Down on the Upside: il crepuscolo del grunge e l’anima più autentica dei Soundgarden
21 maggio 2026 alle ore 12:42, agg. alle 19:11
Con Down on the Upside i Soundgarden trasformano il tramonto del grunge in un disco malinconico, melodico e sorprendentemente sincero
Il grunge nel 1996 ha ormai perso la sua spinta rivoluzionaria e i Soundgarden trasformano quel clima crepuscolare in un disco intenso, malinconico e senza filtri, dove convivono hard rock, psichedelia e una nuova sensibilità melodica.
Pubblicato il 21 maggio 1996, Down on the Upside mostra la band di Chris Cornell mentre supera i confini del grunge, mitigando la violenza sonora degli esordi a favore di una scrittura più intima e introspettiva.
La fine del grunge e il crepuscolo dei Soundgarden
Nel 1996 il grunge è ormai nel pieno della sua parabola discendente. Quello che era nato come linguaggio di rottura, come rivoluzione sonora e culturale capace di spazzare via gli eccessi dell’hard rock e pop anni Ottanta, nel giro di pochi anni viene fagocitato dall’industria discografica. Dopo il successo di Nirvana, Pearl Jam, Alice in Chains e degli stessi Soundgarden, il grunge diventa il nuovo paradigma del rock da classifica. Non è più il genere antagonista che arriva dai club di Seattle: è ormai il suono dominante del rock mainstream. E a due anni dalla morte di Kurt Cobain si percepisce chiaramente un senso di esaurimento, di malinconia, quasi la sensazione che quell’epoca stia lentamente finendo. La grandezza di Down on the Upside (1996) sta proprio qui: è un disco che si porta addosso quella malinconia enorme, crepuscolare, il peso emotivo della fine di un’epoca. Ma è anche un album attraversato da un’energia speciale, quella che spesso nasce nelle band quando iniziano a emergere tensioni artistiche fortissime. Fino a quel momento i Soundgarden avevano trovato la loro cifra nella combinazione perfetta tra l’anima melodica, psichedelica e sperimentale di Chris Cornell e quella invece più pesante, hard rock, quasi metal di Kim Thayil. Ed è proprio questo equilibrio che aveva reso i Soundgarden probabilmente la band più sofisticata, più tecnica e musicalmente più ambiziosa uscita dalla scena grunge. Più vicina all’hard rock classico, alla psichedelia e persino a certe soluzioni prog rispetto ai loro contemporanei.
Il braccio di ferro tra Cornell e Thayil
Con Down on the Upside, però, qualcosa cambia. Cornell sente l’esigenza di spostare il baricentro della band verso una dimensione più intima, più melodica, quasi cantautorale. Vuole meno rigidità hard rock e più spazio per atmosfere acustiche, per un songwriting più aperto e introspettivo. Thayil invece continua a rappresentare l’anima più abrasiva, rock e pesante del gruppo. E il bello è che da questo attrito creativo la band tira fuori forse il lato più genuino della propria identità. La tensione si sente immediatamente dall’inizio del disco. “Pretty Noose” mette subito in chiaro la direzione di Cornell: ci sono ancora le chitarre acide e quel magma sonoro tipicamente grunge, ma il modo in cui il brano si muove è più morbido, melodico, introspettivo. Poi arriva “Rhinosaur” e sembra quasi che Thayil si riprenda il controllo della situazione: riff violentissimi, chitarre nervose, un’energia quasi proto-Audioslave e un assolo strepitoso che riporta la band nel territorio dell’hard rock più feroce. Ma è dopo questo iniziale braccio di ferro che emerge davvero l’anima del disco. Brani come “Zero Chance”, “Dusty” o “Tighter & Tighter” mostrano una band che sta andando oltre il grunge. Ci sono echi dei Led Zeppelin, aperture psichedeliche, arrangiamenti più ariosi e un songwriting raffinatissimo in cui la violenza sonora viene mitigata da una ricerca melodica molto più profonda. Persino “Ty Cobb”, che esplode in sfuriate quasi punk, mantiene un’anima acustica grazie alla presenza del mandolino. Poi, in “Blow Up the Outside World”, uno dei momenti più riusciti del disco, questo approccio più intimo, melodico e psichedelico emerge in maniera chiarissima: il richiamo all’universo dei The Beatles è fortissimo e sembra quasi anticipare quell’esplosione britpop che proprio ai Beatles dovrà moltissimo. Anche in questo senso Down on the Upside appare come un disco sospeso tra due epoche musicali, capace di chiudere idealmente la stagione del grunge iniziando già a guardare verso le nuove sensibilità melodiche e alternative che domineranno la seconda metà degli anni Novanta. Se Superunknown (1994) era stato scolpito anche dal lavoro di Michael Beinhorn (produttore enorme e già noto per il suo lavoro con i RHCP, abilissimo nel trasformare un disco rock in un’opera monumentale e rifinitissima) Down on the Upside è prodotto unicamente dalla band, suonando così molto più diretto, più grezzo, meno patinato. E proprio per questo permette di percepire i Soundgarden senza filtri. Per molti fan è il vero capolavoro della band, sicuramente il disco più sincero. Ed è anche uno straordinario testamento artistico del grunge stesso: un genere che qui sembra capire di non poter più sopravvivere soltanto attraverso rabbia, distorsioni e aggressività. C’è bisogno di altro. Di melodia, di dinamiche, di introspezione. Ed è esattamente questa la direzione che prenderà gran parte del post-grunge negli anni successivi: mantenere il peso e la potenza protagonista delle chitarre, ma portarli dentro una scrittura più aperta, emotiva e melodica.