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The Kooks, il ritorno in tour: "L'Italia regala sempre bei momenti"

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Author image Gianluigi Riccardo

27 febbraio 2026 alle ore 17:10, agg. alle 18:28

Luke Pritchard a Radiofreccia: live a Milano, nuovo album e 20 anni di classici come “Naive” tra identità ritrovata e amore per Bowie

Milano li accoglie come una vecchia fiamma che non ha mai smesso di aspettare. I The Kooks tornano al Fabrique, e per Luke Pritchard è come rientrare in un club adolescenziale dove il sudore è parte dell’arredamento.

"Lo adoriamo. Credo sia la terza volta qui. È grande ma anche intimo, sudato, capisci? È perfetto per l’indie rock", ha detto ai microfoni di Radiofreccia, ospite di Cecile B in Electric Ladyland.

Nelle parole del frontman c’è quella nostalgia viva che non sa di malinconia, ma di appartenenza. 

La prima volta a Milano? "Ricordo la pizza più buona che avessi mai mangiato. Il concerto? Non ricordo nulla… era troppo divertente". Ride. E dentro quella risata c’è la sintesi perfetta di cosa siano stati e siano ancora i The Kooks: un gruppo nato per suonare, per vivere il momento, per perdersi dentro le notti.

Pritchard osserva il presente con lucidità: "È stato il momento degli artisti solisti e dei producer. Ora forse la gente sta tornando alle band". E mentre cita nuove realtà alternative che guardano al passato con occhi contemporanei, si capisce che l’indie rock non è un revival, ma un ciclo naturale. Le mode tornano, ma certe canzoni restano.

Guarda l'intervista di Luke Pritchard dei The Kooks a Radiofreccia



"Never/Know", un disco positivo

Il nuovo album, "Never/Know", è il settimo capitolo della band britannica. Ma più che un numero, è un ritorno.

"Mi è semplicemente venuto fuori in un modo che non mi era mai successo prima. Avevo la sensazione di aver perso un po’ la mia identità. Avevo lavorato con molti produttori, non scrivevo più da solo". La confessione è sincera, quasi disarmante. Poi arriva la svolta: "È nato il mio primo figlio. E tutto è diventato positivo".

"Never/Know" è un disco che parla di famiglia, memoria, costruzione. "È come una medicina per me stesso. Tutto intorno era difficile, così ho sentito il bisogno di fare un album allegro, positivo". 

Anche il suono è un ritorno alle origini: lo-fi, diretto, vivo. "Ho comprato un sacco di vecchi amplificatori. Abbiamo registrato praticamente live. Ho detto alla band che stavamo facendo dei demo… poi ho tenuto quelle take". Rock and roll impulsivo, senza troppi filtri. Come agli inizi, quando il tempo in studio era poco e i soldi ancora meno.

È un gesto quasi romantico: tornare al metodo del debutto per ritrovare l’essenza. Dentro "Never/Know" c’è l’eco di quel ragazzo che scriveva senza rete di protezione, ma anche la consapevolezza di un uomo che oggi canta con un figlio tra le braccia e il passato sulle spalle.


20 anni di "Inside In/Inside Out" e l'importanza di Bowie

Il 23 gennaio ha segnato vent’anni di "Inside In/Inside Out", l’album di debutto che ha consegnato i The Kooks alla storia dell’indie britannico.

Dentro ci sono brani come  Naive e She Moves In Her Own Way, diventati classici generazionali.

"È pazzesco. Mi sento grato. Nel Regno Unito alcune di quelle canzoni sono quasi parte del canzoniere nazionale". Eppure il successo, arrivato all’improvviso, non è stato semplice da gestire: "Non l’ho affrontato particolarmente bene. Avevo diciotto anni. Non mi piaceva molto l’aspetto della fama".

Un dettaglio racconta meglio di mille analisi quel momento: il disco uscì lo stesso giorno di "Whatever People Say I Am, That's What I'm Not" degli Arctic Monkeys. Tutti parlavano di loro. Nessuno si aspettava che i The Kooks esplodessero allo stesso modo. "Per noi è successo davvero dal nulla".

Poi c’è l’origine del nome, che porta dritto a David Bowie.

The Kooks deriva da una sua canzone, ma per Pritchard il legame è più profondo. "Ho perso mio padre quando avevo tre anni. La musica è sempre stata un modo per restare connesso a lui. Bowie è diventato una sorta di figura paterna".

Un passaggio che spiega molto anche delle nuove canzoni, dove il tema della paternità ritorna come cerchio che si chiude. "Il mondo è stato molto fortunato ad averlo". Bowie come padre simbolico, come guida estetica, come modello irraggiungibile. "È fastidioso ascoltarlo e pensare: non sarò mai così bravo".



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