Jake Kiszka e i Greta Van Fleet: un giovane guitar hero bloccato nel passato
23 aprile 2026 alle ore 16:17, agg. alle 19:06
Jake Kiszka ha riacceso il chitarrismo classic rock con forza e credibilità, ma i Greta Van Fleet restano legati a un’estetica anni ’70 senza evoluzione reale.
Per ogni appassionato di rock, i Greta Van Fleet sono un caso controverso: derivativi ma efficaci, capaci di rendere attuale un linguaggio profondamente legato agli anni ’70.
Nato il 23 aprile 1996, Jake Kiszka - ovviamente come il suo fratello gemello Josh, frontman della band - emerge come guitar hero credibile e trascinante, ma il suo percorso resta ancorato a un’estetica che guarda più alla conservazione dei classici che all’evoluzione del linguaggio rock.
Il paradosso del Revival contemporaneo
Per ogni appassionato di musica che conosce un minimo la storia del rock, i Greta Van Fleet restano uno dei casi più controversi degli ultimi anni. Non perché siano i primi ad attingere in modo evidente al passato: il rock è pieno di artisti nati come emanazione diretta di ciò che li ha preceduti. I Green Day con i Sex Pistols, i Darkness con Queen e Aerosmith, i Guns N’ Roses con i Led Zeppelin, Lenny Kravitz con Hendrix e Beatles. In tutti questi casi, però, la matrice derivativa è stata un punto di partenza, non di arrivo. Anche quando il riferimento era palese, il risultato finiva per evolvere in una scrittura, un suono e una produzione profondamente contemporanei. Il punto, spesso sottovalutato, è che questa dinamica interessa soprattutto chi ha vissuto gli originali. Per un ascoltatore giovane, l’accesso a quel linguaggio passa anche attraverso il suono del proprio tempo: produzione, estetica, attitudine. All’inizio degli anni 2000, band come The Strokes, Jet, Bloc Party, o Interpol venivano accostate senza troppi giri a nomi come Television, Gang of Four, Public Image Ltd e Joy Division. Un richiamo evidente, quasi scolastico. Ma per un adolescente di quegli anni, quel suono “originale” risultava spesso distante, legato a un’estetica e a una produzione ormai storicizzate. Il merito di quelle band è stato proprio quello di riproporre quell’energia e quell’immaginario in una forma accessibile, contemporanea, immediatamente riconoscibile. In questo senso, i Greta Van Fleet potrebbero essere letti come una traduzione attuale di un classico. Ma è proprio qui che il loro caso si distingue. Jake Kiszka incarna perfettamente l’idea di guitar hero per una nuova generazione. Tecnica solida, senso melodico, controllo dinamico e soprattutto una qualità oggi rara: la capacità di restituire centralità espressiva alla chitarra elettrica. Il suo linguaggio affonda nel blues e nell’hard rock più classico, in quella linea che unisce Jimmy Page, Eric Clapton e Jimi Hendrix, dove il suono è materia viva e il fraseggio è una forma di racconto più che di esibizione. Il suo approccio privilegia la dinamica rispetto alla saturazione, il dettaglio rispetto all’effetto. Il suono resta ampio e potente, ma mantiene una componente organica, quasi respirata, che permette di cogliere sfumature e intenzione. Anche nelle scelte di produzione emerge questa direzione: microfonazioni ambientali, attenzione allo spazio, uso dei echi e degli effetti come mera estensione del timbro e non come elemento sensazionalistico di ricerca. È un modo di costruire il suono che guarda chiaramente alla tradizione analogica, pur operando in un contesto contemporaneo.
Un talento che non ha ancora cambiato direzione
Eppure, nonostante questa consapevolezza, il limite resta evidente. A differenza di molti predecessori, la band non sembra aver trasformato quell’eredità in un linguaggio realmente autonomo. Anche nei momenti in cui prova ad allargare il proprio spettro – tra accenni folk, derive psichedeliche o aperture progressive – il centro gravitazionale rimane invariato. Il riferimento ai Led Zeppelin non è solo un’influenza: è una struttura portante da cui il gruppo non si è mai realmente emancipato. Ed è proprio qui che il confronto con altri guitar hero diventa illuminante. Randy Rhoads ha preso il fuoco di Hendrix e Ritchie Blackmore e lo ha proiettato in avanti, innestando con decisione la grammatica della musica classica dentro l’hard rock, ridefinendone il linguaggio. Matthew Bellamy ha assorbito suggestioni che vanno da Brian May alla sperimentazione sonora più ampia, spingendo la chitarra dentro territori tecnologici e produttivi completamente nuovi. Steve Vai, partendo da un’attitudine profondamente hendrixiana, ha filtrato quell’istinto attraverso la visione analitica e visionaria di Frank Zappa, trasformandolo in un linguaggio personale, complesso, riconoscibile. Mark Tremonti ha celebrato l'amore incondizionato per il metal di Pantera, Metallica, Black Sabbath, sublimandolo però in una pronuncia sonora figlia del grunge e dell'alternative. In tutti questi casi, il debito verso il passato è dichiarato, quasi rivendicato. Ma è proprio quel debito a diventare leva per uno scarto, per un avanzamento, per una riscrittura. Ogni guitar hero, in fondo, si è sempre posto come un “nano sulle spalle dei giganti”, ma con l’urgenza di guardare più lontano. Jake Kiszka, al contrario, sembra aver scelto una traiettoria diversa. Il suo talento è evidente, il suo impatto reale, la sua capacità di accendere la passione incontestabile. Ma il suo percorso, fin qui, si è sviluppato più come una straordinaria conservazione che come una trasformazione. I Greta Van Fleet funzionano, e funzionano molto bene, perché restituiscono intatta l’energia di un’epoca. Ma proprio per questo restano sospesi: non tanto un’evoluzione del linguaggio rock, quanto la sua più efficace rievocazione contemporanea.