Yes – “Owner of a Lonely Heart”: pop, prog e incidenti di percorso
21 gennaio 2026 alle ore 12:25, agg. alle 15:44
Hit globale, svolta sonora e una lunga serie di coincidenze. “Owner of a Lonely Heart” racconta gli Yes degli anni ’80 tra innovazione, chitarre e ironia.
“Owner of a Lonely Heart” è il brano che meglio racconta l’evoluzione degli Yes: dal prog monumentale degli anni ’70 a un linguaggio più diretto, moderno e perfettamente inserito negli anni Ottanta, tra radio, MTV e nuove tecnologie.
Al centro c’è Trevor Rabin, tra innovazione chitarristica e dettagli da nerd, ma anche aneddoti irresistibili: un riff scritto sul water, un testo nato da un cuore infranto e un numero uno festeggiato… in ospedale.
Punto di svolta
“Owner Of A Lonely Heart” degli Yes merita un approfondimento per almeno due ragioni decisive. La prima è evidente: si tratta di uno dei brani più riconoscibili del rock, una hit trasversale, immediata, radiofonica, capace di attraversare i decenni senza perdere forza. La seconda è meno scontata ed è forse la più interessante: quella stessa immediatezza convive con un livello di attenzione tecnica, tecnologica e produttiva fuori scala per un singolo da classifica. Sperimentazione sonora, esecuzioni chirurgiche, soluzioni timbriche innovative e una produzione estremamente curata vengono finalizzate in un prodotto accessibile, diretto, popolare. Un raro esempio di virtuosismo non esibito, ma messo interamente al servizio della forma-canzone. Che tutto questo accada all’interno dell’universo degli Yes non sorprende. Parliamo di una delle band cardine del progressive rock, un genere che più di altri ha fatto della contaminazione stilistica, della complessità compositiva e dell’elaborazione formale il proprio tratto distintivo. Non a caso, nel prog si parla spesso di suite più che di canzoni, e nomi come Rush, Genesis o Jethro Tull hanno costruito il loro linguaggio su strutture ampie, stratificate, spesso lontane dalle logiche radiofoniche tradizionali. “Owner Of A Lonely Heart”, però, rappresenta anche un punto di svolta. All’inizio degli anni Ottanta molte band storiche affrontano una trasformazione necessaria, quasi fisiologica. Succede a Peter Gabriel nel suo percorso solista, succede a Phil Collins, succede agli stessi Genesis. Con 90125, gli Yes traghettano il loro progressive verso un linguaggio più compatto e pop, aperto alle suggestioni della new wave e del synth pop, adottando una scrittura più diretta e una produzione pienamente figlia del nuovo decennio. Il risultato è un brano perfettamente spendibile nel grande contenitore della fruizione musicale degli anni Ottanta, MTV: funziona alla radio, esplode con un videoclip memorabile e riesce a parlare anche alle nuove generazioni cresciute nel post-punk e nel rock tecnologico. Una metamorfosi riuscita, senza rinnegare il passato. A rafforzarla contribuisce proprio il video, diretto da Storm Thorgerson, storico autore dell’immaginario dei Pink Floyd, con richiami visivi evidenti alla copertina di WISH YOU WERE HERE.
La chitarra come un'orchestra
Il vero fulcro creativo di “Owner Of A Lonely Heart” è però Trevor Rabin, coautore del brano insieme a Jon Anderson, che interviene sui testi raccogliendo e indirizzando un’intuizione nata altrove. Chitarrista sudafricano approdato negli Yes nei primi anni Ottanta, Rabin porta con sé una visione profondamente moderna: nuovi suoni, un rapporto diverso con la tecnologia e un’idea di chitarra meno legata al vocabolario rock blues tradizionale. Rabin è senza dubbio uno dei chitarristi più brillanti degli anni Ottanta, a metà strada tra il guitar hero classico — tecnico, esuberante, spettacolare — e quella generazione di chitarristi figli della new wave che ridefinisce il ruolo dello strumento. Come Andy Summers, The Edge, Johnny Marr o Phil Manzanera, utilizza effetti, stratificazioni e timbri come elementi linguistici, non decorativi. Lui stesso si è sempre definito un compositore prima che un chitarrista, e questo emerge chiaramente: “Owner Of A Lonely Heart” è costruita come un’orchestrazione, fatta di strati sovrapposti di chitarre, ciascuno con una funzione precisa. Nel brano convivono in modo sorprendentemente naturale le due grandi anime del rock degli anni Ottanta. Da un lato c’è un hard rock potente e compatto, che ammicca apertamente al metal e che si riconosce subito nel riff distorto iniziale e nell’assolo: un territorio sonoro che dialoga con le chitarre di Def Leppard, Van Halen, Journey, Toto o Boston, dove la distorsione è ampia, controllata, spettacolare, pensata per essere protagonista. Ma non si tratta di un suono figlio del vecchio stereotipo rock blues, quello di una chitarra “sparata” dentro un amplificatore a volume estremo. Qui la distorsione è il risultato di effetti, routing complessi, sperimentazione tecnologica: è un suono progettato, moderno, profondamente anni Ottanta. Dall’altro lato emergono invece i suoni puliti e ritmici, i break più ariosi e geometrici, che richiamano chiaramente la new wave e quel modo alternativo di intendere la chitarra reso popolare da Andy Summers e The Edge, ma anche dal lavoro dei King Crimson dell’epoca di Robert Fripp e Adrian Belew. È una chitarra che rinuncia al ruolo solistico tradizionale per diventare texture, ritmo, architettura sonora.
Due anime
Il primo momento in cui questa doppia anima si manifesta in modo evidente è l’assolo. Rabin adotta una soluzione tanto semplice quanto visionaria: divide il segnale della chitarra in due percorsi differenti. Per chi non è musicista, è come ascoltare lo stesso assolo in cuffia, ma con un suono diverso in ciascun orecchio. Da una parte arriva una distorsione piena, ottenuta anche grazie a un Boss DS-1, un distorsore destinato a diventare un riferimento assoluto nel rock degli anni successivi: lo stesso che animerà i riff più incandescenti di Kurt Cobain, dei Metallica e di Steve Vai. Nell’altra, lo stesso segnale viene trattato da un pitch shifter che lo riproduce una quinta più in alto, come se fosse doppiato da una tastiera dal timbro sintetico e futurista. Il secondo momento chiave è il break centrale del brano, quando tutto si ferma e resta quell’arpeggio di chitarra pulita, cristallina, fortemente compressa e immersa nel chorus. È una Stratocaster, lo strumento elettrico per antonomasia, che dialoga apertamente con il suono dei Police di “The Doodoo Doo Doo, The Da Da Da”. Non una citazione, ma una traduzione personale di quel linguaggio, destinata a diventare un vero paradigma per il modo in cui le chitarre pulite verranno registrate negli anni Ottanta. La fusione di questi due mondi genera un suono enorme e modernissimo per l’epoca: una chitarra che smette di sembrare una chitarra e diventa quasi un sintetizzatore impazzito. Ed è fondamentale sottolineare come tutto questo avvenga all’interno della produzione visionaria di Trevor Horn, fatta di campionamenti, interventi elettronici e soluzioni allora avanguardistiche. “Owner Of A Lonely Heart” non è un brano di sola chitarra: la chitarra di Rabin è centrale, dialoga costantemente con i campioni, con le tastiere e con l’architettura sonora costruita da Horn, diventando il punto di equilibrio tra istinto rock e modernità tecnologica.
Le storie dietro la canzone
C’è poi un lato più leggero, tra il tragicomico e il grottesco, che contribuisce a rendere il brano una piccola gemma popolare del rock. A partire dal riff: uno di quei giri di chitarra che entrano subito in testa e non se ne vanno più. Per efficacia e immediatezza, ci si può permettere di accostarlo a monumenti assoluti come “Smoke on the Water” dei Deep Purple o “Cocaine”. di Eric Clapton. Tre riff affini per struttura esecutiva, accomunati da una qualità fondamentale: sono memorabili e accessibili. Come ha spiegato Rabin, "Chiunque strimpelli una chitarra può riuscire a suonarlo facilmente, perchè un grande riff non deve essere per forza difficile". Anzi, spesso è proprio la sua semplicità a renderlo universale. La nascita di questo riff ha contorni volutamente anti-mitologici. Rabin racconta di averlo composto seduto sulla tazza del water, chitarra in mano, registrandolo quasi per gioco. Poi un dubbio micidiale: "Magari suona bene perché c'è il riverbero naturale del bagno che fa suonare meglio... aspettiamo qualche giorno: se mi piacerà ancora, allora vuol dire che c’è qualcosa." Non è un caso che per anni il brano venga proposto alle etichette senza convincere davvero nessuno: la voce di Rabin piace, ma la canzone viene giudicata troppo strana per il mercato. Ed è proprio qui l’ironia: servirà una band storicamente “cervellotica” come gli Yes per trasformarla in una hit popolare. Anche il testo cambia pelle. La versione iniziale di Rabin era una storia malinconica, quasi autoironica: un ragazzo lasciato dalle fidanzate, che guida sconsolato con la testa piena di pensieri. L’intervento di Jon Anderson porta invece il brano su un piano più profondo e universale: non l’ennesima ballata da cuore infranto anni Ottanta, ma un invito all’automotivazione, a scegliere il rischio e l’intensità della vita: un carpe diem in chiave rock. L'epilogo della storia di questa canzone è da film. Nel momento stesso in cui il singolo vola in cima alle classifiche, Rabin festeggia a bordo piscina, champagne alla mano. Una ragazza si tuffa, lo colpisce, gli rompe la milza. Ricovero, operazione, tour rimandato. Un episodio surreale che rende questo personaggio ancora più umano. Ed è importante, perchè Trevor Rabin appartiene a quella categoria di musicisti arrivati dopo, chiamati a raccogliere un’eredità ingombrante dentro band gigantesche. Entrare negli Yes significava misurarsi con l’ombra lunga di Steve Howe, figura identitaria del loro progressive storico. Anche quando il nuovo corso funziona, anche quando genera il maggior successo commerciale della band, il paragone resta. È una dinamica ricorrente nella storia del rock: basti pensare a Jason Newsted nei Metallica o a Ron Wood nei Rolling Stones, musicisti fondamentali ma perennemente messi in relazione con un passato mitizzato. Rabin rientra in questa terra di mezzo: non l’eroe fondatore, non il mito originario, ma l’uomo che traghetta una band in un’altra epoca, pagando il prezzo di essere associato più al cambiamento che all'effettivo merito artistico e musicale. Forse è anche per questo che “Owner Of A Lonely Heart” resta così potente: perché racconta, senza proclami, cosa significa scegliere il rischio invece della nostalgia.