canzone arrivò al numero due nel Regno Unito. È ancora un brano di passaggio, ma contiene già il principio fondamentale dei T. Rex: rendere strano il rock’n’roll senza renderlo difficile.


2. Cosmic Dancer

Dentro l'album capolavoro Electric Warrior, “Cosmic Dancer” mostra il lato che l’immagine scintillante di Bolan tende spesso a nascondere. È una canzone sulla danza come impulso originario, sulla nascita, sulla morte e sull’identità. Magari qualcuno di voi l'avrà intercettata anche da altre angolazioni, grazie ad un piccolo film cult come Billy Elliot.

La domanda “È strano danzare così presto?” diventa un modo per interrogarsi sulla sensazione di essere destinati a qualcosa prima ancora di comprenderlo. Chitarra acustica, archi e voce costruiscono un’atmosfera sospesa, priva dell’arroganza dei grandi singoli elettrici.

È uno dei brani che spiegano perché Bolan non possa essere ridotto a una collezione di riff e vestiti. Nick Cave, che ne ha registrato una versione per Angelheaded Hipster, ne ha riportato in primo piano la profondità.


3. Jeepster – Acoustic ’71 Version

La versione elettrica di “Jeepster” è una delle vette sensuali di Electric Warrior, costruita su un’idea blues derivata da “You’ll Be Mine” di Howlin’ Wolf, composta da Willie Dixon.

La versione acustica del 1971 permette però di capire meglio il metodo di Bolan. Senza la produzione completa, il brano resta in piedi grazie alla mano destra del chitarrista, alle pause e al modo in cui voce e strumento si inseguono.

Bolan trasforma l’automobile in metafora erotica e mescola seduzione, ironia e minaccia. Il riff è già ritmo, arrangiamento e carattere. Ascoltare questa versione significa scoprire che sotto il glitter esisteva un musicista capace di far sembrare enorme una progressione elementare.


4. Get It On

È il manifesto definitivo del suono T. Rex.

Bolan partì dal desiderio di suonare “Little Queenie” di Chuck Berry e trasformò quel movimento in un riff lento, elastico e immediatamente sensuale. Tony Visconti costruì intorno alla chitarra un arrangiamento ricco ma mai pesante, con il pianoforte di Rick Wakeman, il sax di Ian McDonald e i cori di Flo & Eddie.

Il testo è una sequenza di denti come stelle, mantelli d’aquila, automobili e desiderio. “Get It On” rimase quattro settimane al numero uno nel Regno Unito e, ribattezzata “Bang a Gong (Get It On)”, entrò nella Top 10 americana. Da Prince agli Oasis, fino ai Def Leppard, il suo DNA continua a riapparire.


5. 20th Century Boy

Un riff iconico che continua a funzionare perfettamente anche nel secolo successivo e altro manifesto di Bolan. Registrata inizialmente a Tokyo nel dicembre 1972 e completata in Inghilterra, la canzone elimina quasi ogni residuo folk.

Rimangono una chitarra enorme, battiti di mani, sax, slogan e un’identità gridata. Bolan costruì parte del testo assemblando frasi e riferimenti alla cultura pop, comprese le parole di Muhammad Ali.

Il risultato è contemporaneamente glam, hard rock e proto-punk. È il brano che riassume meglio Marc Bolan come figura seminale: un ragazzo del ventesimo secolo che aveva già capito come sarebbero state costruite le rockstar del ventunesimo.



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