Zack de la Rocha: rock, militanza e coerenza radicale
10 gennaio 2026 alle ore 20:03, agg. alle 10:54
Rabbia, politica e coerenza assoluta: Zack de la Rocha, dai Rage Against the Machine alle tracce lasciate fuori dalla band, sempre come atto di militanza.
Zack de la Rocha è una delle figure più coerenti del rock contemporaneo. Nato il 12 dicembre 1970, ha trasformato la musica in uno strumento di denuncia politica, fondendo rabbia sociale, conflitto culturale e linguaggio rock senza compromessi.
Con i Rage Against the Machine ha ridefinito il crossover degli anni ’90, salvo poi lasciare la band all’apice della popolarità per coerenza con il proprio impegno. Un percorso che prosegue anche fuori dai Rage, tra collaborazioni radicali e il progetto One Day as a Lion.
Arte e Militanza
Zack de la Rocha resta una delle figure più autentiche e coerenti della storia del rock contemporaneo. Autentico non tanto per un’idea astratta di “integrità”, quanto per un allineamento rarissimo tra intenti, linguaggio e conseguenze. La rabbia che attraversa la musica dei Rage Against the Machine non è mai una scelta estetica o un marchio sonoro: è la diretta emanazione di un’urgenza politica, culturale e sociale reale, vissuta e praticata. Questa stessa schiettezza, questa fiducia radicale nella musica come mezzo di denuncia, porterà de la Rocha a compiere una delle scelte più drastiche e coerenti della sua carriera. All’apice del successo dei Rage Against the Machine, intorno al 2000, quando la band è una delle realtà rock più potenti e influenti del pianeta, Zack decide di fare un passo indietro. La consapevolezza è amara: il successo commerciale e mediatico del gruppo non sta producendo una reale crescita di sensibilità sui temi politici, sociali e culturali che la band porta avanti. La macchina del consenso non coincide con un cambiamento tangibile. Per coerenza, per onestà intellettuale, de la Rocha sceglie di lasciare, voltando le spalle a una vita da rockstar pur di non tradire il senso profondo del proprio impegno. Cresciuto a Los Angeles in un contesto segnato dall’attivismo chicano (un movimento socio-culturale di messicano-americani negli USA che rivendica orgogliosamente identità, cultura e diritti civili) e da una forte esposizione all’arte e alla militanza – il padre era un artista visivo impegnato – de la Rocha sviluppa fin da giovanissimo un rapporto con la musica come strumento di denuncia prima ancora che di espressione personale. Quando i Rage esplodono all’inizio degli anni ’90, il loro suono viene letto come una sintesi innovativa di rock alternativo, metal, funk e rap. In realtà, quella miscela non nasce per contaminazione strategica, ma per necessità espressiva: il linguaggio doveva essere all’altezza del messaggio. Il rap di de la Rocha è rabbioso, sincopato, urlato, attraversato da slang crudo e da modulazioni ferine che oscillano tra spoken-word e vere e proprie esplosioni gutturali. La voce diventa un’arma ritmica e politica, incastrata nei riff furibondi e nei groove funk costruiti insieme a Tom Morello, alleato ideologico e intellettuale oltre che eccezionale partner musicale. A differenza di altre esperienze rap-rock precedenti, qui non c’è ironia, né ammiccamento: le radici affondano nel punk e nell’hardcore più radicali, così come nell’hip-hop militante di protesta, non nel crossover da classifica. Ed è proprio questa autenticità, questa ferocia priva di compromessi, ad aver reso i Rage Against the Machine una band capace di spingersi oltre i cliché del metal e del rock alternativo, trasformando la musica in uno strumento di conflitto.
Fuori dai RATM
Se la discografia dei Rage Against the Machine non ha bisogno di presentazioni né di ulteriori analisi, perché parliamo di alcuni degli album più rilevanti della storia del rock, l’attività extra-RATM di Zack de la Rocha racconta molto bene il suo rapporto irrisolto con l’idea stessa di carriera. Dopo lo scioglimento del 2000, mentre Tom Morello, Tim Commerford e Brad Wilk danno vita agli Audioslave, Zack sceglie una direzione opposta: apparizioni sporadiche, collaborazioni selettive, nessuna volontà di costruire un percorso solista continuativo o riconoscibile. Le sue incursioni fuori dai Rage rispondono quasi sempre a urgenze politiche e culturali più che a logiche discografiche. Lo si ritrova accanto a DJ Shadow, a Saul Williams, ai Run the Jewels, sempre come elemento di frizione e intensità, mai come presenza ornamentale. Ogni intervento è misurato, essenziale, spesso feroce: la sua voce entra solo quando è necessaria, e quando entra lascia un segno netto. In questo quadro, il progetto più compiuto resta One Day as a Lion, duo con Jon Theodore, già batterista dei The Mars Volta. Colpisce come, rispetto all’eclettismo estremo della sua band d’origine, One Day as a Lion scelga invece una direzione più diretta e concentrata: un impianto ridotto, spesso basato su batteria, tastiere distorte, campioni e voce, ma con una tensione profondamente rock. Un progetto che recupera molti degli stilemi dei Rage Against the Machine, al punto da sembrare una loro naturale diramazione, più che una reale deviazione. Resta infine il capitolo del disco solista mai pubblicato, su cui hanno lavorato anche Trent Reznor e lo stesso DJ Shadow. Comprendere le ragioni di questa incompiutezza non elimina però una sensazione condivisa: quella di una voce che, nel panorama rock contemporaneo, continua a farsi sentire proprio attraverso la sua assenza. Perché de la Rocha non è stato soltanto un interprete carismatico, ma un elemento di tensione capace di ridefinire il peso politico ed emotivo di una band. E in un contesto rock, con una sezione ritmica che spinge e una chitarra elettrica pronta a dare corpo, suono e forza al suo messaggio, quella voce, quella tensione, restano qualcosa che oggi si avverte, quasi con nostalgia, come una storia irrisolta.