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AC/DC, tutti gli album dal peggiore al migliore: la nostra classifica

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Author image Gianluigi Riccardo

14 agosto 2026 alle ore 10:47, agg. alle 19:29

Da Power Up a Highway to Hell: la discografia degli AC/DC tra grandi ritorni, classici immortali e una scelta destinata a dividere i fan.

Mettere in classifica gli album degli AC/DC significa affrontare una discografia diversa da quasi tutte quelle delle grandi rock band. Perché se gruppi come Queen, U2 o Linkin Park hanno costruito parte della propria storia sulla trasformazione, gli AC/DC hanno fatto quasi l'opposto: hanno trovato molto presto una formula e hanno trascorso cinquant'anni a dimostrare che non era necessario stravolgerla. Chitarre, riff, ritmo, blues, rock'n'roll e pochissimo spazio per qualsiasi elemento che non fosse funzionale alla canzone.

Questo non significa però che i loro album siano intercambiabili. Dentro una coerenza stilistica quasi ostinata esistono fasi molto diverse, momenti di straordinaria ispirazione, inevitabili flessioni e soprattutto due grandi epoche separate dalla morte di Bon Scott nel 1980.

L'arrivo di Brian Johnson avrebbe potuto chiudere la storia. Back in Black la trasformò invece in qualcosa di ancora più grande, consegnando definitivamente gli AC/DC alla storia.



Dal blues sporco ai riff da stadio: la classifica definitiva degli album degli AC/DC

La storia degli AC/DC è fatta di continuità, ma non di immobilità.

Dalla ferocia degli anni di Bon Scott alla gigantesca consacrazione con Brian Johnson, passando per dischi sottovalutati, fasi più opache e ritorni sorprendenti, ogni album racconta un diverso livello di ispirazione dentro una formula rimasta sempre riconoscibile. Questa classifica prova a distinguere i lavori davvero essenziali da quelli semplicemente solidi, premiando la qualità delle canzoni, il peso storico e il modo in cui ciascun disco è invecchiato.


16. Blow Up Your Video (1988)

Ultimo posto non perché Blow Up Your Video sia un disco disastroso, ma perché è quello che più di ogni altro dà la sensazione di una band in fase di stanchezza creativa. Dopo la durezza di Flick of the Switch e il suono compresso di Fly on the Wall, gli AC/DC cercano di recuperare una produzione più aperta e una scrittura più efficace, richiamando anche Harry Vanda e George Young. Il risultato però resta discontinuo.

Ci sono episodi che funzionano, a partire da Heatseeker, ma l'album nel complesso manca di una vera identità. I riff sono riconoscibili, il suono è quello giusto, Brian Johnson resta credibile, ma tutto sembra procedere per inerzia. È uno dei rari momenti in cui la proverbiale coerenza degli AC/DC rischia di diventare ripetizione.

La sua posizione in fondo alla classifica nasce proprio da qui: non è il disco meno "AC/DC", è forse quello che aggiunge meno alla loro storia. Professionale, solido, ma privo di quella tensione che rende memorabili anche i lavori meno celebrati della band.



15. Rock or Bust (2014)

Rock or Bust è un disco difficile da giudicare senza considerare il contesto. È il primo album degli AC/DC senza Malcolm Young in formazione, e questo da solo rende il progetto emotivamente pesante. La band sceglie però di non cambiare strada: niente svolte, niente operazioni celebrative, soltanto il tentativo di continuare.

Il risultato è un album breve, diretto e sorprendentemente agile. Ci sono buone canzoni, una produzione efficace e quella sensazione di immediatezza che gli AC/DC hanno sempre saputo trasformare in forza. Il problema è che, ascoltato nella sequenza della discografia, Rock or Bust appare più come un atto di resistenza che come un vero rilancio artistico.

Il disco funziona, ma raramente sorprende. I riff sono solidi, Angus resta al centro di tutto, Brian Johnson conserva presenza, ma manca quel colpo capace di spostare davvero l'equilibrio. Per questo resta basso in classifica: non è un passo falso, ma un album che conferma senza rilanciare. Importante per ciò che rappresenta, meno per ciò che aggiunge.




14. Fly on the Wall (1985)

Fly on the Wall è uno di quei dischi che molti fan difendono proprio perché possiede un carattere ruvido e poco accomodante. Dopo il suono secco di Flick of the Switch, gli AC/DC insistono su una direzione dura e senza fronzoli, ma qui la produzione finisce per penalizzare il materiale. La voce di Brian Johnson è spesso schiacciata nel mix, le chitarre risultano compatte ma poco ariose e l'album nel complesso appare più opaco del necessario.

Eppure, sotto quella superficie, ci sono idee valide. Shake Your Foundations e Sink the Pink mostrano una band ancora capace di costruire riff immediati e cori efficaci. Il problema è che il disco raramente riesce a trasformare questa energia in qualcosa di davvero memorabile.

LFly on the Wall è un album sincero, duro, persino sottovalutato in alcuni passaggi, ma resta uno dei lavori meno equilibrati della fase Brian Johnson. Ha carattere, ma non abbastanza canzoni da sostenere fino in fondo quella durezza.



13. Stiff Upper Lip (2000)

Con Stiff Upper Lip gli AC/DC entrano nel nuovo millennio facendo esattamente ciò che ci si aspetta da loro: nessuna rivoluzione, nessun tentativo di inseguire mode, nessuna ansia di aggiornamento. Il disco riparte dal blues, dai riff secchi e da una produzione essenziale che restituisce alla band un suono più naturale rispetto ad alcuni lavori precedenti.

Il problema è che questa purezza stilistica non coincide sempre con una grande ispirazione. La title track funziona benissimo, così come alcuni episodi più sporchi e minimali, ma nel complesso l'album tende a restare su un livello medio senza grandi picchi. È un lavoro coerente, forse persino elegante nella sua semplicità, ma non possiede la forza di Ballbreaker né il senso di rinascita che arriverà più avanti con Black Ice.

Un disco onesto, fedele alla grammatica AC/DC e spesso piacevole, ma raramente decisivo. Dimostra che la formula funziona ancora; non dimostra però che abbia ancora qualcosa di nuovo da dire.


12. Ballbreaker (1995)

Ballbreaker segna un ritorno importante perché rimette al centro Phil Rudd, assente dagli album precedenti, e con lui recupera quella pulsazione semplice e quasi ipnotica che è sempre stata una delle armi segrete degli AC/DC. La produzione di Rick Rubin punta sulla sottrazione: meno patina, più spazio ai riff, più respiro tra gli strumenti.

Il risultato è un album duro, asciutto, molto fisico. Hard as a Rock ne rappresenta perfettamente l'identità: un brano costruito su pochi elementi, ma con un'efficacia enorme. Il disco non cerca il singolo monumentale né la grande apertura melodica. Preferisce lavorare sulla compattezza e sul groove.

Proprio questa scelta, però, ne limita anche l'impatto. Ballbreaker è molto coerente, forse più di Stiff Upper Lip, ma non ha abbastanza momenti davvero memorabili per salire ulteriormente. È uno di quei lavori che i fan apprezzano più del pubblico generalista, perché premia l'essenza della band invece dell'immediatezza.



11. Power Up (2020)

Mettere Power Up sopra diversi album della fase matura degli AC/DC è una scelta che può sorprendere, ma è meno azzardata di quanto sembri. Pubblicato quando la band avrebbe avuto tutte le ragioni per limitarsi a celebrare il proprio passato, il disco riesce invece a suonare compatto, energico e soprattutto necessario.

Il legame con Malcolm Young gli dà inevitabilmente un peso particolare. Angus recupera idee e materiale sviluppati insieme al fratello negli anni precedenti, trasformando l'album in una sorta di prosecuzione naturale della loro scrittura condivisa. Ma Power Up funziona anche indipendentemente da questa componente emotiva. Shot in the Dark è uno dei singoli migliori della fase tarda, e l'intero disco possiede una qualità media sorprendentemente alta.

Naturalmente non inventa nulla. Gli AC/DC del 2020 non hanno bisogno di reinventarsi e non fingono di volerlo fare. La forza del disco è proprio questa consapevolezza: prende la formula classica e la esegue con convinzione, senza suonare stanca.


10. Flick of the Switch (1983)

Flick of the Switch è uno dei dischi più secchi e meno accomodanti della fase Brian Johnson. Dopo la produzione monumentale di Back in Black e For Those About to Rock, gli AC/DC scelgono di togliere praticamente tutto ciò che potrebbe sembrare superfluo. Il risultato è un album ruvido, diretto e quasi ostinatamente privo di concessioni.

Questa scelta lo rende affascinante per una parte della fanbase, che lo considera uno dei lavori più sottovalutati della band. I riff sono duri, la produzione volutamente spartana, e Brian Johnson canta con un'aggressività che in seguito sarebbe diventata più controllata. Il problema è che la compattezza del suono non è sempre accompagnata da una scrittura altrettanto memorabile.

Flick of the Switch ha carattere, e proprio questo lo porta sopra diversi lavori successivi. Ma manca di quelle canzoni capaci di trascendere il disco e diventare parte della memoria collettiva degli AC/DC.

Troppo personale per stare in fondo, troppo irregolare per entrare nella fascia davvero alta.


9. Black Ice (2008)

Black Ice è il grande ritorno degli AC/DC dopo otto anni di silenzio discografico, e soprattutto è uno dei pochi album della loro fase tarda capace di restituire la sensazione di una band ancora pienamente centrale nel rock mondiale.

La produzione di Brendan O'Brien restituisce potenza alle chitarre senza trasformarle in qualcosa che non sono. Rock 'n' Roll Train diventa subito il manifesto del disco: riff semplice, dinamica perfetta, coro costruito per gli stadi. Ma l'album non vive soltanto di quel singolo. È lungo, forse troppo, ma contiene una quantità di materiale solido superiore a molti lavori precedenti.

Il limite principale è proprio la durata: una selezione più severa avrebbe probabilmente prodotto un disco ancora più forte. Ma Black Ice ha energia, suono e soprattutto un senso di evento che mancava da tempo.

Non è un ritorno nostalgico e non è soltanto un buon album tardivo: è il momento in cui gli AC/DC dimostrano di poter tornare al centro del rock senza cambiare una virgola del proprio linguaggio.


8. The Razors Edge (1990)

The Razors Edge è il disco che riporta gli AC/DC nella fascia più alta del rock internazionale dopo una seconda metà degli anni Ottanta meno brillante. Il merito principale è avere almeno un brano capace di diventare immediatamente parte della mitologia della band: Thunderstruck.

Quell'introduzione di Angus Young è sufficiente a definire l'album, ma sarebbe riduttivo fermarsi lì. Il disco possiede una produzione più brillante rispetto ai lavori precedenti e restituisce a Brian Johnson una presenza vocale più efficace. Moneytalks aggiunge un altro grande singolo e dimostra che la band può ancora scrivere canzoni capaci di imporsi fuori dal proprio pubblico più fedele.

Non tutto il materiale mantiene quel livello. È proprio questa distanza tra i picchi e il resto a impedire a The Razors Edge di salire ulteriormente.

L'ottavo posto premia però il suo peso storico. È un album che segna una vera ripartenza e contiene uno dei riff più famosi mai scritti dagli AC/DC. Non è compatto quanto i grandi classici, ma rappresenta uno dei momenti più forti della seconda era Brian Johnson.



7. For Those About to Rock We Salute You (1981)

Essere il disco successivo a Back in Black era probabilmente il compito più difficile possibile. For Those About to Rock We Salute You non cerca di superare quel monumento: prova invece a consolidarne la potenza, spingendo ulteriormente sulla dimensione da arena rock.

La title track è una delle più grandi dichiarazioni d'intenti della storia della band. Lenta, solenne, costruita per crescere fino all'esplosione finale, diventa immediatamente uno dei momenti fondamentali dei concerti. Il resto del disco mantiene un suono gigantesco, ma non sempre possiede la stessa concentrazione di idee del predecessore.

È proprio questo il motivo per cui il settimo posto appare corretto. For Those About to Rock è un album importante, potente e perfettamente rappresentativo dell'era Brian Johnson, ma vive inevitabilmente nell'ombra di ciò che era appena successo.

Resta però l'ultimo disco della prima grande esplosione post-Bon Scott, il momento in cui gli AC/DC dimostrano che Back in Black non era stato soltanto una reazione emotiva straordinaria, ma l'inizio di una nuova fase.



6. High Voltage (1976)

High Voltage, nella versione internazionale, è il disco che presenta davvero gli AC/DC al resto del mondo. Dentro c'è già quasi tutto: il blues trasformato in elettricità, la chitarra ritmica implacabile di Malcolm, Angus come elemento esplosivo e Bon Scott nel ruolo perfetto di narratore ironico, sporco e pericoloso.

È ancora un album di una band in crescita, ma la personalità è già impressionante. Brani come It's a Long Way to the Top (If You Wanna Rock 'n' Roll) e T.N.T. non sono semplicemente classici: definiscono un atteggiamento. Gli AC/DC non cercano virtuosismo, non cercano raffinatezza, non cercano approvazione. Cercano impatto.

Rispetto ai dischi immediatamente successivi manca ancora quella compattezza assoluta che arriverà con Powerage e Highway to Hell. Ma l'importanza storica e la qualità delle canzoni lo portano inevitabilmente vicino alla Top 5.

Sesto posto quindi non come premio alla nostalgia, ma perché High Voltage contiene già il DNA completo della band. Tutto ciò che verrà dopo sarà un perfezionamento di questa intuizione iniziale.


5. Dirty Deeds Done Dirt Cheap (1976)

Dirty Deeds Done Dirt Cheap è il disco in cui gli AC/DC diventano più sporchi, ironici e pericolosi. Se High Voltage aveva definito la formula, qui quella formula acquista personalità e soprattutto una voce narrativa precisa: quella di Bon Scott.

La title track è un manifesto perfetto, costruito su minacce, humour nero e un riff elementare che diventa immediatamente memorabile. Ma il vero valore del disco sta nella capacità di alternare aggressività e blues senza perdere identità. Bon non canta semplicemente le canzoni: interpreta personaggi, situazioni, fallimenti e desideri con un sarcasmo che nessun altro frontman avrebbe potuto replicare allo stesso modo.

Da qui in poi entriamo nella fase in cui gli AC/DC non stanno più semplicemente costruendo il proprio linguaggio: iniziano a dominarlo.

Dirty Deeds è ancora ruvido e non sempre perfetto, ma possiede una vitalità straordinaria. È il disco che trasforma una giovane hard rock band australiana in qualcosa di più riconoscibile e molto più difficile da imitare.


4. Let There Be Rock (1977)

Con Let There Be Rock gli AC/DC smettono definitivamente di sembrare una band promettente e diventano una macchina da rock'n'roll. Il disco è più pesante, più veloce e soprattutto più convinto di qualunque cosa avessero registrato fino a quel momento.

La title track è una dichiarazione programmatica, quasi religiosa nella sua celebrazione del rock. Whole Lotta Rosie porta la fisicità della band a un livello nuovo e diventerà uno dei punti fermi del repertorio live. Le chitarre di Angus e Malcolm sembrano finalmente muoversi come un'unica entità, mentre Bon Scott trova il perfetto equilibrio tra humour e aggressività.

Let There Be Rock resta il disco della consacrazione artistica. È il momento in cui gli AC/DC capiscono definitivamente chi sono e decidono che non c'è alcun motivo per diventare qualcos'altro.



3. Powerage (1978)

Mettere Powerage al terzo posto è probabilmente una delle scelte più "da fan" dell'intera classifica. Non è l'album con i singoli più famosi, non è quello con le vendite più impressionanti e non contiene il brano che il pubblico generalista associa immediatamente agli AC/DC. Eppure è uno dei lavori più completi della loro carriera.

Qui il blues diventa più scuro, i riff più pesanti e Bon Scott raggiunge forse il suo momento migliore come autore di testi. Down Payment Blues, Sin City e Riff Raff mostrano una band meno interessata all'immediatezza e più concentrata sul groove, sull'atmosfera e sulla costruzione delle canzoni.

È anche il disco in cui l'ingresso di Cliff Williams completa definitivamente la formazione classica. L'intesa ritmica diventa ancora più solida e permette alle chitarre di respirare.

Powerage non ha la perfezione commerciale di Highway to Hell, ma possiede una profondità che molti album degli AC/DC non hanno. È il disco che cresce di più con gli ascolti e quello che spesso finisce per diventare il preferito di chi conosce davvero tutta la discografia.


2. Back in Black (1980)

Se questa fosse una classifica basata sull'importanza storica, Back in Black sarebbe al primo posto senza discussioni. È il disco che avrebbe potuto non esistere e che invece trasforma una tragedia nella più gigantesca ripartenza della storia degli AC/DC.

La morte di Bon Scott sembrava aver chiuso tutto. L'arrivo di Brian Johnson cambia inevitabilmente il volto della band, ma non ne altera il linguaggio fondamentale. Anzi, con la produzione di Robert John "Mutt" Lange, gli AC/DC portano quel linguaggio a una precisione quasi assoluta.

Hells Bells, You Shook Me All Night Long, Shoot to Thrill, Back in Black: la concentrazione di classici è impressionante. Ogni riff è essenziale, ogni arrangiamento sembra progettato per eliminare qualsiasi elemento superfluo.

Back in Black è il disco perfetto degli AC/DC, ma quella perfezione porta con sé anche una maggiore disciplina. La band diventa più grande, più universale, più monumentale.

Il primo posto va invece al disco immediatamente precedente, quello in cui tutta questa qualità era già presente ma conservava ancora l'imprevedibilità e il pericolo dell'era Bon Scott.



1. Highway to Hell (1979)

Highway to Hell è il miglior disco degli AC/DC perché rappresenta il punto esatto in cui tutte le componenti della band raggiungono la maturità senza perdere nemmeno un grammo di pericolo.

 "Mutt" Lange rende la produzione più precisa e accessibile, ma non addomestica la band. Angus e Malcolm suonano con una compattezza straordinaria, la sezione ritmica è essenziale e Bon Scott raggiunge il vertice della propria personalità artistica. È ironico, sporco, arrogante, malinconico quando serve e soprattutto completamente credibile.

La title track è uno dei riff più riconoscibili della storia del rock, ma il disco non vive soltanto di quel brano. Touch Too Much, Shot Down in Flames, Girls Got Rhythm e If You Want Blood (You've Got It) mostrano una qualità media quasi senza cedimenti.

Poi c'è inevitabilmente ciò che accadrà pochi mesi dopo. La morte di Bon Scott trasforma Highway to Hell nell'ultimo capitolo di una storia che sembrava appena arrivata al proprio apice.

Back in Black renderà gli AC/DC immortali. Highway to Hell fotografa però la band nel momento in cui sembra più affamata, più libera e più viva.



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