History

Abacab: il disco migliore che i Genesis avrebbero potuto fare nel 1981

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Author image Gianni Rojatti

18 settembre 2026 alle ore 18:00, agg. alle 19:17

Con Abacab i Genesis non rinnegano il progressive: cambiano suoni e linguaggio, anticipano gli anni Ottanta e, soprattutto, scrivono grandi canzoni.

All’inizio degli anni Ottanta il rock sta cambiando profondamente. Punk e new wave hanno messo in discussione virtuosismo, contaminazioni classiche e grandi architetture progressive. Anche i Genesis sono ormai un’altra band: Peter Gabriel e Steve Hackett appartengono definitivamente al loro passato.

Pubblicato il 18 settembre del 1981, Abacab fotografa perfettamente questa trasformazione. Phil Collins, Tony Banks e Mike Rutherford non rinnegano il progressive, ma ne trasferiscono complessità e perizia dentro nuovi suoni, sintetizzatori, groove e melodie destinate a caratterizzare il decennio appena iniziato.


Cambiare per sopravvivere

Per capire Abacab bisogna ricordare che l’inizio degli anni Ottanta è uno degli snodi decisivi nella storia del rock. Il punk ha travolto molte delle certezze del decennio precedente e la new wave, che ne raccoglie direttamente l’eredità, cerca un linguaggio più semplice, essenziale, soprattutto lontano dai due grandi territori attraverso i quali il rock degli anni Settanta aveva progressivamente arricchito il proprio vocabolario. Da una parte il blues, e quindi il jazz, l’improvvisazione e il virtuosismo strumentale; dall’altra la musica classica, con arrangiamenti sempre più complessi, orchestrali e quasi operistici. Dai Doors ai Pink Floyd, passando per Led Zeppelin e Queen, il rock aveva continuato ad allargare i propri confini fino alle forme più elaborate del progressive. Punk e new wave cercano suoni diversi: sintetizzatori, elettronica, strutture più asciutte, una nuova idea di produzione. Le grandi band progressive si trovano così davanti a un mondo completamente cambiato. I Genesis entrano perfettamente in questa storia, ma leggere Abacab, pubblicato il 18 settembre 1981, semplicemente come il disco con cui si adeguano ai tempi per sopravvivere sarebbe riduttivo. Perché nel frattempo sono cambiati soprattutto loro. Peter Gabriel aveva lasciato il gruppo dopo The Lamb Lies Down on Broadway del 1974; Steve Hackett se n’era andato nel 1977. Due personalità talmente peculiari da modificare inevitabilmente il DNA della band: Gabriel aveva portato un’estetica sofisticata, cerebrale e teatrale; Hackett un linguaggio chitarristico personalissimo. Quando nel 1978 esce ...And Then There Were Three..., il titolo racconta esattamente la nuova situazione: Phil Collins, Tony Banks e Mike Rutherford, che si assume anche il ruolo di chitarrista. Il percorso continua con Duke nel 1980 e arriva ad Abacab l’anno successivo. Certo, i Genesis sanno perfettamente di non poter continuare a fare la musica degli anni Settanta e vogliono cambiare. Ma non è soltanto una questione di industria discografica. Con Collins sempre più centrale emerge anche una sensibilità melodica e pop, nel senso più genuino del termine, che rende la band differente e per certi versi più solare. Abacab fotografa questa trasformazione senza rinunciare affatto alla complessità. Basta provare a suonare l’ingresso di "Keep It Dark": quell’incastro ritmico, eseguito con una precisione micidiale, manderebbe a gambe all’aria una buona percentuale delle band rock che decidessero di misurarcisi. Quell’intro è una piccola gemma da manuale del progressive e del virtuosismo inteso nel senso più musicale del genere: non esibizione fine a se stessa, ma precisione, incastro e padronanza ritmica.


Il suono degli anni Ottanta

La stessa "Abacab" è un meraviglioso ibrido: ha dimensioni, sviluppo e perizia esecutiva progressive, ma dentro una scrittura melodica immediata, un groove magnifico, sintetizzatori e suoni che appartengono già agli anni Ottanta. "Dodo/Lurker" conserva tutta l’ambizione compositiva dei Genesis, mentre "Who Dunnit?", con ripetizioni, dissonanze e suoni volutamente sgradevoli, è una sorta di sberleffo al punk: un pezzo provocatoriamente brutto, stralunato, quasi una pernacchia musicale, che paradossalmente porta i Genesis verso l’art rock più sperimentale. E poi c’è "No Reply at All". Oggi i fiati dei Phenix Horns degli Earth, Wind & Fire, il groove e quella produzione brillante possono sembrare perfettamente inseriti nel pop patinato degli anni Ottanta. Ma siamo nel 1981. Se fosse uscita nel 1988 potremmo dire che i Genesis stavano facendo il verso a Whitney Houston o agli INXS, due espressioni riuscitissime di quel pop levigato e commerciale. Qui accade quasi il contrario: i Genesis stanno anticipando un’estetica che negli anni successivi diventerà dominante. Fondamentale è infine Hugh Padgham, ingegnere del suono di un album prodotto dagli stessi Genesis e primo disco registrato nel loro nuovo studio, The Farm. Il lavoro sui sintetizzatori e soprattutto sulla batteria di Collins contribuisce a definire una grammatica sonora che attraverserà il decennio; Padgham lavorerà poi con i Police a Ghost in the Machine (1981) e Synchronicity (1983). Per questo Abacab è probabilmente il disco migliore che i Genesis avrebbero potuto fare nel 1981. Qualunque tentativo di replicare il passato avrebbe significato arroccarsi su una formula già esplorata e, oltretutto, farlo senza due degli ingredienti fondamentali di quella formula, Peter Gabriel e Steve Hackett. Non erano più i Genesis del 1973 e soprattutto non erano più gli anni Settanta. Abacab nasce esattamente dall’incontro tra una band profondamente cambiata e un mondo musicale che stava cambiando altrettanto rapidamente. E alla fine, senza rimuginare troppo su progressive, pop, coerenza ed evoluzione, a decidere se un disco funziona sono soprattutto le canzoni. E Abacab ne contiene di bellissime.



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