Ian Gillan spiega la fine dei Deep Purple Mark II: “Le influenze esterne furono l’inizio dei problemi”
10 luglio 2026 alle ore 13:54, agg. alle 14:09
Il cantante torna sulla rottura del 1973 e collega il passato al presente della band, oggi rilanciata dal nuovo album “SPLAT!”.
Ian Gillan è tornato su uno dei passaggi più discussi della storia dei Deep Purple: la fine della formazione Mark II, quella con Ritchie Blackmore, Jon Lord, Ian Paice, Roger Glover e lo stesso Gillan. Non una rottura riducibile a una lite, né soltanto alla classica formula “ego e stanchezza”.
Secondo il cantante, il deterioramento fu più graduale e meno spettacolare: un insieme di pressioni interne, dinamiche personali e differenze musicali che finirono per allontanare cinque musicisti partiti come un blocco unico.
Parlando al podcast Rockonteurs, Gillan ha ricordato la fase iniziale della band come un organismo compatto, quasi familiare. “All’inizio sei con cinque ragazzi in un furgone, con l’attrezzatura dietro. Poi cresci, compri un camioncino per gli strumenti, arrivano due roadie, le cose si allargano. Ma resti ancora un’unità”.
Il punto, per Gillan, è che il successo non cambiò soltanto le dimensioni della macchina Deep Purple: cambiò anche l’ambiente intorno al gruppo.
Deep Purple Mark II, la rottura del 1973 secondo Ian Gillan
La prima uscita di Ian Gillan dai Deep Purple arrivò nell’estate del 1973, al termine di una stagione massacrante per una band ormai esplosa a livello mondiale. La versione più semplice ha sempre parlato di tensioni con Ritchie Blackmore e logoramento da tour. Gillan oggi non nega quei fattori, ma sposta l’attenzione su un elemento meno immediato: l’ingresso di “influenze esterne” nella vita quotidiana del gruppo.
“Arrivi a un certo punto e all’improvviso il tuo gruppo si è allargato con le relazioni personali, e le influenze esterne non si incastrano bene come fanno i ragazzi della band”, ha spiegato. Il risultato, secondo il cantante, fu una distanza crescente: persone che non andavano d’accordo, hotel diversi, conversazioni evitate, abitudini separate. “Quello è l’inizio dei problemi”.
Gillan non si chiama fuori. Anzi, ha ammesso di essere stato “responsabile quanto chiunque altro, probabilmente più di chiunque altro”. È una frase importante perché toglie alla vicenda il tono da resa dei conti. La fine dei Deep Purple Mark II non viene presentata come colpa di un solo membro, ma come l’esito di una struttura diventata fragile proprio mentre la band era all’apice.
C’era poi il nodo musicale. Gillan ha indicato una divergenza crescente con Blackmore sulla direzione del suono. “Uno dei fattori chiave fu il leggero cambiamento nella mentalità della band”, ha detto. “Ritchie, credo, stava andando verso quello che sarebbe diventato Rainbow in termini di costruzione delle canzoni. Io sentivo che molta dell’eccitazione e della follia stava andando via”.
È un passaggio centrale: la crisi non riguardava solo il rapporto personale tra cantante e chitarrista, ma l’identità stessa dei Deep Purple. Da una parte la spinta verso forme più strutturate e controllate, dall’altra il desiderio di mantenere quella componente istintiva, instabile e fisica che aveva definito la band tra “In Rock”, “Machine Head” e “Made In Japan”.
Dalla frattura alla chimica ritrovata: il ponte con “SPLAT!”
La storia non si chiuse nel 1973. Gillan sarebbe rientrato nei Deep Purple nel 1984, proprio per la reunion della Mark II. Anche quel passaggio, nelle sue parole, conferma quanto la chimica musicale fosse più forte delle fratture personali. “Quando siamo tornati insieme eravamo persone diverse. Avevamo vissuto un po’ di vita fuori, avevamo tutti delle famiglie”. La ripartenza avvenne lontano dai riflettori, in Vermont: “Lo facemmo in segreto, perché se non avesse funzionato non volevamo farne una cosa enorme”.
Poi la musica fece il resto. “Ci sedemmo nel seminterrato e piano piano partì una jam. Vedevo i sorrisi tornare sui volti mentre rientravamo nel groove. Era come essere a Hanwell nel 1969. Fu fantastico”.
Quel concetto di chimica ritorna oggi parlando di “SPLAT!”, il nuovo album dei Deep Purple pubblicato il 3 luglio 2026. La formazione attuale vede Ian Gillan alla voce, Roger Glover al basso, Ian Paice alla batteria, Don Airey alle tastiere e Simon McBride alla chitarra.
Il disco, prodotto ancora da Bob Ezrin, viene presentato come uno dei lavori più pesanti della band da anni, inciso con i musicisti che suonano insieme in studio, secondo una modalità storicamente centrale per i Deep Purple.
Gillan lo collega direttamente al DNA classico del gruppo: “Devo dire che ora siamo davvero tornati con materiale compatibile con ‘Highway Star’, ‘Smoke On The Water’ e ‘Lazy’: le dinamiche, l’equilibrio e il divertimento della musica che facevamo tra il ’69 e il ’73”. E ancora: “La versione attuale dei Deep Purple sembra una versione molto contemporanea dei Deep Purple degli anni Settanta”.
Il titolo “SPLAT!” porta con sé un’idea più ampia. Gillan ha spiegato di averlo inizialmente considerato “troppo terminale”, temendo la domanda inevitabile: “Quindi questo è il vostro ultimo disco, giusto?”. In realtà il concetto non punta alla distruzione, ma alla trasformazione. L’album immagina la fine dell’umanità non come apocalisse grezza, ma come passaggio verso un’altra forma di esistenza. “Forse potremmo diventare una sorta di energia intelligente”, ha detto Gillan.