Oasis, Don’t Look Back in Anger: Liam e Noel Gallagher raccontano la reunion nel nuovo film
08 settembre 2026 alle ore 12:23, agg. alle 17:30
Il documentario racconta il tour Oasis Live ’25, il nuovo rapporto tra Liam e Noel Gallagher e il legame unico costruito dalla band con i fan.
Dopo l’anteprima mondiale alla Mostra del Cinema di Venezia, gli Oasis e i fratelli Gallagher sbarcano al Cineworld di Londra per la première britannica di Don’t Look Back in Anger.
Noi di Radiofreccia ed RTL 102.5 eravamo invitati come unico media italiano.
Sul red carpet di Leicester Square, Liam e Noel sfilano con lo stesso piglio mostrato in Laguna.
Con loro ci sono tutto il team che ha prodotto e realizzato il film documentario, la progenie dei Gallagher riunita, la band e tantissimi ospiti. C’è un’icona come David Gilmour, ma anche nomi della nuova scena come Grian Chatten dei Fontaines D.C. e i Wolf Alice. E ancora Miles Kane, Bobby Gillespie dei Primal Scream, Johnny Marr e l’attore di Doctor Who Matt Smith, insieme a un cabaret di media britannici e amici.
L’atmosfera è quella del grande evento, ma con le debite distanze dal glamour patinato, in favore della consistenza alla quale ci hanno abituato gli Oasis. Un elastico continuo tra cameratismo in mattoni rossi e grandeur da rock’n’roll star. Che poi è il riassunto di una carriera e di una traiettoria di vita che Liam e Noel Gallagher hanno provato a dirottare con la reunion del 2025.
Sono proprio loro due che, lasciando la parola allo sceneggiatore e produttore Steven Knight, accompagnato dai registi Dylan Southern e Will Lovelace, danno il benvenuto agli invitati. Liam è in testa, incita la folla e stringe mani. Noel lo segue, sempre più silenzioso e sommessamente divertito all’idea di affidarsi, finalmente, all’aura dirompente del fratellino ritrovato.
La reunion degli Oasis e i numeri del tour del 2025
Rimettere insieme “The Big O”, come Liam chiamava gli Oasis, è stata un’operazione da libri di storia del rock, nella quale forse nemmeno il fan più accanito sperava più.
Quando, due anni fa, è arrivato l’annuncio che ha messo in moto una devastante macchina da sold out — 41 show su 41, per un totale di circa due milioni e mezzo di spettatori e oltre 400 milioni di dollari d’incasso — in molti si sono chiesti se il progetto fosse davvero il frutto di una riconciliazione sincera oppure il risultato di un lento rollout di marketing partito da lontano.
Una risposta prova a darla Don’t Look Back in Anger, che arriva nelle sale italiane questa settimana (in futuro sarà disponibile su Disney+ via Hulu) mentre fuori imperversa una tempesta di rumor sul tour degli Oasis nel 2027.
Una clip dopo l’altra, gli Oasis stanno quotidianamente fornendo indizi che indirizzano verso nuovi show nel Regno Unito e in Europa. L’Italia dovrebbe apparire con due date a fine luglio allo Stadio Olimpico di Roma. La band potrebbe essere pronta a vuotare il sacco nei prossimi giorni, sfruttando la scia lunga del film.
Di cosa parla Don’t Look Back in Anger
Ma quindi di cosa parla Don’t Look Back in Anger? Degli Oasis, certo, ma anche del potere che la musica ha di unire, ricucire, creare ponti e regalare sogni. O almeno della forza necessaria per provare a inseguire quelli che si avevano già.
La struttura è quella già vista in prodotti del genere e unisce spezzoni dal vivo del tour del 2025, dietro le quinte, testimonianze dei fan e racconto dell’atmosfera, con l’aggiunta di un ingrediente nemmeno troppo segreto: il rapporto tra Liam e Noel Gallagher.
Si parte dal principio, da quando Liam prende i Rain, li trasforma negli Oasis negli scantinati del Boardwalk di Manchester e, con l’arrivo di Noel, li porta a conquistare il mondo nel giro di due anni e mezzo. Una parabola ascendente fatta di grandi classici, dichiarazioni ardite e litigi disastrosi.
Talmente disastrosi da sconvolgere i fan nell’agosto del 2009, quando il celebre alterco nei camerini del Rock en Seine di Parigi portò alla fine improvvisa, ma poco sorprendente, degli Oasis.
Fast forward di quindici anni. Quindici anni fatti di silenzi, progetti solisti, appelli a mezzo stampa e social da parte di Liam, puntualmente rispediti al mittente da Noel. Interminabili mesi di vite parallele alle quali sembrava sempre mancare qualcosa. Un tassello rimasto vittima dell’incomunicabilità che solo i migliori rapporti familiari tossici sanno regalare.
Liam e Noel Gallagher, la tensione delle prime prove
Una tensione documentata dalle riprese delle prime prove della band per il tour, quando Noel, Paul “Bonehead” Arthurs, Gem Archer, Andy Bell e il batterista ingaggiato per questa nuova avventura, Joey Waronker, attendono l’arrivo di Liam.
Come in un match di pugilato, le prime fasi sono di studio. Il Gallagher minore arriva trascinandosi dietro soltanto una borsa, tonnellate di cazzimma e rabbia. La tensione è palpabile, ma cede lentamente il passo all’accettazione del fatto che l’attitudine “I don’t give a fuck” sia la sintesi di Liam Gallagher: «Bisogna che ti importi davvero tanto per non fregartene un cazzo».
Da lì comincia un lento insinuarsi nelle dinamiche relazionali dei due fratelli. Apparentemente è Noel che, anche complice l’età in marcia verso i sessant’anni, si è trovato pronto ad abbassare gli scudi e a capire che forse tocca a lui, il maggiore dei due, accettare che Liam non cambierà mai.
«I need to be myself, I can’t be no one else: le prime parole cantate per gli Oasis racchiudono il suo credo», dice, citando i versi di apertura del singolo di debutto Supersonic.
Forse il discorso sta tutto lì, nello spirito nuovo con cui i due si sono ritrovati, al punto da registrare per la prima volta insieme un’intervista e condividere riflessioni con la consapevolezza che alcune cose si possono cambiare, altre meno. Ma l’opportunità di dare una nuova narrativa alla storia della band è cosa da pochi.
Il segreto sta anche nell’aver conservato sul palco un certo aplomb, tale da non dover arrivare a sessant’anni e fare come Mick Jagger tra «spaccate e mosse di kung fu».
Lo si vede nelle immagini delle prove, del dietro le quinte e dei numerosi momenti sul palco ripresi durante il tour, nei quali Noel si dice completamente travolto da emozioni che non credeva più possibile rivivere, mentre Liam è al suo fianco a mostrargli la strada.
È uno sguardo inedito su “The Chief”: Noel, il capo della band, l’autore di quasi tutto il catalogo degli Oasis, l’uomo incaricato di guidare la barca e spesso passato alla storia anche come dittatoriale. Ora, finalmente, sembra pronto ad abbassare i muri e ad affidarsi.
Il vero superpotere degli Oasis
È qui che la storia si incastra con l’altra parte fondamentale del film e della narrativa che circonda gli Oasis.
«It’s all about welcoming», dice Noel per spiegare il significato della band, con Liam accanto che annuisce. E, per quanto possa sembrare paradossale considerando che nel 1995 i due mandarono in classifica il bootleg di un’intervista composta principalmente da battibecchi e insulti, è proprio nell’accoglienza che risiede il superpotere degli Oasis e della loro gente.
Le storie raccontate dai fan di tutto il mondo sono tante: dal Regno Unito al Brasile, dal tifo calcistico argentino all’Estremo Oriente. Storie di rivalsa, rinascita, scopo e senso che, in un modo o nell’altro, gli Oasis hanno contribuito a rendere speciali.
La musica può fare tante cose: emozionare, riflettere, darti un tetto oppure fartelo perdere nella speranza di inseguirla. Può offrire una via di fuga, per quanto breve, ma soprattutto può unire e aiutare a rialzarsi.
«Con gli Oasis è diverso», racconta una fan. «La musica di molti artisti ti dà una mano a tirarti su. Loro vengono giù con te e poi risalgono insieme a te».
È la mutua assistenza di chi parte dal basso e arriva a toccare le stelle. È la lotta della working class che, in fondo, resta intorno alla band anche quando le cose si fanno serie. È il punk meno il nichilismo, applicato su ampia scala. È una finale di calcio nella quale tutti tifano per la stessa squadra. Il gruppo che non diventa mai branco.
È gioia condivisa e rivendicazione collettiva del diritto di vivere i propri sogni, qualunque essi siano.
Gli Oasis scelgono di guardare avanti
Tolte le canzoni, archiviate le scazzottate, gli eccessi e le notti trionfali, cosa resta quando si spengono le luci?
A metà degli anni Cinquanta John Osborne scriveva Look Back in Anger, l’opera che avrebbe prestato parzialmente il titolo a Don’t Look Back in Anger, singolo estratto da (What’s the Story) Morning Glory?, e poi a questo film.
Gli Oasis ribaltano il senso.
Loro, angry old men, in tempi difficili dicono alla propria gente che, insieme e contro ogni retorica, è possibile guardare avanti.
La rabbia appartiene al passato oppure alle parole sputate in una canzone come forma di catarsi.