Mick Jagger prende le distanze da Springsteen: «Il mio lavoro è far divertire, non fare prediche»
13 luglio 2026 alle ore 15:45, agg. alle 10:11
Mick Jagger rivendica un’idea diversa dal rock militante di Springsteen: «Il mio lavoro è far divertire le persone, non fare la predica». E riapre un dibattito.
Per Mick Jagger, chi compra un biglietto per un concerto non cerca una lezione di politica, ma due ore in cui dimenticare problemi, mutuo e preoccupazioni. Una posizione che suona come una netta presa di distanza dalla militanza pubblica di Bruce Springsteen contro Donald Trump.
Le parole del leader dei Rolling Stones riaprono una questione antica quanto il rock: un artista deve limitarsi a intrattenere o utilizzare palco e notorietà per intervenire sul presente?
Da Francesco De Gregori ad Alice Cooper, dai Clash ai Rage Against the Machine, le risposte divergono.
Nessuna predica
Mick Jagger ha un’idea piuttosto chiara di quale sia la principale responsabilità di chi sale su un palco: far divertire il pubblico e, possibilmente, permettergli di uscire da un concerto con il morale migliore di quando è entrato. Intervistato da David Marchese per il podcast del New York Times, il leader dei Rolling Stones ha spiegato che chi va a un concerto cerca prima di tutto uno spettacolo capace di farlo stare bene.
«Il mio lavoro è far divertire le persone il più possibile. Per un paio d’ore devono dimenticare i problemi, il mutuo e tutto il resto. Non vorrai certo fargli la predica», ha affermato, in quella che molti hanno interpretato come una frecciata al Boss.
Il cantante ha anche osservato che non tutti i pubblici manifestano l’entusiasmo nello stesso modo: c’è chi canta, balla e si lascia travolgere apertamente, e chi vive il concerto con maggiore compostezza. Per questo, secondo Jagger, un artista non dovrebbe scoraggiarsi di fronte a una platea meno rumorosa o espansiva: anche quelle persone «si stanno divertendo a modo loro».
Il riferimento inevitabile è Bruce Springsteen, che negli ultimi tempi ha invece utilizzato ripetutamente i propri concerti per attaccare con durezza l’amministrazione Trump. Due concezioni molto diverse del ruolo dell’artista, che riaprono un dibattito antico quanto il rock.
In Italia, una posizione interessante è stata espressa il 26 maggio 2026 da Francesco De Gregori, durante la conferenza stampa al Teatro Out Off di Milano per la presentazione del docufilm Nevergreen. Interpellato proprio su Bruce Springsteen e sui suoi interventi contro l’amministrazione Trump, il cantautore ha dichiarato: «Sensibilizzo attraverso le canzoni che scrivo, non con quello che dico».
E in effetti la sua opera parla da sempre anche di guerra, politica e società: Generale ha un’evidente tensione antimilitarista, mentre Pablo affronta temi sociali e politici legati al lavoro, allo sfruttamento e all’emigrazione. Il punto, per De Gregori, è che proprio la canzone rappresenta il terreno sul quale un artista possiede gli strumenti migliori per esprimere la propria sensibilità.
Avere un pubblico enorme e avere competenza non sono necessariamente la stessa cosa.
Perché la notorietà, o anche semplicemente la possibilità di parlare ogni giorno a moltissime persone, non conferisce automaticamente un'autorità in ogni campo.
Esasperiamo il ragionamento. Il macellaio di un grande supermercato può confrontarsi quotidianamente con centinaia di clienti e, per quelle stesse persone, essere probabilmente il miglior interlocutore possibile quando si tratta di scegliere il taglio giusto per uno spezzatino o un brasato. Ma il fatto di avere a disposizione un pubblico così vasto gli offre anche un enorme megafono per dire la sua sulla Roma o la Juve in campionato, sulla situazione dei parcheggi in città o sulla politica.
Eppure la possibilità di farsi ascoltare non rende automaticamente più autorevoli quelle opinioni. Lo stesso vale per una rockstar. Non c'è forse nessuno meglio di un grande artista a cui affidare la propria anima in cerca di conforto, lasciandosi travolgere da una canzone, da un groove o da un concerto. Ma l'autorevolezza conquistata attraverso la musica non implica, da sola, una particolare preparazione politica, economica o sociale. Avere un pubblico enorme e avere competenza non sono necessariamente la stessa cosa.
Alice Cooper, non a caso, ha definito un «abuso di potere» il comportamento dei musicisti che dicono esplicitamente ai fan per chi votare: il rischio è sfruttare un’autorevolezza conquistata attraverso la musica per influenzare le persone in un campo completamente diverso.
Il Rock come portavoce di valori e battaglie
D’altra parte, separare nettamente rock e politica significa amputare una parte enorme della storia di questa musica. Janis Joplin, Jimi Hendrix, i Doors e gran parte del rock degli anni Sessanta furono anche interpreti e portavoci di quella rivoluzione culturale esplosa intorno al Sessantotto: una generazione che contestava una società percepita, soprattutto dai giovani e dagli artisti, come soffocante e ingiusta, opponendosi alle discriminazioni razziali, alla guerra, alle disuguaglianze e alle convenzioni sociali.
Il punk avrebbe raccolto e radicalizzato quella spinta. I Clash fecero del rock un mezzo per raccontare ingiustizie sociali, razzismo e apartheid. E una band come i Rage Against the Machine ha costruito sull’attivismo politico una parte fondamentale della propria identità e quasi della propria ragione d’esistere.
Entrambe le posizioni hanno una loro logica. Esiste un rock che può essere una splendida oasi impermeabile alle brutture del quotidiano, uno spazio di evasione che non per questo vale meno. Ed esiste una musica che nasce invece proprio dal bisogno di intervenire sul reale. Forse la vera discriminante è la competenza, insieme alla coerenza e alla consapevolezza. Nel caso dei Rage Against the Machine, da Zack de la Rocha a Tom Morello, la militanza non è un accessorio occasionale né una posa dettata dal tema del momento: appartiene alla formazione, alla storia e alla struttura culturale della band.
Più delicato è il caso di chi utilizza con leggerezza una notorietà costruita altrove come surrogato dell’autorevolezza. Ed è probabilmente lì che il confine tra testimonianza e abuso della propria posizione diventa davvero sottile.