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10 album per raccontare l’alternative nordamericano degli anni ’90

10 album per raccontare l’alternative nordamericano degli anni ’90
Gianluigi RiccardoGianluigi Riccardo
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Dal grunge al lo-fi, dal post-hardcore al power pop: dieci dischi che mostrano quanto fosse ampia la scena nordamericana degli anni Novanta

Quando si parla di rock alternativo nordamericano degli anni Novanta, il racconto finisce spesso per passare dai nomi più grandi: Nirvana, Pearl Jam, Soundgarden, Smashing Pumpkins.

E poi Fugazi, Pavement, Sonic Youth, Dinosaur Jr., band fondamentali, ciascuna a modo suo. Ma una scena così ampia non può stare tutta in una manciata di nomi: accanto ai dischi diventati classici c’erano centinaia di album che portavano il rock in direzioni diverse, dal lo-fi al power pop, dal post-hardcore al grunge più pesante.

Alcuni arrivarono sulle major, altri rimasero legati a etichette indipendenti, radio universitarie e circuiti locali. Molti ottennero singoli di successo o un seguito fedele: non erano artisti sconosciuti. Eppure, non sempre la loro importanza è stata riconosciuta quanto quella dei protagonisti più celebrati. Quella che segue non è una classifica e non pretende di stabilire un canone alternativo: è un percorso tra dieci album che, con linguaggi diversi, hanno contribuito a definire il suono di quel decennio. 

Dieci album 'altri' dell'alternative americano anni '90

Afghan Whigs — Gentlemen (1993)

Prima di Gentlemen, gli Afghan Whigs avevano già costruito una reputazione con i dischi per Sub Pop, ma l’incontro con Elektra portò il gruppo di Cincinnati su un palcoscenico più grande.

Uscito nel 1993 e registrato agli Ardent Studios di Memphis, il quarto album della band seguiva una strada personale proprio mentre il grunge diventava il riferimento più immediato per il rock alternativo.

Greg Dulli trasformò tensioni sentimentali e autodistruttività in canzoni dalla forma drammatica, con una voce che alternava confessione e sfida. Il disco non cerca un narratore innocente: desiderio, gelosia, dipendenza e controllo convivono in un racconto volutamente scomodo. Brani come “Debonair” e “Be Sweet” hanno l’energia delle chitarre alternative, mentre la rilettura di “I Keep Coming Back” di Tyrone Davis esplicita il legame con soul e R&B, decisivo nell’identità del gruppo.

Gentlemen non fu un successo commerciale paragonabile ai grandi album dell’epoca, ma la sua reputazione è cresciuta nel tempo. È il disco che dimostra come l’alternative potesse essere ruvido e chitarristico senza rinunciare a sensualità, arrangiamenti pieni e una narrazione quasi cinematografica. 


Sebadoh — Bakesale (1994)

Con Bakesale, i Sebadoh portarono il loro indie lo-fi in una forma più compatta e immediata, senza cancellarne le imperfezioni. Lou Barlow e Jason Loewenstein restano i due diversi centri di gravità del disco: il primo tende alla confessione e alla fragilità, il secondo imprime ai brani una tensione più nervosa.

La formazione comprendeva il nuovo batterista Bob Fay, arrivato dopo l’uscita di Eric Gaffney, la cui presenza aveva contribuito al carattere più imprevedibile dei lavori precedenti. Registrato in uno studio professionale, Bakesale è più nitido dei dischi casalinghi che avevano alimentato la reputazione della band, ma non cerca la levigatezza da major.

“Skull”, “Rebound” e “Not Too Amused” mostrano quanto il gruppo sapesse costruire melodie memorabili anche dentro arrangiamenti essenziali; “Together or Alone” lascia invece spazio a un tono più vulnerabile. L’album ebbe un ruolo importante nel rendere il lo-fi accessibile senza trasformarlo in una posa: al centro restano le canzoni, le differenze tra i due autori e il senso che qualcosa possa incrinarsi da un momento all’altro. Bakesale è tra i dischi più apprezzati dei Sebadoh e rappresenta bene il passaggio di un’intera scena dal rumore delle cassette alla scrittura indie più diretta. 


Guided by Voices — Bee Thousand (1994)

Nel 1994, mentre molte band registravano con budget e studi sempre più ambiziosi, Robert Pollard e i Guided by Voices trasformarono i limiti del quattro piste in un tratto distintivo.

Bee Thousand fu pubblicato inizialmente dall’etichetta indipendente Scat Records e raccolse venti brani brevi, spesso simili a frammenti di canzoni intercettati da un’altra stanza: chitarre sgranate, voci che sembrano emergere dal nastro, melodie pop che durano il tempo necessario per lasciare il segno.

Pollard insegnava in una scuola in Ohio e lavorava da anni a questo universo musicale lontano dai circuiti dell’industria. Ma la registrazione lo-fi non era un espediente per mascherare l’assenza di scrittura: sotto la ruvidità si sentivano l’amore per i Beatles, per il rock classico e per i ritornelli capaci di sopravvivere a una produzione domestica. “I Am a Scientist” è il brano che più facilmente apre la porta al disco; attorno, pezzi come “Echos Myron” mostrano quanto il gruppo sapesse condensare idee in pochi minuti.

L’album attirò l’attenzione della scena indie e fece crescere l’interesse delle etichette, portando i Guided by Voices verso una platea più ampia. Il suo impatto sta anche nell’aver dimostrato che l’indipendenza poteva diventare un’estetica compiuta, non una tappa provvisoria verso il suono professionale. 


Sloan — Twice Removed (1994)

Gli Sloan arrivavano da Halifax, in Canada, e avevano debuttato con Smeared, un album segnato da chitarre più rumorose e vicine allo shoegaze.

Con Twice Removed cambiarono prospettiva: le melodie si fecero più limpide, gli arrangiamenti lasciarono spazio alle armonie vocali e le influenze power pop emersero con maggiore chiarezza. Il disco uscì nel 1994 per Geffen, dopo essere stato registrato a New York con il produttore Jim Rondinelli.

La scelta spiazzò una parte dell’industria, in un momento in cui il grunge dominava le aspettative delle major. L’etichetta non seppe come promuovere un album più pop e melodico di quanto si aspettasse, e il suo percorso commerciale negli Stati Uniti si fermò presto. Dentro, però, c’erano canzoni capaci di tenere insieme immediatezza e malinconia: “Coax Me” e “Penpals” sono due ottimi ingressi in un disco che cambia spesso voce e prospettiva, anche perché tutti e quattro i membri contribuiscono alla scrittura e al canto.

Per anni Twice Removed è stato ricordato come un album arrivato nel momento sbagliato; in seguito è diventato un punto di riferimento della musica canadese e uno dei titoli più celebrati della band. Nella mappa nordamericana degli anni Novanta, racconta una scena che non si esauriva nell’asse Seattle–California e che poteva rispondere al grunge con chitarre pulite, armonie e canzoni pop di grande finezza. 


Marcy Playground — Marcy Playground (1997)

Il nome Marcy Playground è rimasto legato soprattutto a “Sex and Candy”, il singolo che nel 1997 portò la band di John Wozniak in cima alle classifiche alternative statunitensi per quindici settimane.

Il debutto omonimo, pubblicato nello stesso anno, ebbe una storia più ampia di quella di una sola canzone: l’album arrivò al disco di platino e conteneva anche “Saint Joe on the School Bus”, un altro brano capace di raggiungere la radio. Il gruppo nacque a New York, ma Wozniak e il bassista Dylan Keefe venivano da Minneapolis; l’incontro tra il songwriting del frontman e una formazione essenziale contribuì a un suono raccolto, melodico e meno muscolare rispetto a molte produzioni alternative del periodo. In un’intervista, Wozniak ha raccontato che il debutto fu registrato e mixato in meno di due settimane. Questo aiuta a capire la sua immediatezza, ma non basta a descriverlo: accanto al singolo più famoso ci sono canzoni come “Sherry Fraser” e “Poppies”, che fanno emergere un immaginario più obliquo e una scrittura ricca di dettagli. La popolarità del disco fu reale, non marginale; eppure la memoria collettiva spesso lo riduce a un’unica hit. Riascoltarlo per intero significa recuperare una delle forme più quiete, eccentriche e radiofoniche dell’alternative americano di fine decennio. 


Throwing Muses — The Real Ramona (1991)

Nel 1991, The Real Ramona portò i Throwing Muses verso una forma più accessibile senza sciogliere le irregolarità che avevano reso riconoscibile il gruppo. Kristin Hersh e Tanya Donelly erano entrambe cantautrici, ma con inclinazioni diverse: la prima poteva rendere una melodia inquieta e spezzata, la seconda tendeva a un pop più luminoso.

Il disco trova un equilibrio tra queste due scritture. “Not Too Soon” e “Honeychain”, firmate da Donelly, hanno una leggerezza che anticipa in parte il percorso che avrebbe intrapreso con i Belly; “Counting Backwards” e “Ellen West” conservano invece l’intensità e le curve meno prevedibili di Hersh. Pubblicato da 4AD, The Real Ramona fu l’ultimo album dei Muses registrato con Donelly, che lasciò la band poco dopo. Non è un passaggio da una versione “difficile” del gruppo a una versione pop addomesticata: le canzoni restano spigolose, ma trovano forme più immediate e ritornelli che non cancellano le tensioni.

Uscì in un anno affollato di album destinati a diventare simboli del decennio, e proprio per questo è facile lasciarlo sullo sfondo quando si ricordano i dischi del 1991. Recuperarlo permette di ascoltare una band influente nel momento in cui le sue due voci creative si incontrano nel punto di maggiore equilibrio. 


Shudder to Think — Pony Express Record (1994)

Prima di arrivare a Pony Express Record, gli Shudder to Think erano cresciuti nell’ambiente punk e hardcore di Washington, pubblicando dischi per etichette indipendenti legate alla scena locale. Il quinto album, uscito nel 1994 per Epic, fu il loro debutto su una major, ma non rappresentò una svolta verso formule più facili.

Il gruppo portò con sé l’urgenza delle origini e la trasformò in un linguaggio obliquo: chitarre dissonanti, cambi improvvisi, armonie vocali insolite e la voce di Craig Wedren, capace di passare da un falsetto quasi teatrale a un timbro ruvido. “X-French Tee Shirt” divenne il brano più riconoscibile, ma la personalità del disco sta anche negli episodi meno lineari, dove la forma della canzone sembra continuamente sul punto di deragliare.

L’album mostrò quanto potesse essere ampia la transizione di una band underground verso una major senza abbandonare la propria identità. Non ebbe un impatto commerciale paragonabile ai nomi alternative più celebri, ma nel tempo è stato riconosciuto come una delle opere più eccentriche nate dalla scena di Washington. La sua presenza accanto a Jawbox e Drive Like Jehu serve anche a ricordare che il post-hardcore degli anni Novanta non era un suono uniforme: poteva essere fisico, melodico, sperimentale o tutte queste cose insieme. 


Drive Like Jehu — Yank Crime (1994)

Con Yank Crime, i Drive Like Jehu portarono il post-hardcore di San Diego verso una tensione che non cercava scorciatoie. Il secondo e ultimo album della band, pubblicato nel 1994, è costruito attorno al dialogo tra le chitarre di John Reis e Rick Froberg: non procedono sempre insieme, si inseguono, si scontrano, si aprono a deviazioni che sembrano voler mettere alla prova la tenuta stessa del brano. La sezione ritmica tiene il passo senza trasformare quelle composizioni in un esercizio di tecnica; al contrario, le accelerazioni e le pause alimentano un’urgenza che resta emotiva.

“Here Come the Rome Plows” è uno degli ingressi più immediati, mentre “Luau” porta il disco in una dimensione più lunga e ipnotica. All’uscita Yank Crime rimase lontano dal successo di massa, ma diventò un riferimento per chi cercava un’alternativa alle forme più compatte del punk e dell’indie rock.

Le sue strutture, le dissonanze e il modo di far convivere caos e controllo hanno continuato a circolare nella musica post-hardcore e nelle successive genealogie dell’emo. È uno di quei dischi che, più che aprire una strada verso il mercato, hanno insegnato ad altre band che si poteva allargare la forma senza perdere intensità. 


Jawbox — For Your Own Special Sweetheart (1994)

For Your Own Special Sweetheart è il disco con cui i Jawbox passarono da Dischord ad Atlantic, senza lasciare alle spalle la scena hardcore di Washington.

La band impiegò sei settimane per registrarlo, più del tempo dedicato ai due album precedenti, e lavorò con il produttore Ted Niceley. Il risultato non suona come una versione addolcita del gruppo: la precisione ritmica, le chitarre taglienti e l’energia del punk restano centrali, ma le canzoni si aprono a strutture più elaborate e a melodie che resistono anche dopo l’esplosione iniziale.

“Savory” è diventata la traccia più celebre del disco, mentre “Cooling Card” e “Motorist” mostrano quanto i Jawbox sapessero passare da un riff serrato a un ritornello obliquo senza perdere tensione. Il salto verso una major accese discussioni tra chi temeva che il gruppo stesse abbandonando la propria comunità, ma il disco dimostrò che le risorse di una grande etichetta potevano essere usate per amplificare, non cancellare, un linguaggio nato nell’underground. Non arrivò alla popolarità dei grandi album alternative dell’epoca; è diventato però uno dei titoli più rispettati del post-hardcore americano.

La sua presenza in questa selezione racconta una via diversa da quella dei Fugazi: la stessa origine geografica e culturale, ma una scrittura più rivolta alla forma della canzone. 


Tad — Inhaler (1993)

Tra i gruppi di Seattle, i Tad furono tra quelli che spinsero più in là il peso del grunge. Inhaler, uscito nel 1993, portò la band di Tad Doyle su una major e affidò la produzione a J Mascis dei Dinosaur Jr. Il suono è fitto, metallico e costruito su riff che non cercano di diventare leggeri per arrivare alla radio; la voce di Doyle ha una ruvidità che aggiunge al disco un carattere fisico, quasi abrasivo.

Brani come “Grease Box” e “Luminol” mostrano il contrasto tra la massa delle chitarre e una scrittura più concentrata rispetto ai lavori precedenti. La scelta di Mascis diede all’album una maggiore definizione senza togliere alla band il suo lato più brutale. Nonostante l’appoggio di una major e l’apertura dei concerti dei Soundgarden, Inhaler non trasformò i Tad in una band di massa. È proprio questo il punto: la scena di Seattle non era fatta solo di melodie scure e di chitarre distorte, ma anche di gruppi che portavano il rock verso il metal, l’hardcore e il rumore. Oggi Inhaler permette di ascoltare quel versante senza il filtro delle classifiche, come un album che rende evidente quanto fosse ampia la distanza tra le diverse band raccolte sotto l’etichetta “grunge”.