Deep Purple, “Speed King”: il brano che spalancò le porte alla leggendaria Mark II
11 agosto 2026 alle ore 14:06, agg. alle 16:36
Nato dalle prime jam con Gillan e Glover, “Speed King” trasformò le radici rock’n’roll dei Deep Purple in qualcosa di più duro, veloce e definitivamente nuovo.
Speed King dei Deep Purple è il primo brano di "Deep Purple In Rock", pubblicato nel 1970, ma soprattutto è uno dei primi veri manifesti della formazione Mark II: Ritchie Blackmore alla chitarra, Jon Lord all’organo, Ian Paice alla batteria e i nuovi arrivati Ian Gillan alla voce e Roger Glover al basso.
Prima di allora i Deep Purple avevano già pubblicato tre album, ottenuto un importante successo americano con “Hush” e mostrato una personalità musicale notevole, ma erano ancora una band sospesa tra psichedelia, progressive, pop, musica classica e rock. Con l’arrivo di Gillan e Glover nell’estate del 1969 cambia l’equilibrio. E “Speed King” è una delle prime prove concrete di quella trasformazione.
Non a caso Roger Glover, ricordando quelle giornate, ha raccontato che i nuovi brani arrivarono con una facilità sorprendente: "Le prime due prove produssero “Speed King”, “Child in Time”, “Into the Fire”… circa metà di In Rock venne scritta praticamente in pochi secondi. C’era semplicemente un feeling naturale tra tutti noi".
“Speed King” e la nascita del suono dei Deep Purple Mark II
La genesi di “Speed King” racconta bene il nuovo metodo di lavoro della band. Non c’è un autore seduto con una canzone già completa da presentare agli altri. Ci sono cinque musicisti che suonano, reagiscono e costruiscono materiale partendo da riff e improvvisazioni.
Ian Gillan lo ha spiegato molti anni dopo in maniera ancora più netta: «Nessuno “scriveva” davvero una canzone. “Speed King”, “Child In Time”… nessuna di quelle canzoni fu scritta. Le suonavamo in jam, e alla fine succedeva qualcosa. Entravi nel groove e ti ritrovavi con brani di sette minuti senza che importasse a nessuno. Era abbastanza rivoluzionario».
Nel caso di “Speed King”, uno dei punti di partenza fu l’influenza di Jimi Hendrix. Roger Glover ha ricordato come durante le prime prove Ritchie Blackmore avesse iniziato a lavorare attorno all’energia di “Fire” della Jimi Hendrix Experience. Da lì il gruppo sviluppò un giro di basso e una struttura che progressivamente prese una propria direzione.
Il dettaglio è importante perché mostra quanto fosse ancora aperto il processo creativo dei Deep Purple. L’obiettivo non era copiare Hendrix, ma prendere quell’idea di rock fisico, elettrico e aggressivo e portarla dentro una band in cui chitarra e organo potevano comportarsi come due strumenti solisti di pari livello.
È uno degli elementi che rende immediatamente riconoscibile la Mark II. Blackmore non ha più davanti un accompagnamento di tastiere: Jon Lord risponde alla chitarra, la provoca e spesso combatte con lei. Dietro, Glover e Paice costruiscono una base ritmica elastica e velocissima, mentre Gillan può utilizzare la voce quasi come un altro strumento.
“Speed King” diventa quindi una specie di modello preliminare di ciò che i Deep Purple perfezioneranno negli anni successivi con “Highway Star”, “Space Truckin’” e gran parte di Machine Head.
Da Little Richard a Elvis: il testo di “Speed King” è una dichiarazione d’amore al rock’n’roll
Se musicalmente “Speed King” guarda verso il futuro dell’hard rock, il testo guarda decisamente indietro. Ian Gillan costruì infatti le parole utilizzando immagini, titoli e frammenti provenienti dalla musica con cui era cresciuto.
Dentro il brano si incontrano riferimenti a Little Richard, Elvis Presley, Chuck Berry e al rock’n’roll degli anni Cinquanta. “Good Golly Miss Molly”, “Tutti Frutti”, “Lucille” e altre espressioni riconoscibili vengono mischiate e ricollocate in un contesto completamente nuovo. Gillan non cercava di costruire una narrazione vera e propria: stava creando una specie di collage della propria memoria musicale.
Lui stesso lo ha raccontato senza troppi giri di parole spiegando che le prime cose che gli vennero in mente furono parole di Chuck Berry e Little Richard e che, scherzando, semplicemente "le rubò".
È uno dei paradossi più interessanti di “Speed King”. Un pezzo spesso indicato tra gli antenati del metal nasce in realtà da una celebrazione quasi sfacciata del rock’n’roll originale.
Gillan era cresciuto ascoltando Elvis Presley e soprattutto la potenza vocale di Little Richard. Ciò che cambia, nel passaggio ai Deep Purple, è la pressione sonora. Il linguaggio degli anni Cinquanta viene trasferito dentro amplificatori molto più potenti, una batteria enormemente più aggressiva e un dialogo tra Hammond e Stratocaster che porta quella stessa energia in un territorio differente.
Il titolo stesso funziona perfettamente. “Speed King” non descrive tanto un personaggio preciso quanto una condizione: velocità, eccitazione, esagerazione. Tutto avviene rapidamente e tutto deve essere suonato al limite.
Le registrazioni di “Speed King”: volume, improvvisazione e il caos controllato di In Rock
Prima di diventare “Speed King”, il pezzo attraversò diverse incarnazioni. Nel 1969 comparve nelle sessioni radiofoniche dei Deep Purple con titoli provvisori come “Ricochet” e “Kneel & Pray”, mentre la band continuava a modificarlo dal vivo e durante le prove.
Le sessioni di Deep Purple In Rock iniziarono nell’ottobre 1969 e proseguirono in diversi studi londinesi, tra cui IBC, De Lane Lea e Abbey Road. “Speed King” venne lavorata agli IBC Studios e la versione definitiva utilizzata per il disco fu completata durante quella fase delle registrazioni.
Esiste anche una prima versione caratterizzata dall'utilizzo del pianoforte di Jon Lord al posto dell’Hammond, testimonianza di quanto il pezzo fosse ancora in evoluzione.
Ma è l’apertura della versione definitiva a spiegare meglio di qualsiasi descrizione la nuova filosofia dei Deep Purple.
Prima ancora che arrivi il riff, Ritchie Blackmore produce rumori, feedback e violente oscillazioni di chitarra. Poi compare Jon Lord con un passaggio d’organo quasi classico. È come se i due mondi della band – caos elettrico e formazione musicale tradizionale – venissero presentati separatamente prima dell’esplosione collettiva.
Quell’introduzione, conosciuta anche come “Woffle”, era stata registrata separatamente nel novembre 1969 e venne poi collocata davanti alla canzone. In alcune edizioni americane di In Rock fu eliminata, accorciando notevolmente l’impatto iniziale del disco.
Anche il modo di registrare In Rock contribuì alla brutalità del risultato. Ian Gillan ha ricordato il lavoro dell’ingegnere Martin Birch, destinato in seguito a diventare uno dei nomi fondamentali dell’hard rock e dell’heavy metal. Secondo Gillan, Birch cercava di preservare il suono reale degli strumenti nella stanza invece di sterilizzarlo per ricostruirlo successivamente al mixer: "Registrava forte e al diavolo i meter: puntavano sempre sul rosso!".
Perché "Speed King" anticipa il rock che verrà
Dal punto di vista musicale “Speed King” possiede già molti degli ingredienti che diventeranno centrali nel vocabolario della band.
C’è un riff immediato, una sezione ritmica spinta da Ian Paice con una precisione quasi frenetica e soprattutto il confronto tra Blackmore e Lord. Chitarra e organo non si limitano a eseguire due assoli indipendenti: si rispondono, si imitano e occupano alternativamente il centro della scena
Questa struttura diventerà fondamentale anche dal vivo, dove “Speed King” verrà frequentemente dilatata con improvvisazioni, dialoghi strumentali, assoli e scambi tra voce e chitarra.
In questo senso il brano fotografa una caratteristica essenziale dei Deep Purple Mark II: le canzoni non erano necessariamente oggetti chiusi. Potevano diventare strutture attraverso le quali cinque musicisti estremamente diversi potevano sfidarsi ogni sera.
Anche la sua velocità era tutt’altro che comune per il 1970. Jon Lord, intervistato da Modern Keyboard nel 1989, arrivò a definirla senza esitazioni: "“Speed King” è speed metal, non c’è dubbio".
Naturalmente parlare di speed metal nel 1970 significa utilizzare retroattivamente un’etichetta nata molto più tardi. Ma il concetto è chiaro. Riff serrati, volume, distorsione, batteria aggressiva e un senso continuo di accelerazione anticipano caratteristiche che diventeranno normali nell’hard rock più estremo e successivamente nel metal.
La porta d’ingresso nella storia dei Deep Purple
Dire che “Speed King” sia il pezzo che spalanca la porta alla leggendaria Mark II non è quindi un’esagerazione.
Formalmente la Mark II esisteva già da alcuni mesi quando venne registrata e In Rock contiene almeno un altro brano, “Child In Time”, destinato a diventare ancora più monumentale. Ma “Speed King” ha un significato particolare perché mette subito davanti all’ascoltatore tutto ciò che è cambiato.
Basta confrontare l’inizio di In Rock con il materiale dei primi tre album.
Non c’è preparazione. Non c’è gradualità. Il disco comincia con feedback, Hammond, distorsione e poi parte a tutta velocità
È quasi una dichiarazione: i Deep Purple precedenti sono finiti.
Il nuovo gruppo ha trovato contemporaneamente una voce – quella impressionante di Ian Gillan – un nuovo peso ritmico grazie a Roger Glover e, soprattutto, un equilibrio finalmente perfetto tra le personalità già presenti di Blackmore, Lord e Paice.
Da quel momento arriveranno Fireball, Machine Head, Made In Japan e una serie di canzoni destinate a definire una parte fondamentale dell’hard rock degli anni Settanta.
Ma la miccia era stata accesa prima.
In una palestra di Hanwell, durante le prime prove di una formazione ancora tutta da verificare, cinque musicisti iniziarono a suonare partendo dall’energia di Hendrix e dalle radici di Little Richard ed Elvis. Il risultato fu “Speed King”.
E quando quella canzone aprì Deep Purple In Rock nel 1970, la Mark II non era più semplicemente una nuova formazione dei Deep Purple. Era diventata una delle più potenti rock band della sua generazione.