Interviste

Iron Maiden, Bruce Dickinson: “Racconto storie per i nostri fan. Sono la cosa più importante"

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Author image Gianluigi Riccardo

11 maggio 2026 alle ore 16:33, agg. alle 19:16

Dal documentario nei cinema il 14 maggio al live evento di Milano: Bruce Dickinson si racconta a Radiofreccia tra musica, fan e rinascita.

Gli Iron Maiden continuano a vivere sospesi tra leggenda e presente. Da una parte c’è "Iron Maiden: Burning Ambition", il documentario che arriva nei cinema italiani il 14 maggio e che ripercorre cinque decenni di carriera attraverso immagini d’archivio, testimonianze e confessioni intime. Dall’altra c’è il futuro immediato: il tour mondiale e soprattutto il concerto del 17 giugno allo Stadio San Siro di Milano, con Radiofreccia partner ufficiale dell’evento.

Intervistato da Nessuno su Radiofreccia, Bruce Dickinson ha raccontato il momento attuale della band con la lucidità e l’ironia di chi ha attraversato davvero ogni epoca del rock pesante. "Il film è al centro dell’attenzione, ma la cosa più importante per noi è, ed è sempre stata, suonare dal vivo davanti ai nostri fan".

Una frase che sintetizza perfettamente il senso di Burning Ambition. Il documentario, costruito con accesso totale agli archivi ufficiali della band, segue gli Iron Maiden dai pub dell’East London fino agli stadi di tutto il mondo. Dentro ci sono le voci del gruppo, i racconti dei fan e le testimonianze di figure come Javier Bardem, Lars Ulrich e Chuck D. Ma soprattutto emerge il ritratto di una band che non ha mai smesso di inseguire sé stessa.

Dickinson lo dice chiaramente parlando del nuovo tour: "Questo è il tour più grande che abbia mai organizzato e a cui abbia mai partecipato". Un’affermazione pesante, detta da chi ha vissuto praticamente ogni dimensione possibile del rock live.

Burning Ambition, la storia di una band che non ha mai cercato scorciatoie

Il cuore del documentario sta proprio nell’idea di “ardente ambizione”. Non semplice successo, non semplice resistenza, ma la necessità continua di superarsi. Durante l’intervista, Nessuno cita una frase attribuita a Michelangelo: “Signore, fa’ che io desideri sempre più di quanto riesca a realizzare”.

Dickinson si riconosce completamente in quella visione.

“Il motivo per cui faccio musica ancora adesso dal vivo è il fatto di poter raccontare storie alle persone, intrattenerle”.

Nel film emerge anche il lato più fragile del cantante, soprattutto nel racconto del tumore alla gola che lo colpì nel 2015. Un momento decisivo, umano prima ancora che artistico. “Dopo aver sfiorato la morte quando ho avuto il cancro alla gola lì ho iniziato a farmi delle domande”.

La riflessione che segue è probabilmente una delle più intense dell’intera intervista: “Quando canto una canzone, la vivo, mi ci immergo completamente e cerco di farlo capire al pubblico”.

Per Dickinson il senso della musica non è mai stato soltanto tecnico o performativo. “Ho capito che quello che faccio quando faccio musica è che, in sostanza, racconto storie, usando la mia voce e la musica come mezzi espressivi”.

È esattamente questo il punto centrale di Burning Ambition: gli Iron Maiden non vengono raccontati come una semplice heavy metal band, ma come una comunità culturale globale. Nelle parole del regista, il film nasce addirittura dai fan, da quell’“armata globale” che segue il gruppo da continente a continente.

Del resto, i Maiden hanno sempre scelto una strada diversa. Nessun compromesso con le mode, nessun adeguamento ai trend del momento. Dickinson cita il poeta e artista William Blake come proprio riferimento assoluto: “Era irremovibile riguardo al suo lavoro, la ragione della sua esistenza era creare e nient’altro”.

Dagli anni folli agli stadi: il legame eterno con i fan

Uno degli aspetti più affascinanti dell’intervista è il confronto tra gli Iron Maiden di oggi e quelli degli anni Ottanta. Dickinson ricorda un periodo quasi disumano per intensità: “Probabilmente facevamo quasi il doppio degli spettacoli in un determinato periodo di tempo”.

Era l’epoca dei tour bus, delle notti infinite e degli eccessi inevitabili. “Eravamo giovani, quindi facevamo un sacco di festa”. Ma il prezzo si pagava tutto. “A volte ti alzavi e non riuscivi più a parlare”.

Oggi invece la band gestisce il palco con una disciplina diversa. “Dobbiamo davvero prenderci cura di noi stessi”. Non per prudenza sterile, ma per rispetto del pubblico. “Quello che ottengono è vedere delle grandi performance ogni sera”.

Nel documentario emerge anche l’eterna dialettica tra Bruce Dickinson e Steve Harris, due personalità opposte che hanno costruito il DNA creativo degli Iron Maiden. Dickinson ammette che gli scontri non sono mancati. “Quando sei più giovane, le cose assumono un altro colore, è molto simile a un incontro di pugilato”.




Il rapporto con Steve  Harris e il grande evento di San Siro

La rottura degli anni Novanta e il successivo ritorno vengono raccontati senza retorica. “Me ne sono andato anch’io perché non ero per niente contento di come stavano andando le cose”. Ma proprio quella separazione ha reso più forte il ritorno. “I Maiden erano più grandi quando eravamo e lavoravamo insieme”.

Il rapporto con Steve Harris resta centrale. “È la band di Steve. L’ha fondata nel 1975. È stata una sua idea”. Dickinson riconosce apertamente il ruolo del bassista nella creazione dell’identità sonora del gruppo: “Il suono che ha creato con il suo basso è stato rivoluzionario”.

E poi c’è San Siro. Il concerto del 17 giugno rappresenterà un momento storico: gli Iron Maiden saranno infatti la prima band metal a esibirsi nello stadio milanese. Quando Nessuno glielo ricorda, Dickinson reagisce con entusiasmo genuino: “Questo è semplicemente fantastico”.

Il cantante paragona il rapporto tra i Maiden e il loro pubblico a quello tra una squadra di calcio e i propri tifosi. “C’è qualcosa di davvero speciale”.

E in fondo è proprio questo che racconta Burning Ambition: la storia di una band che non ha mai inseguito il consenso, ma che ha costruito nel tempo un’identità talmente forte da diventare una casa per milioni di persone. Una storia di resilienza, visione e appartenenza. Con Eddie come simbolo immortale e Bruce Dickinson ancora lì, al centro della tempesta, pronto a salire sul palco un’altra volta.

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