Foo Fighters, Dave Grohl e la rinascita più bella del rock anni ’90
26 giugno 2026 alle ore 11:00, agg. alle 13:55
Dopo i Nirvana, Dave Grohl si reinventa cantante, chitarrista e autore: Foo Fighters è il suono grezzo di una rinascita.
Pubblicato nel giugno 1995, il debutto dei Foo Fighters nasce quasi come un disco solista, registrato da Dave Grohl dopo la fine dei Nirvana. Trent’anni dopo resta un lavoro sorprendente: ruvido, diretto, melodico, e già pieno degli elementi che avrebbero trasformato i Foo Fighters in una delle band centrali del rock contemporaneo.
Un disco che non prova a vivere all’ombra di Kurt Cobain, ma racconta la necessità quasi fisica di un musicista di rimettersi in piedi, attaccare gli strumenti e ricominciare a scrivere.
Chitarre distorte, batterie enormi
Quella dei Foo Fighters resta una delle storie più belle del rock recente, perché non racconta solo una seconda occasione. Racconta un talento enorme che, nel giro di pochissimo tempo, riesce a scavalcare una definizione che avrebbe potuto schiacciare chiunque: Dave Grohl, il batterista dei Nirvana, la band che con Nevermind (1991) ha portato il grunge fuori dalla scena alternativa e lo ha trasformato in un fenomeno culturale di massa. Dopo la morte di Kurt Cobain e la fine dei Nirvana, Grohl avrebbe potuto fermarsi, sparire, oppure restare per sempre legato a quel ruolo. Invece, un anno dopo, è già dentro un’altra storia: cantante, chitarrista, autore, polistrumentista, pronto a fondare una band che avrebbe portato parte dell’urgenza del grunge verso una forma di rock più inclusiva, melodica e tradizionale. Foo Fighters (1995) nasce in un equilibrio strano. Da una parte è facile immaginare che, intorno a quelle canzoni, ci fosse anche un interesse discografico inevitabile: qualunque cosa arrivasse dall’orbita Nirvana, in quel momento, aveva un peso commerciale enorme. Dall’altra, però, il disco smentisce subito l’idea dell’operazione cinica. Grohl non si limita a capitalizzare un nome o una tragedia: mette sul tavolo canzoni vere, costruite con una fame musicale impressionante. Scrive, canta e suona praticamente tutto da solo, con l’assistenza di Barrett Jones, trasformando quello che poteva sembrare un demo personale in una dichiarazione d’identità. Il suono è grezzo, diretto, senza patine: chitarre distorte, batterie enormi, dinamiche sparate in faccia. Ma dentro quella materia ancora molto vicina al grunge c’è già un mondo più largo. C’è il punk, c’è l’attitudine sanissima e ruspante del DIY, quella del fare da sé, autonomamente la propria musica, c’è una scrittura melodica che guarda ai Beatles e a tutta quella linea alternativa anni ’90 capace di sporcare il pop senza rinunciare alle canzoni.
Artista prima che rockstar
E c’è, soprattutto, il Grohl batterista che ragiona da chitarrista: ogni riff sembra pensato insieme al colpo di cassa, ogni apertura di chitarra sembra nascere dal movimento fisico della batteria. È una coesione rara, quasi brutale, possibile solo quando chi scrive le parti conosce entrambe le mani del motore ritmico. Per questo Foo Fighters sarebbe un disco da far ascoltare a ogni giovane band che vuole capire cosa significhi avere tiro, compattezza e identità. “Good Grief”, in questo senso, è uno dei vertici: punk nella spinta, grunge nel caos controllato, pop nella tensione melodica. Anche la voce di Grohl sorprende. Non è virtuosistica, non cerca l’effetto, ma ha una sincerità espressiva fortissima: è più gentile di quanto ci si aspetterebbe da un disco così elettrico, e proprio per questo rende quelle canzoni più personali. Intanto Grohl capisce che quel progetto deve diventare una band. Pensa anche al bassita Krist Novoselic, ma il rischio di trasformare tutto in una specie di prosecuzione ambulante dei Nirvana è troppo alto. Così arrivano Nate Mendel e William Goldsmith dai Sunny Day Real Estate, più Pat Smear, già al fianco dei Nirvana dal vivo: abbastanza vicino per dare autenticità, abbastanza diverso per aprire un capitolo nuovo. A distanza di trent’anni, Foo Fighters colpisce ancora per la qualità del suonato e per la sua energia quasi commovente. È il disco di un musicista che, in una situazione capace di paralizzare chiunque, sceglie di fare l’unica cosa che sa davvero fare: musica. Non per status, non per posa, non per sopravvivere al mito degli altri. Ma perché, quando sei un artista vero, prima ancora della rockstar viene quella necessità lì: prendere uno strumento, attaccare un amplificatore, e ricominciare.