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VAN HALEN I: l’esordio che ha cambiato le regole dell’hard rock

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Author image Gianni Rojatti

10 febbraio 2026 alle ore 12:41, agg. alle 14:40

L’esordio dei Van Halen rivoluziona la chitarra rock e l’hard rock, fondendo virtuosismo, punk e pulsazione disco in una formula nuova e irresistibile.

Pubblicato il 10 febbraio 1978, VAN HALEN I arriva in un momento di grandi cambiamenti nel Rock. Punk e disco music sembrano ridimensionare la chitarra elettrica, ma i Van Halen si inseriscono proprio lì in mezzo, dimostrando che tecnica, energia e immediatezza possono convivere.

Non è la classica band di musicisti “colti” che suona per esibire bravura. Qui il virtuosismo è al servizio di canzoni fisiche, ballabili, trascinanti. Eddie Van Halen sintetizza il meglio dei grandi chitarristi che lo hanno preceduto e lo porta a un altro livello, unendo tecnica, tocco, intenzione e feeling in un linguaggio nuovo.

Tra Punk e Disco

Il debutto dei Van Halen, uscito nel 1978, è uno dei dischi più squassanti della storia del rock, non solo per quello che contiene, ma per il momento preciso in cui arriva. È un album che esce praticamente in contemporanea con l’esplosione del punk e mentre la disco music sta diventando un linguaggio dominante, capace di spostare gusti, abitudini e persino l’idea stessa di intrattenimento musicale. In quel contesto, la chitarra elettrica – soprattutto quella più tecnica, solista, virtuosistica – sembrava destinata a perdere centralità. Dopo decenni segnati da figure enormi come Jimi Hendrix, Jimmy Page, Ritchie Blackmore e Jeff Beck, ma anche da chitarrismi più raffinati ed eclettici come quello di Robby Krieger, il punk sembrava aver riportato tutto a una dimensione primordiale: velocità, distorsione, energia rabbiosa, pochissimo spazio per la seduzione del assolo. Allo stesso tempo, la disco music pareva voltare le spalle a quella profondità poetica ed espressiva che aveva attraversato il rock tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta, privilegiando il puro divertimento, il ballo, l’immediatezza. I Van Halen si infilano esattamente lì in mezzo. Prendono dal punk l’essenzialità, la sfrontatezza, la durata contenuta dei brani. Prendono dalla disco – senza mai imitarla davvero – l’idea di una musica fisica, lineare, fatta per muovere il corpo, per essere ascoltata come una festa. Su questa struttura semplice e diretta non innestano solo una chitarra incredibile e aliena, ma una band intera di livello altissimo: una sezione ritmica solidissima e potente, con Alex Van Halen (diventerà uno dei migliori e più personali batteristi hard rock di sempre) e il basso di Michael Anthony molto più di un semplice collante, forte di un suono riconoscibile e di quei cori che diventano parte integrante dell’identità del gruppo.


Semplicità, energia, fisicità

Su questa base si muove una chitarra che, per livello tecnico e fantasia, va ben oltre qualsiasi riferimento precedente. Quello che Eddie Van Halen mette in campo sembra arrivare da un altro pianeta: il blues rock di Eric Clapton, le stravaganze visionarie di Hendrix, una vivacità di fraseggio che richiama persino il mondo jazz, tutto frullato e proiettato a una velocità e con un’aggressività mai sentite prima. C’è anche una formazione musicale atipica alle spalle: Eddie è stato un bambino prodigio del pianoforte, capace di confrontarsi con Bach, Mozart e Beethoven senza saper leggere la musica, e di trasferire quel linguaggio sulla chitarra elettrica. Anche lo strumento diventa qualcosa di nuovo: le chitarre tradizionali non gli bastano più, vengono smontate e ricostruite, dando origine a quella che verrà poi definita "Super Strat". A completare il quadro c’è David Lee Roth, cantante carismatico, teatrale, volutamente gigione. Roth sdrammatizza il virtuosismo debordante di Eddie, lo rende accessibile, quasi ironico. Con un altro frontman i Van Halen avrebbero potuto sembrare una band heavy metal che si prende troppo sul serio. Roth alleggerisce, gioca, spiazza: ed è anche grazie a lui che quella musica resta immediata, divertente, mai intimidatoria. Se i Van Halen, forti della loro bravura sensazionale, avessero scelto una direzione più progressiva, alla Rush, o un approccio più intellettuale, alla The Doors, probabilmente il contesto storico non sarebbe stato quello giusto. Punk e disco avevano già indicato una richiesta precisa: semplicità, energia, fisicità. È questo equilibrio a rendere VAN HALEN un disco decisivo e profondamente figlio del suo tempo.


Suonare per vivere

C’è poi un altro aspetto su cui vale la pena fare chiarezza. Spesso il rock dei Van Halen è stato associato in modo superficiale a tutto quel mondo di ipertecnicismo che, soprattutto nella seconda metà degli anni Ottanta, diventerà la sostanza di molti dischi. Un universo vastissimo che va dallo shred più estremo alle declinazioni metal e strumentali, passando per band come Racer X, per la scuola neoclassica legata a Yngwie Malmsteen, fino alla produzione solista di Steve Vai, a partire dal suo esordio FLEX-ABLE. Mondi diversi, ma accomunati da una centralità assoluta del virtuosismo, spesso fine a se stesso. La differenza con i Van Halen è sostanziale. In quell’ambiente aleggia spesso l’idea sintetizzata dalla celebre frase di Neil Peart dei Rush: "non voglio essere famoso, voglio essere bravo. " Un’idea nobilissima, ma che porta la musica a diventare celebrazione della competenza. I Van Halen nascono invece da un’urgenza molto più concreta. La loro è una storia di necessità prima ancora che di talento. I fratelli Van Halen crescono in una famiglia poverissima. Il padre Jan è un musicista professionista che mantiene la famiglia suonando musica di intrattenimento. La musica, fin dall’inizio, non è un esercizio intellettuale: è un lavoro. Durante la traversata dall’Olanda agli Stati Uniti, Jan suona con l’orchestra di bordo per pagarsi il viaggio, mentre Eddie e Alex, bambini, si esibiscono al pianoforte come piccoli prodigi. Una volta in California, a Pasadena, la realtà resta dura: lavori umili, bullismo, una lingua non ancora padroneggiata. Ma una cosa è chiara: la musica che suonano, perché posso dar loro un lavoro, deve far divertire, far ballare, tenere viva l’attenzione. È qui che si capisce davvero Eddie Van Halen. Molti dei suoi virtuosismi non nascono per esibire tecnica, ma per riempire gli arrangiamenti. Suonando spesso in un contesto essenziale, Eddie cerca un modo per ricreare quella ricchezza sonora che sentiva nella disco music o nei brani più commerciali del periodo. Quelle invenzioni servono a stupire e divertire chi ascolta, come le sezioni pirotecniche di fiati o sintetizzatori nei pezzi riempi pista della disco music. Ed è forse questa l’arma segreta dei Van Halen: un virtuosismo mai torvo, mai compiaciuto. Eddie non è il chitarrista “maledetto”, alla Paganini o alla Blackmore, rapito dalla propria visione e capace quasi di annichilirti con la sua bravura. Fa l’opposto: ti coinvolge, ti fa venire voglia di provarci. Non ti schiaccia, ti contagia. E forse è anche per questo che VAN HALEN I diventa l’inizio di una vocazione di massa. Da Eddie Van Halen in poi, infatti, si accende una passione nuova per la chitarra solista: per più di una generazione di teenager, studiare la chitarra elettrica, cimentarsi nella tecnica, provare a suonare assoli sempre più difficili diventa coinvolgente quanto giocare ai videogiochi. L’assolo memorabile suonato da Michael J. Fox in "Ritorno al futuro" racconta perfettamente questo immaginario: grazie ai Van Halen, per quella generazione fare un assolo di chitarra è una delle cose più eroiche che si possano immaginare. E anche questo, a ben vedere, è un merito diretto del disco di debutto dei Van Halen.


Quattro Canzoni

VAN HALEN I è un disco decisivo e va ascoltato dall’inizio alla fine. In cuffia, a volume decisamente indecente, oppure durante un bel viaggio in macchina, senza distrazioni. L’unica avvertenza è non schiacciare troppo sull’acceleratore, perché questo è un effetto collaterale piuttosto comune del primo album dei Van Halen. Ci sono quattro brani che, più di altri, raccontano l’anima di questo disco.

ERUPTION

Il primo è "Eruption". Un volo pindarico di chitarra che non va letto come una svisata improvvisata, una masturbazione virtuosistica o un gesto autoreferenziale. Per quanto libero, questo assolo ha una forma, una coerenza, una struttura che lo rendono assimilabile a un vero e proprio brano. Ti rapisce dall’inizio alla fine. Quello che Eddie Van Halen suona qui, con tutto il rispetto per i grandi che lo hanno preceduto – da Hendrix a Jimmy Page, passando per Jeff Beck ed Eric Clapton – li rende improvvisamente obsoleti. Perché non c’è solo tecnica: ci sono tocco, feeling, intenzione, groove. Tutte cose che Eddie possiede a un livello almeno pari, se non superiore. E poi c’è il tapping, questa tecnica che mette a fuoco – se non addirittura inventa – usando anche la mano destra per percuotere le note sulla tastiera come fosse un pianoforte, eseguendo passaggi di sapore classico a velocità impossibile. Una cosa che manda in crisi chitarristi di mezzo mondo, incapaci per anni di capire come diavolo facesse. Non a caso, nelle prime esibizioni dal vivo, Eddie suonava spesso di spalle al pubblico: era gelosissimo di quel segreto.

ATOMIC PUNK

Poi c’è "Atomic Punk", che sintetizza perfettamente quanto i Van Halen fossero consapevoli di essere, in fondo, i punk dell’hard rock. C’è quell’energia, quella strafottenza, quella veemenza e quel furore sonoro che arrivano direttamente dal punk. Ed è anche per questo che, per spirito e attitudine, i Van Halen risultano spesso più vicini al punk che non all’hard rock o al progressive tradizionale del periodo.


I'M THE ONE

Questo brano rivela invece un’altra arma segreta della band: il groove. È un brano con una potenza ritmica impressionante, uno swing irresistibile, che ti fa ballare già solo sulla parte di chitarra ritmica. E questo è un dettaglio che ai chitarristi nerd non sfugge: suonare una ritmica così convincente sulla chitarra elettrica è una delle cose più difficili in assoluto. La parte davvero stupefacente, però, arriva con gli assoli. In teoria è il momento in cui il groove dovrebbe calare, quello in cui, se stai ballando, ti fermi. Qui succede l’opposto. Eddie ha uno swing e un’energia tali anche nel fraseggio solista che sono proprio quelli i momenti in cui ti verrebbe da scatenarti di più.


ICE CREAM MAN

E infine "Ice Cream Man". Un brano che mette in luce non solo la chitarra, ma anche il carisma e la teatralità di David Lee Roth. Parte come una cover blues acustica, voce e chitarra, e poi esplode. La sezione ritmica si limita a una leggera spinta, quasi a farsi da parte, mentre Eddie piazza lo assolo più deflagrante del disco. Se dopo il primo ascolto qualcuno avesse potuto pensare che Eruption fosse stata una sorta di allucinazione, qui arriva la sberla definitiva: nessuna allucinazione. Semplicemente, era arrivato sulla Terra il più grande chitarrista della storia del rock.


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