Interviste

The Darkness, Justin Hawkins a Radiofreccia: “Non puoi vestirti come un contabile”

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Author image Gianluigi Riccardo

27 maggio 2026 alle ore 18:37, agg. alle 19:03

Dalle tutine ispirate a Brian Jones agli infortuni sul palco: Justin Hawkins svela la filosofia rock dei The Darkness prima dei live italiani.

I The Darkness tornano in Italia per due date molto attese dell’estate 2026: il 7 luglio al Castello Scaligero di Villafranca di Verona insieme agli Airbourne e agli Spleen, e l’8 luglio come headliner del Pistoia Blues, preceduti da Messa e Spleen.

Un ritorno importante per la band britannica che, dal debutto di "Permission to Land" nel 2003, continua a essere uno dei nomi più riconoscibili e spettacolari dell’hard rock contemporaneo.

In occasione delle date italiane abbiamo parlato con Justin Hawkins, tra tutine di scena, assoli impossibili, infortuni sul palco e il segreto immortale di "I Believe in a Thing Called Love".

Fin dai primi minuti dell’intervista emerge il personaggio Hawkins: ironico, brillante, totalmente immerso nella sua idea romantica di rock’n’roll.

Racconta di essersi appena fatto una corsa nel bosco prima della chiamata, anche per "evitare di cadere in comportamenti autodistruttivi nei momenti di calma" e, soprattutto, per continuare ad indossare i suoi leggendari outfit: "Così riesco ancora a entrare nei miei completi aderenti!", scherza.

Da lì il discorso scivola inevitabilmente sulle celebri "tutine" che sono diventate uno dei simboli estetici dei The Darkness.

Hawkins, con il suo tipico humour britannico, racconta di averne "troppe", custodite in un magazzino come reliquie rock. Una in particolare arriva direttamente dal periodo di "I Believe in a Thing Called Love": "È un vecchio capo del 2002 o 2003… e puzza da morire. Si sente l’odore di sudore, lacrime, alcol".

Le tutine, Brian Jones e la madre di Justin Hawkins

Dietro quell’immaginario volutamente eccessivo, però, c’è una storia precisa.

Hawkins spiega che fu sua madre a convincerlo che un musicista rock dovesse distinguersi anche visivamente. “Non puoi presentarti vestito come un contabile”, gli diceva quando iniziava a suonare la chitarra.

Da ragazzo veniva portato in un negozio chiamato Wicked Wardrobe, pieno di vestiti eccentrici, frac viola e abiti improbabili. Ma soprattutto sua madre gli raccontava di aver visto Brian Jones girare per Londra con una tutina rosa. “Ho sempre associato il rock ’n’ roll alla tutina rosa”, racconta Hawkins.

Ed è qui che si capisce davvero cosa siano i The Darkness: non solo una band hard rock, ma una celebrazione totale dell’estetica rock britannica, tra glam, ironia e teatralità. Hawkins cita anche Rod Stewart e parla con ammirazione dei The Black Crowes, definiti “fottutamente fantastici” per il loro modo di apparire da rockstar persino in aeroporto.

“I Believe in a Thing Called Love” e la magia dell’imprevedibilità

Uno degli aspetti più interessanti dell’intervista riguarda il modo in cui Hawkins vive il palco. Per lui la spontaneità è tutto. Non ama i soundcheck, anzi li detesta apertamente: “Non mi piace stare sul palco a provare il suono della mia chitarra. Fanculo. È il lavoro di qualcun altro”.

Il motivo è semplice: pianificare troppo significherebbe perdere la magia. I concerti dei The Darkness funzionano proprio perché possono succedere cose assurde da un momento all’altro: assoli sulla schiena della security, plettri lanciati nel pubblico, arrampicate improbabili e numeri totalmente fuori controllo. “Se c’è qualcosa di stupido da fare, sì, lo farò”, dice Hawkins.

Naturalmente questo approccio ha avuto conseguenze fisiche pesanti. Hawkins racconta di essersi rotto dita, polsi e costole, fino a procurarsi un’ernia del disco dopo “una stupidaggine sul palco”.

Per quasi un anno riusciva a malapena a camminare, ma ha continuato ad andare in tour trasformando persino il dolore in parte dello show. “La gente pensava che mi comportassi così di proposito, ma in realtà stavo solo aspettando che il dolore cessasse”.

E poi c’è lei, “I Believe in a Thing Called Love”, la hit che nel 2003 trasformò i The Darkness in un fenomeno mondiale.

Hawkins ancora oggi fatica a spiegarsi perché quella canzone continui a funzionare così bene. “Non c’è nulla di cinico in questo. È solo la pura espressione di qualcosa di gioioso”.

Forse il segreto sta proprio lì: in un pezzo totalmente fuori tempo massimo, pieno di assoli di chitarra, falsetti e melodie esagerate, diventato comunque una hit mainstream. “È probabilmente una delle ultime volte in cui si sentono assoli di chitarra in una canzone nella top ten”, osserva Hawkins.

E in fondo i The Darkness continuano a rappresentare esattamente questo: la possibilità che il rock’n’roll possa ancora essere spettacolare, divertente, assurdo e totalmente sincero allo stesso tempo.

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