Incubus, Make Yourself: il disco che li portò oltre il nu metal
26 ottobre 2026 alle ore 11:21, agg. alle 11:32
Il 26 ottobre 1999 usciva l’album che allargò il pubblico degli Incubus e trasformò “Drive” in uno dei singoli rock più riconoscibili del nuovo millennio.
Il 26 ottobre 1999 gli Incubus pubblicavano Make Yourself.
Molti anni dopo, il disco resta il passaggio che cambiò la scala della loro storia: non cancellò le chitarre pesanti e le torsioni funk di S.C.I.E.N.C.E., ma le mise dentro canzoni più aperte, dove la melodia poteva stare al centro.
La band arrivava da anni di tour con Korn e System Of A Down e dal circuito di Ozzfest; si era fatta le ossa in un rock spesso associato a rabbia, distorsione e atteggiamenti aggressivi. Mike Einziger ha ricordato che il gruppo voleva allontanarsi da quel modello e provare una direzione diversa.
Make Yourself non è una fuga dal passato: conserva i cambi di dinamica, i graffi del turntable di Chris Kilmore e la spinta ritmica, ma lascia più spazio alla voce di Brandon Boyd e a una scrittura meno caricaturale. È qui che gli Incubus smettono di essere soltanto una band da festival nu metal e cominciano a costruire un’identità più larga, capace di tenere insieme energia e introspezione.
Il cambiamento si sente anche nel modo in cui il disco venne realizzato. Le sessioni partirono con Jim Wirt, già legato alla band, ma la collaborazione non funzionò e gli Incubus decisero di registrare gran parte del materiale da soli, partendo da demo preparati nella sala prove. Per ragazzi appena usciti dall’adolescenza, assumersi quel controllo in uno studio costoso significava rischiare, ma il gruppo aveva chiaro come voleva suonare.
Scott Litt, produttore noto per il lavoro con R.E.M. e Nirvana, arrivò in seguito: contribuì al mix e concentrò parte del suo lavoro su “Drive” e “Stellar”, dando loro un profilo sonoro più nitido. Nell’album convivono il funk scattante di “Privilege”, i graffi di “Battlestar Scralatchtica”, l’ampiezza di “The Warmth” e le aperture melodiche di “Stellar” e “Drive”. Gli Incubus non scelgono tra peso e sensibilità: li alternano, li fanno convivere, provano a trasformarli in un linguaggio comune.
Una scrittura più vulnerabile e un successo costruito dal vivo
Boyd ha raccontato che le canzoni furono scritte in otto settimane, un periodo breve in cui la band mise a fuoco una nuova fase personale oltre che musicale.
Il cantante descrisse il lavoro come un esercizio di maggiore esposizione: Einziger gli chiedeva più vulnerabilità nei testi e Boyd stava attraversando la fine dolorosa di una relazione, dopo mesi in tour.
Non ne uscì un diario con le risposte pronte, ma una raccolta di domande e tentativi. La title track parla di costruire da sé la propria identità; “Stellar” veste l’innamoramento di immagini cosmiche, mentre “Drive” affronta il rapporto con la paura e la possibilità di non lasciarle guidare le proprie scelte. Boyd ha spiegato che la canzone continua a rappresentare un confronto aperto, non una lezione imparata una volta per tutte. Questa ambivalenza aiuta a capire perché “Drive” abbia superato il suo tempo: è una ballata accessibile, ma non semplifica il dubbio da cui nasce.
In contrasto, “Pardon Me” conserva un’urgenza più esplosiva, trasformata in un ritornello da cantare insieme alla band.
Un successo non istantaneo
La strada verso il successo non fu istantanea. “Pardon Me” arrivò alle radio commerciali senza imporsi subito; Boyd ed Einziger iniziarono a suonarla in versione acustica durante le visite alle emittenti. Quelle esibizioni, registrate e richieste da altre radio, fecero circolare il pezzo in una forma spogliata, prima che la versione elettrica tornasse a crescere.
La band finì per spedire alle stazioni una registrazione acustica, perché non riusciva a soddisfare tutte le richieste di performance. Da lì il singolo entrò con più decisione in programmazione, mentre MTV fece conoscere il gruppo a un pubblico nuovo. “Stellar” raggiunse il secondo posto della classifica Alternative statunitense, “Pardon Me” il terzo; “Drive”, pubblicata quando il ciclo promozionale sembrava concluso e gli Incubus erano già al lavoro su Morning View, arrivò al numero uno.
Il singolo diede nuovo slancio all’album, che superò i due milioni di copie negli Stati Uniti e ottenne la doppia certificazione di platino. Il passaggio dalle esibizioni acustiche nei programmi del mattino a un classico radiofonico racconta il metodo della band: incontrare il pubblico senza rinunciare alla propria identità. Grammy
Riascoltato oggi, Make Yourself non è soltanto il disco di “Drive”, anche se quella canzone ne è la porta d’ingresso più immediata. Il suo valore sta nell’equilibrio tra il passato funk-metal e la scrittura che avrebbe trovato un altro respiro in Morning View, due anni dopo. Alcune tracce tengono in primo piano chitarre e turntable, altre rallentano e cercano un contatto diretto con chi ascolta. L’album non presenta la morbidezza come una resa né la durezza come un obbligo di genere.
Quando il rock americano cercava di incasellare i gruppi in scene e uniformi, gli Incubus usarono la propria inquietudine per allargare il campo: la voce di Boyd poteva diventare intima, la chitarra di Einziger restare imprevedibile e il DJ era parte del suono. Make Yourself li portò dal circuito di culto a milioni di ascoltatori senza trasformarli nella versione più accessibile di S.C.I.E.N.C.E. Il titolo è quasi una dichiarazione di metodo: trovare la propria forma mentre la si sta ancora cercando.