Deep Purple: la batteria di Ian Paice in 5 canzoni
29 giugno 2026 alle ore 16:00, agg. alle 14:41
Con Ian Paice, i Deep Purple fissano una grammatica della batteria hard rock: tecnica, swing e potenza, cinque brani chiave e un confronto vivo con John Bonham.
Ian Paice non è soltanto il batterista dei Deep Purple: è uno dei musicisti che hanno contribuito a inventare la batteria hard rock. Tecnica, potenza, swing e controllo convivono in uno stile seminale, capace di indicare a generazioni di batteristi rock e metal una strada ancora oggi viva e decisiva.
Nato il 29 giugno 1948, Paice resta un capostipite da ascoltare nei dettagli. Ripercorriamo il suo peso storico, proponiamo cinque brani essenziali per capirne linguaggio e personalità, e affrontiamo l’inevitabile confronto con John Bonham, l’altro grande titano della batteria hard rock degli anni Settanta, senza classifiche e senza sentenze definitive.
Lo swing dentro l’hard rock
Quando si parla di Ian Paice non si parla semplicemente del batterista dei Deep Purple. Si parla di uno dei musicisti che hanno contribuito a inventare un linguaggio. Prima di gruppi come Deep Purple, Led Zeppelin e Black Sabbath, l’hard rock e il metal non esistevano ancora come territori codificati. E Paice è stato uno dei primi a dimostrare che una batteria poteva essere dura, veloce, spettacolare, ma anche elegante, mobile, piena di dettagli. La sua grandezza sta proprio lì: nella capacità di suonare potente senza diventare rigido. Paice non pesta soltanto. Fraseggia, dialoga, spinge, alleggerisce, anticipa. Dentro il suo drumming c’è la forza del rock, ma anche una radice più antica e più colta: jazz, swing, big band, quella musica che aveva ascoltato fin da ragazzo e che gli ha dato un senso naturale del movimento. Per questo anche nei passaggi più aggressivi la sua batteria non sembra mai bloccata sul tempo: respira. È un modello che diventerà fondamentale per generazioni di batteristi rock e metal. Da Lars Ulrich a Mike Portnoy, da Dave Lombardo ad Alex Van Halen, fino a Dave Grohl, che lo ha citato tra le sue grandi influenze, tutti hanno trovato in Paice un capostipite: il batterista capace di unire tecnica e impatto, precisione e istinto, virtuosismo e funzione dentro la canzone. Il confronto inevitabile è quello con John Bonham. Stabilire chi fosse “migliore” sarebbe inutile, oltre che un po’ ridicolo. Bonham è il suono enorme, il colpo definitivo, la massa che trasforma un groove in un monumento. Paice è più nervoso, più elastico, più ricco di incastri. Bonham scolpisce; Paice conversa. Il primo ha dato alla batteria rock una mitologia fisica e timbrica; il secondo una grammatica tecnica, brillante, quasi progressiva. Due strade diverse, entrambe decisive.
Cinque brani per capirlo
“The Mule” Nella versione di Made in Japan, l’assolo di batteria diventa una piccola narrazione. Non è solo una prova di resistenza: Paice lavora sui colori, sulle dinamiche, sulle accelerazioni, mostrando controllo e fantasia.
“Burn” Uno dei suoi vertici assoluti. Il groove è teso, nervoso, pieno di micro-variazioni. Paice spinge il brano con un’energia quasi inesauribile, ma senza perdere pulizia, eleganza e senso della forma.
“You Fool No One” Dal vivo diventa uno spazio perfetto per il suo lato più spettacolare. L’assolo è ampio, teatrale, ma sempre musicale: Paice non interrompe il brano, lo espande.
“Child in Time” Qui la batteria accompagna l’arco emotivo della canzone. Parte controllata, quasi trattenuta, poi cresce insieme alla voce e alle chitarre, fino a diventare parte essenziale della tensione drammatica.
“Lay Down, Stay Down” Un brano utile per cogliere il Paice meno ovvio: groove elastico, accenti intelligenti, rullante vivissimo. Non c’è solo potenza, ma un continuo lavoro di movimento interno.
C’è poi un altro aspetto che negli anni ha reso Ian Paice una figura ancora più speciale: la sua vicinanza concreta alla musica suonata, anche fuori dai grandi palchi. Paice è uno dei musicisti della sua generazione che più spesso ha accettato di suonare con tribute band, formazioni locali, musicisti professionisti o semplici appassionati molto preparati. Non come gesto nostalgico, ma come modo per tenere vivo un repertorio e una passione. Anche questa, in fondo, è grandezza: sapere che la storia del rock non vive solo nei dischi, ma ogni volta che qualcuno la rimette in moto, bacchette in mano.