The Hives, "Veni, Vidi, Vicious": mezz’ora di casino rigenerante
09 aprile 2026 alle ore 12:53, agg. alle 12:08
Nel 2000 gli Hives irrompono con un caos sonoro che anticipa la direzione del rock negli anni successivi: chitarre isteriche, groove storto e urgenza punk.
Nel 2000 il rock mainstream è sempre più preciso, digitale, costruito al millimetro tra nu metal, crossover e produzioni sofisticate. Il 10 aprile 2000 esce Veni, Vidi, Vicious degli Hives, e qualcosa cambia improvvisamente direzione.
È un disco che celebra istinto, rumore e urgenza, con un suono criminale rispetto alle aspettative di un mix perfetto. Un’energia di matrice punk e garage che riporta il rock a una dimensione più fisica, diretta e particolarmente chiassosa, destinata a ispirare le band degli anni successivi.
Troppa pulizia
Veni, Vidi, Vicious degli Hives arriva nel 2000, esattamente a cavallo tra due decadi, in un momento in cui il rock mainstream è dominato da produzioni sempre più strutturate, patinate e curate. Si va dal nu metal – Korn, Limp Bizkit, i primi Linkin Park – caratterizzato da un uso massiccio di elettronica e delle pronunce più estreme e pesanti del metal, al crossover, che per sua stessa natura è un genere ricco e stratificato, dove convivono rap, funk, metal, groove e programmazione. Anche il rock più “tradizionale” segue questa direzione: i Radiohead di Kid A (2000) spingono su una sperimentazione profondamente tecnologica, costruita anche attraverso l’uso creativo del computer, mentre i primi Coldplay lavorano su una cura del suono minuziosa, quasi chirurgica nel suo essere così delicata. Non è un male, ma è un dato: tutto suona levigato, controllato, perfetto. E in questo scenario manca qualcosa. Manca l’aria scoperta del rock, quella dimensione più immediata, viscerale, sporca. Quella che negli anni ’70 passava dagli Stones agli Zeppelin, ma soprattutto dal proto-punk: Stooges, MC5, New York Dolls, fino a Clash, Ramones e Sex Pistols. Persino il punk, nel frattempo, si era spostato verso una dimensione più addomesticata e mainstream: Green Day e Offspring portano quel linguaggio verso una forma sempre più levigata, tanto che di lì a poco i Green Day con American Idiot (2004) compiranno una vera e propria deviazione verso un immaginario da classic rock. A complicare le cose, alla fine degli anni ’90 arriva anche l’impatto definitivo del digitale. Dischi come 5 (1998) di Lenny Kravitz o GRAN TURISMO (1998) dei Cardigans, pur recuperando sonorità vintage, portano con sé un livello di precisione quasi inumano: editing, compressione, pulizia estrema. Rock suonato come fosse elettronica.
Il casino che serviva
In questo contesto, gli Hives entrano come un terremoto. Il loro suono è quasi “criminale” rispetto alle regole della fonia: sembra di piazzare un microfono dentro un micro-garage con le serrande in alluminio abbassate, mentre una band suona con gli amplificatori fuori controllo. Tutto satura, tutto distorce, tutto si accavalla. Il titolo stesso, Veni, Vidi, Vicious, mette insieme Giulio Cesare e Sid Vicious: cultura e punk, passato e attitudine irriverente. La differenza rispetto al punk classico sta soprattutto nelle chitarre: non sono mai esageratamente distorte, compatte o coese, ma secche, isteriche, nervose. Sono quelle chitarrette che di lì a poco diventeranno centrali nella scena indie alternative: Strokes, Interpol, Bloc Party, Killers. Dentro c’è anche un recupero fortissimo del garage anni ’60, ed è uno degli elementi che li rende anticipatori di quello che poi esploderà con White Stripes e Black Keys. Il cantato di Howlin' Pelle Almqvist è stralunato, isterico, e qui prendono una delle grandi lezioni dei Sex Pistols: costruire un mix in cui chitarre, basso e batteria diventano una massa compatta, quasi una coltre indistinta e potentissima di suono, sopra la quale si staglia una voce tagliente e stralunata, che buca tutto. Inoltre, chitarre e batteria, in questo inseguirsi di riff serratissimi, progressioni e botta e risposta, sembrano inciampare continuamente l’una sull’altra, ma proprio da questo equilibrio ritmico sul filo del baratro nasce un groove irresistibile. È una lezione che arriva dritta dagli Stones: quell’incedere apparentemente instabile che in realtà tiene tutto in piedi e ti va muovere la testa sul tempo. La deflagrazione sonora di "Hate to Say I Told You So" è probabilmente il manifesto sonoro e di stile più rappresentativo del disco; "Main Offender" è una perfetta istantanea del loro groove storto e nervoso, mentre "Die, All Right!" mette in fila tutta la loro capacità di creare esplosioni di furia punk e ritornelli che arrivano come inni. E soprattutto: qui si sente una band libera. Non imprigionata nella griglia del metronomo e dell’editing digitale, ma viva, scomposta, pericolosamente fuori controllo. Dopo anni di rock introspettivo e cupo come il grunge, gli Hives riportano una dimensione più sfrontata, festaiola, quasi irresponsabile. È un disco che vive più di forma che di sostanza: stessa ricetta, stessi brani sparati, dinamiche a rotta di collo. Ma dura così poco che non fa in tempo a stancarti. Anzi, è una mezz’ora di bellissimo casino, esattamente quello che mancava.