Ian Anderson, l’uomo che ha insegnato al flauto a suonare rock
10 agosto 2026 alle ore 16:23, agg. alle 16:48
Dal blues degli esordi al flauto imparato quasi per caso: storia di Ian Anderson, leader dei Jethro Tull e autore di uno stile senza precedenti.
Prima di Ian Anderson il flauto aveva già attraversato jazz, folk, musica classica e psichedelia. Dopo Ian Anderson, però, è diventato anche uno strumento rock. Non semplicemente perché il leader dei Jethro Tull lo abbia inserito all’interno di una band elettrica, ma perché ne ha completamente modificato la funzione: ritmica, aggressiva, percussiva, teatrale.
Uno strumento con cui attaccare un riff, interrompere una strofa, improvvisare, soffiare, urlare e occupare fisicamente il centro del palco.
La cosa più interessante è che tutto questo non nasce da una formazione accademica né da un talento tecnico immediatamente evidente. Al contrario. Anderson arrivò al flauto quasi per esclusione.
Nato a Dunfermline, in Scozia, nel 1947 e cresciuto soprattutto a Blackpool, aveva iniziato come tanti ragazzi britannici della sua generazione: blues, chitarra, armonica e gruppi locali. Tra questi c'erano The Blades e le successive formazioni dalle quali, alla fine del 1967, sarebbe nato il nucleo dei Jethro Tull. Il primo concerto con quel nome arrivò al Marquee di Londra nel febbraio del 1968.
Il problema era che Anderson aveva già capito di non essere destinato a diventare un grande chitarrista blues.
"Avevo iniziato con la chitarra, ma decisi di lasciarla quando ascoltai Eric Clapton", ha raccontato, paragonando l'effetto a quello che può avere guardare Roger Federer su qualcuno che prova a giocare a tennis. Il flauto, invece, gli offriva "qualcosa di molto interessante melodicamente".
Da una Fender appartenuta a Lemmy al flauto comprato quasi per caso
La storia della conversione è ancora più improbabile. Anderson possedeva una Fender Stratocaster che, secondo il suo racconto, era appartenuta in precedenza a Lemmy Kilmister, allora chitarrista dei Rockin' Vickers. La diede via in parte per acquistare un flauto.
Non perché avesse un preciso progetto musicale.
"Lo comprai senza una vera ragione. Era semplicemente bello e lucido", ha ricordato. All'inizio, peraltro, non riusciva neppure a ottenere un suono. Ripose lo strumento nella custodia per mesi finché qualcuno gli spiegò un dettaglio essenziale: nel flauto non bisogna soffiare dentro il foro, ma attraverso di esso. Da lì la progressione fu velocissima. Nel giro di pochi giorni Anderson riusciva già a improvvisare frasi blues e portò il nuovo strumento sul palco.
È uno dei passaggi decisivi nella storia dei Jethro Tull. Non essendo stato formato secondo le convenzioni classiche, Anderson cominciò a trattare il flauto come avrebbe trattato un'armonica o una chitarra elettrica. Attacchi violenti, frasi spezzate, respirazione udibile, armonici, vocalizzazioni simultanee e una componente ritmica fortissima entrarono nel suo vocabolario.
L'imperfezione divenne stile.
Lo stesso Anderson ha raccontato che per anni utilizzò diteggiature trovate autonomamente, compensando con il fiato e con armonici spesso leggermente crescenti o calanti. Soltanto nel 1993, durante un viaggio promozionale in India, decise di imparare seriamente la tecnica tradizionale. Si fece inviare via fax una tabella delle diteggiature e impiegò circa tre mesi per correggere abitudini consolidate in oltre vent'anni di concerti. "Probabilmente non era un gran periodo per assistere a un concerto dei Jethro Tull", ha scherzato successivamente.
È forse l'aneddoto che racconta meglio Ian Anderson. Uno dei flautisti più riconoscibili della musica popolare mondiale aveva costruito gran parte della propria carriera senza suonare lo strumento nel modo in cui avrebbe dovuto essere suonato.
Il personaggio Ian Anderson: una gamba sola, cappotti e anti-showbusiness
Anche l'immagine contribuì a rendere immediatamente identificabile il personaggio. Cappotti sdruciti, capelli lunghi, espressioni esasperate, costumi improbabili e naturalmente quella posizione su una gamba sola che sarebbe diventata uno dei simboli visivi del rock britannico.
In origine non c'era alcun progetto di marketing particolarmente sofisticato. Anderson ha raccontato che il look da vagabondo era nato utilizzando vecchi vestiti e oggetti trovati quasi casualmente, compreso, in alcune occasioni, un paralume sulla testa. "Era una specie di anti-showbusiness, anche se naturalmente era comunque showbusiness", ha spiegato. L'obiettivo era soprattutto allontanarsi dall'immagine delle numerose band inglesi che in quel momento riproducevano il blues americano.
Anche la celebre postura arrivò in modo spontaneo. Anderson sostiene di aver iniziato a stare sulla gamba destra già quando suonava l'armonica al Marquee. Con il flauto il gesto divenne ancora più evidente e finì per trasformarsi in un marchio.
Col tempo gli ha attribuito anche una funzione concreta: stare su una gamba, ha spiegato, impone concentrazione ed equilibrio sia fisico sia mentale.
La teatralità, però, non deve oscurare l'altro elemento fondamentale di Anderson: la scrittura.
Fin dagli anni Settanta i Jethro Tull hanno smesso rapidamente di essere una semplice formazione blues. Stand Up, Benefit, Aqualung, Thick As A Brick, A Passion Play e successivamente dischi come Songs From The Wood o Heavy Horses hanno progressivamente mescolato hard rock, musica acustica, tradizione britannica ed europea, progressive e folk.
Anderson ha sempre avuto difficoltà ad accettare classificazioni troppo strette. Il punto non era diventare una band progressive, folk o hard rock, ma sottrarsi al modello dominante. Già alla fine degli anni Sessanta aveva capito che dischi come Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band dei Beatles e The Piper At The Gates Of Dawn dei Pink Floyd dimostravano che una rock band poteva uscire dal formato blues e costruirsi un proprio universo.
È esattamente quello che avrebbe fatto.
Ian Anderson in tre canzoni dei Jethro Tull
Aqualung – Il narratore che osserva senza giudicare
Se bisogna capire Ian Anderson come autore prima ancora che come flautista, Aqualung è probabilmente il punto di partenza migliore. Pubblicata nel 1971, la title track nasce dall'immagine di un senzatetto e diventa rapidamente qualcosa di più complesso di una semplice descrizione.
Anderson costruisce il personaggio attraverso dettagli quasi fotografici, alternando repulsione, disagio e compassione. Non è casuale: prima della musica aveva studiato arte e ancora oggi descrive spesso il proprio metodo di scrittura come quello di qualcuno che osserva persone inserite in un paesaggio.
Parlando del protagonista, Anderson ha spiegato di essere interessato proprio alle emozioni contraddittorie suscitate dall'incontro con una persona emarginata: "Compassione, paura, imbarazzo". Il tentativo della canzone è capire da dove arrivino quelle reazioni invece di limitarsi al giudizio.
Musicalmente è altrettanto efficace. Il celebre riff entra con il peso dell'hard rock per lasciare poi spazio a passaggi acustici quasi intimi. Anderson raccontò di aver mostrato inizialmente il riff a Martin Barre in una stanza d'albergo durante un tour americano: Barre aveva una chitarra elettrica senza amplificatore e il cantante dovette convincerlo a immaginare quanto sarebbe diventato enorme una volta registrato.
È il metodo Jethro Tull condensato in pochi minuti: contrasto, personaggi, ironia e improvvisi cambi di prospettiva.
Thick As A Brick – Il progressive preso sul serio fingendo di scherzare
Thick As A Brick è Ian Anderson nella sua versione più ambiziosa e, contemporaneamente, più sarcastica. Dopo Aqualung, numerosi critici avevano cominciato a descrivere i Jethro Tull come autori di concept album. Anderson non era d'accordo. La sua risposta fu costruirne deliberatamente uno talmente esagerato da diventare anche una parodia del genere.
Un'unica composizione di oltre quaranta minuti, divisa sulle due facciate del vinile, attribuita per gioco al bambino-prodigio immaginario Gerald Bostock e accompagnata originariamente da una copertina costruita come un vero giornale locale.
Anderson avrebbe poi spiegato l'intenzione in modo molto semplice: voleva scherzare con il progressive e, allo stesso tempo, "superare in progressive" band come Yes, Genesis ed Emerson, Lake & Palmer.
Il paradosso è che la caricatura è diventata uno dei monumenti del genere che avrebbe dovuto prendere in giro.
Anche l'origine della composizione è tipicamente andersoniana. Nel 2026 ha ricordato che tutto cominciò da una singola frase appuntata su un foglio durante un tour. La scrisse, la guardò e pensò immediatamente: "Questo è un album".
Da lì nasce un continuo passaggio tra sezioni acustiche, riff elettrici, organo, cambi di tempo e melodie di flauto. Più che una canzone, è la dimostrazione definitiva della capacità di Anderson di trasformare idee letterarie in architettura musicale.
Locomotive Breath – Quando il flauto diventa uno strumento hard rock
Se Aqualung racconta lo scrittore e Thick As A Brick il compositore, Locomotive Breath permette di capire il musicista.
Il brano, inserito anch'esso in Aqualung, utilizza l'immagine di un treno fuori controllo per parlare soprattutto di crescita demografica e della sensazione che alcuni meccanismi della società moderna siano ormai impossibili da fermare. Anderson ha spiegato che già nel 1970 vedeva l'aumento della popolazione mondiale come una locomotiva lanciata senza possibilità di frenare.
Anche musicalmente doveva sembrare un treno.
La cosa curiosa è che inizialmente la band non riusciva a suonarla nel modo desiderato. Il groove non funzionava e Anderson decise quindi di costruire il pezzo progressivamente attraverso sovraincisioni. John Evan registrò l'introduzione di pianoforte; Anderson creò una sorta di click artigianale e aggiunse parti ritmiche, chitarre e successivamente gli altri strumenti furono stratificati fino a ottenere quell'andamento meccanico che cercava.
Poi arriva il flauto che Anderson utilizza come un vero strumento solista rock: attacca le note, le sporca con il respiro, introduce vocalizzazioni e costruisce frasi che potrebbero appartenere a una chitarra elettrica.
È probabilmente il punto nel quale diventa più evidente ciò che Ian Anderson ha fatto per oltre mezzo secolo: non portare semplicemente il flauto dentro il rock, ma costringere il flauto a parlare una lingua che prima non aveva.